OSCAR 2017 – HIDDEN FIGURES, di THEODORE MELFI

di Cristiano Bolla

Con questa recensione arriviamo esattamente a metà del nostro percorso verso l’Oscar al Miglior Film del 2016. Lo facciamo con il fresco vincitore del SAG Awards (gli Oscar del sindacato attori) come Miglior Cast, un film diretto da Theodore Melfi: Hidden Figures – Il Diritto di contare.

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Premessa: chi scrive è tremendamente affascinato da un particolare periodo storico, quello del segregazionismo americano; tremendamente perché ogni volta che mi ritrovo a studiarlo o a vedere pellicole, serie, leggere libri sull’argomento, rimango sempre colpito profondamente dai fatti storici raccontati, dalla barbaria razzista che si è vissuta negli States e che per certi versi continua tutt’ora. Il motivo sta probabilmente in una debolezza emotiva per tutte le storie di esclusione e segregazione  che porta ad una forte empatia coi temi rappresentati. Per questi motivi Hidden Figures è un film che, personalmente, reputo importante e riuscito.

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Non è l’unico film sul tema in questi Oscar: lo stesso Fences rappresenta un personaggio fortemente toccato dalla segregazione razziale del XX secolo, e tra i documentari candidati ci sono “13th” (sull’incarcerazione di massa della popolazione afro-americana) e “I’m Not Your Negro”, titolo decisamente emblematico. Tuttavia, Hidden Figures si caratterizza per essere anche qualcos’altro, per avere in sé due soggetti molto forti: il razzismo da una parte, il sessismo dall’altra.

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Basato sul libro “Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race” di Margot Lee Shetterly, racconta la storia delle tre donne di colore che negli anni ‘60 lavoravano alla NASA e hanno collaborato alla riuscita delle prime missioni spaziali: Katherine Johnson, intrepretata da Taraji P. Henson, famosa soprattutto per “Il Curioso Caso di Benjamin Button; Dorothy Vaughan, un’Ottavia Spencer candidata e che non ha bisogno di presentazioni; Mary Jackson, interpretata da Janelle Monáe che come Mahershala Ali è presente agli Oscar, oltre che per Hidden Figures, anche per Moonlight, film in cui Ali è candidato e probabile vincitore dell’Oscar come Non Protagonista. Queste tre straordinarie e brillanti menti hanno superato la doppia avversità di essere donne e nere in un ambiente bianco e maschilista, facendosi strada fino alla storia.

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Katherine Johnson, infatti, ha lavorato alle traiettorie del Programma Mercury, che nel 1962 portò John Glenn Jr. a essere il primo americano in orbita intorno alla Terra, e all’Apollo 11, quello che portò Amstrong sulla Luna nel 1969; ancora viva, nel 2015 ha ricevuto la Presidential Medal of Freedom. Dorothy Vaughn, invece, fu la prima afro-americana ad avere il ruolo di supervisore, specializzandosi nel linguaggio di programmazione FORTAN dei primi computer IBM. Mary Jackson, infine, è stata il primo ingegnere afro-americano donna dell’intera NASA. La biografia dei personaggi è assolutamente necessaria, in questo caso, per capire la grandezza delle figure raccontate in Hidden Figures e per capire l’allegoria del titolo.

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La storia, ora, ce le racconta come donne straordinarie, pioniere nei rispettivi campi e che hanno dato un contributo fondamentale alla parità dei diritti non solo tra bianchi e neri ma anche tra uomo e donna, temi su cui ancora oggi si dibatte. In Hidden Figures, però, non le vediamo affermate, ma combattere per il proprio posto nel mondo e al proprio diritto di contare qualcosa, come persone da valorizzare e non solo come addette alla computazione (da qui il motivo per cui il titolo italiano è così efficace). Katherine, Dorothy e Mary usano la loro intelligenza per farsi largo in un mondo che gli rema costantemente contro e che, anche quando riescono a far vedere quanto valgono, cerca comunque di ostracizzarle, di “insegnarle il loro posto nel mondo”.

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Le corse di Katherine da un’ala all’altra della NASA per usare il bagno per i neri si mescola in Hidden Figures alla sua assurda abilità di calcolo che le permette di mangiare in testa agli ingegneri del reparto spaziale, creando un’idiosincrasia evidente e dolorosa. Queste tre figure nascoste (hidden figures, appunto) sono riuscite a emergere, ma l’hanno dovuta sudare tanto.

Il film di Melfi è tutto nei suoi personaggi, nella storia raccontata: la regia per questo si fa invisibile e lascia che siano i gesti, gli sguardi alla negra entrata nella stanza, i piccoli dettagli che manifestano quel terribile e vergognoso periodo che è stata la segregazione razziale.

Hidden Figures è l’ennesima importante occasione per vedere un lato brutto della storia, fortunatamente uno di quelli con un lieto fine. In Italia esce apposta l’08 marzo, Giorno della Donna.

 

GLI ALTRI CANDIDATI AL MIGLIOR FILM:

Arrival, di Denis Villeneuve

Fences, di Denzel Washington

Hacksaw Ridge, di Mel Gibson

Hell or High Water, di David Mackenzie

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