Le Terrificanti Avventure della Magica Sabrina

Recensione della nuova serie horror di Netflix

di Matteo Berta

Quando mi svegliavo di buona mattina, non che ora mi metta a posporre il gallo centinaia di volte, ma diciamo che quando da piccino ero più portato a voler veder nascere una giornata piuttosto che sperare di vederla finire, uno dei cartoni animati a cui ero affezionato era proprio quello di Magica Sabrina (Sabrina: The Animated Series) l’ennesima rivisitazione delle storie a fumetti di Archie Comics, dove la streghetta adolescente più famosa dell’intrattenimento affrontava le proprie vite parallele con l’innocenza di una giovane donna che “ovviamente normalmente” affronta i problemi che accomunano un po’ tutti, ovvero gestire il proprio animale domestico parlante e incastrare il proprio piano di studi in modo che le materie esoteriche non coincidano con algebra ed educazione fisica.

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Sabrina è stata forse il motivo per cui ho sviluppato negli anni a seguire una certa passione per i teen drama e molto probabilmente una leggera ed innocente ossessione per la doppia vita di Hannah Montana. Ma tralasciando i piaceri proibiti a parte, il messaggio che voglio far passare al gentile lettore mostrifero è che, spesso l’operazione nostalgia dell’intrattenimento audiovisivo contemporaneo alla fine funziona.

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La versione di Sabrina di Netflix è già più adulta, sia per il genere (soft horror) sia per il personaggio stesso che, nonostante sia della stessa età della Sabrina versione animata o di quella della sit-com, mostra una personalità che non cade drasticamente in problemi adolescenziali, ma sembra saper gestire la propria personalità in crescita e riesce sempre a modulare scelte oculate e moralmente coerenti nei confronti dei dilemmi da doppia vita da mortale e da strega. Con questo enunciato non voglio negare la presenza di sviluppi da drammi adolescenziali televisivi, essi sono presenti, ma spesso camuffati o meglio: non occupano la maggior parte del minutaggio.

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La serie, come piace a Netflix, sa giocare al meglio sull’innovazione artistica e il citazionismo non del tutto spiattellato, in questo caso elegante. Se in Stranger Things spesso abbiamo la sensazione di assistere ad un’operazione da products placement di cinquanta minuti per episodio, qui i riferimenti ad una cultura “black-fantasy” sono centellinati e mai banali. I riferimenti ai nostri film di mostri sono studiati e non divengono mai protagonisti, ma si accomodano nello sfondo senza mai portare un demone a strizzarti l’occhio in close-up.

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Visivamente trovo che sia un mix tra il Rob Zombie de “Le Streghe di Salem” e un Dario Argento censurato con una spolveratina di horror da b-movie anni novanta. Una delle scelte più interessanti dell’ambito tecnico visivo è la costante percezione di essere spettatori non privilegiati o in uno stato di quasi sonnambulismo, infatti molte inquadrature sono filtrate da un effetto a “mascherina” dove la vignetta esclude gli estremi dello shot “disfunzionandoli” attraverso una distorsione spesso cromatica spesso a sfocatura.

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La vera forza di questa serie risiede nell’utilizzo del satanismo in favore dello sviluppo della narrazione, esso rientra visceralmente nella vita dei personaggi, si fa simbolo di qualcosa d’altro, diviene metafora per religione conservatrice dai seguaci corrotti e soggetti a troppi personalismi, diviene minaccia fantasma costante invisibile ma percepibile di un futuro tenebroso o di un passato irrisolto cosparso di pentimento di scelte. Metaforicamente funziona, visivamente ancor di più, dalla commistione della carne con la plastilina e il silicone spennellati dal digitale, il Diavolo è li ed è spaventoso.

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La pecca più forte di questa serie è l’assenza di una struttura tematica musicale che possa sostenere le avventure di Sabrina e gli altri personaggi in modo degno e caratteristico. Adam Taylor aveva la possibilità di imbastire delle partiture alla Elfman o generare un tappetone dove potevano spuntare dei nuclei tematici marcati, ma per inesperienza o per ordini dall’alto, il compositore si limita a ricalcare “senza farsi sentire” le scene, sprecando così un’occasione irripetibile.

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Riferimenti a Riverdale (a rigor di logica e a quanto trapela, questa stagione stessa dovrebbe essere considerata in effetti un suo spin off), un po’ caciarotti e nostalgici collegamenti involontari o meno con Teen Wolf (cercasi nonno cacciatore del soprannaturale) e tante tante idee.

 

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