SONO LA BELLA CREATURA CHE VIVE IN QUESTA CASA

Sono la cazzatona horror che alberga su Netflix.

di Alessandro Sivieri

Le ghost story sono un genere cinematografico difficile da azzeccare: messi da parte i mostroni zannuti e i killer armati di ascia, gli ingredienti per far sì che questi horror funzionino sono l’atmosfera e la psicologia dei protagonisti, spesso enigmaticamente legati allo spettro che li tormenta (e alla casa che condividono). Negli ultimi decenni si sono succedute opere eleganti (The Others) e altre più mainstream, come L’evocazione di James Wan, ma gli elementi cardine coincidono: arrivo in un’abitazione nuova, personaggi di contorno inquietanti, episodi paranormali che diventano sempre più frequenti. Aggirandomi nel catalogo delle produzioni Netflix, mi sono imbattuto in Sono la bella creatura che vive in questa casa di Oz Perkins e, superata la perplessità dovuta al titolo chilometrico, mi sono detto: perché no?

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Questa decisione scellerata mi ha portato all’ora e mezza più faticosa della mia vita. Un film che sembrava interessante, con tanto di recensioni positive in giro per il Web, si è rivelato un mattone ideale per sfondare le vetrine.

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Se volete la storia condensata, una ragazza ventottenne (che dimostra quarant’anni) va a fare da badante all‘Agatha Christie dei poveri, morendo di paura per le muffe sulle pareti e una bionda che cammina svergola. I problemi iniziano proprio da Ruth Wilson, che interpreta la protagonista Lily, infermiera riservata e facilmente impressionabile. Per via della sua espressività incartapecorita, non riesce mai a suscitare empatia nello spettatore, e le cose peggiorano ulteriormente quando parla (da sola o al telefono): i dialoghi risentono di quell’artificiosità che vorrebbe risultare enigmatica, al pari della storia, che stabilisce un nesso tra l’esistenza di Lily, quella della vecchia scrittrice Iris Bloom (Paula Prentiss) e del fantasma Polly (Lucy Boynton), ragazza dai capelli biondi che infesta l’abitazione e che è anche la protagonista del romanzo più celebre della Bloom. La regia si perde in inquadrature statiche che, pur beneficiando di una scenografia minimalista e dell’intreccio tra luce e ombra, non fanno che intensificare la lentezza e la pretenziosità dell’opera.

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Perkins abbozza una trama e sembra solo sfiorare i personaggi e la tensione emotiva, nel tentativo di crearsi uno stile lontano dalle logiche di massa. Scordatevi l’angoscia o una rivelazione sconcertante, perché a trascinare la visione sono i goffi soliloqui di Lily, le muffe che si impossessano dei muri e le sfocate apparizioni di fantasmi letterari, che vogliono richiamare le atmosfere di Allan Poe. I novanta minuti scorrono lenti ma non lasciano nulla, come un’allucinazione da dormiveglia. Oltre a parecchie domande, resta la delusione per l’occasione mancata di trattare gli spettri dal punto di vista psicologico, dove la morte è connessa alla solitudine e al percorrere gli stessi passi senza un perché. Solo un piano sequenza nella parte finale, magistralmente realizzato, riesce a smuovere qualcosa, ma ormai è troppo tardi. Forse bastava riverniciare e mettere a posto le tubature.

 

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