Gli Incredibili 2: Quando il cattivo è una puntata di Black Mirror

Recensione del secondo capitolo del nuovo film Disney Pixar

di Matteo Berta

Giusto per non perdersi nemmeno un secondo, ignorando che tra il finale del primo film e il prologo in medias res di questo sequel mi è passato di mezzo un diploma, una laurea, cinque o sei relazioni, una colica renale e numerosi fallimenti, eccomi catapultato nel mio essere giovincello che usciva dalla sala pienamente soddisfatto di quello che aveva visto e che si domandava quanto diavolo era figo il Minatore. Perché questo film si apre proprio in un registro molto intrigante dove eravamo rimasti e quasi non hai bisogno nemmeno dello spiegone successivo riassuntivo, perché la spina è stata riattaccata nel tuo cervello e allora capisci subito tutto fin dallo svaligiamento della banca di Metroville.

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Il brutto è che capisci fin troppo, perché questo secondo capitolo della famiglia di supereroi sembra mostrarsi nella sua interezza, quasi volutamente, sin dal primo atto dove la presentazione dei personaggi rende chiaro il possibile sviluppo e le tematiche trattate ti anticipano un molto probabile determinato happy ending.

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Questo film ricalca alla perfezione due “mood supereroistici” della Warner secondo me, ovvero Watchmen e Batman v Superman, i riferimenti sono molteplici, dall’utilità degli eroi (vecchi + nuovi) all’effettiva legalità delle azioni degli stessi, alla conciliazione di vita e battaglie private nei confronti del proprio “lavoro”, della necessità o meno del loro operato e conseguente occhio vigile giudizievole pubblico ecc… infatti c’è da dire che son rimasto contento dell’impostazione, ma meno dello sviluppo, che non sembra voler andare troppo oltre determinate impostazioni scritturali e moralistiche, cose di cui eravamo stati abituati diversamente nel primo capitolo, di per se molto maturo e coraggioso nei plot twist principali.

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Ne Gli Incredibili 2 ci troviamo di fronte ad un film non scritto benissimo, dal momento che la storia secondaria parallela prende più minutaggio di quella principale divenendo solamente pedante a tratti e di interferenza al tuo desiderio di curiosità per la trama principale che inizialmente fatica ad ingranare ma quando entra la prima marcia ti sembra di aver perso del tempo in non sai cosa.

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Il film è divertente di per se, è godibile, ma non è quel gran pezzo di film d’animazione che avevamo visto quattordici anni fa, certo non era semplice replicare un simile temporale creativo, ma sarebbe bastato solamente andarci vicino per poter portare a casa un grande prodotto che invece si limita a saziarti alla fine del minutaggio ma che dopo qualche ora ti porta solamente a dire: “Certo che poteva rientrare nella storia quel simpatico uomo-talpa minatore” perché di per se il cattivo del prologo risulta più interessante del villain principale che sembra sguazzare grossolanamente tra stereotipi anti-tecnologia e capricci personali dove nel calderone vengono mescolate assieme superficialmente tematiche morali non indifferenti, sviluppi tecnologici complessi e una buona spolveratina di tematiche sociali forzate in stile Disney.

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La questione tecnologica è stata generalizzata e bistrattata, partendo bene con un buon monologo de “L’iponotizzatore” ma ricadendo successivamente in standard scritturali da “tecnologia buona finché non in mano a cattivoni che vogliono conquistare il mondo” oppure la questione famigliare del superamento dei ruoli sociali che non devono far sentire incatenati in stereotipi che alla fine comunque vengono risolti con l’apparente ristabilimento del nucleo famigliare.

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La critica che potrebbe essere mossa a questo tipo di analisi potrebbe essere in riferimento che si è perso di vista il target, ma di per se, sempre dal mio punto di vista, Gli Incredibili 2 non è un film per il bambino medio, dove sicuramente troviamo momenti sempliciotti per lui, ma nella concezione totalizzante e ad ampio spettro risulta come una forte critica (anche se a volte pasticciona) alla società contemporanea e perché no anche ai cinecomic contemporanei, che si sentono sempre in dovere di esistere, ma nessuno sembra mai chiedersi se, per molti di essi, sia giusto che esistano.

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