LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS – SEI FAVOLE WESTERN

La beffarda antologia dei fratelli Coen.

di Alessandro Sivieri

Sono decenni che Joel ed Ethan Coen ci accompagnano al cinema con uno stile che per molti rappresenta un prendere o lasciare: dialoghi barocchi, un po’ alla Tarantino, humor nero a vagonate e pennellate di esistenzialismo. Per quanto i personaggi del duo di registi siano caricaturali, celano sempre una riflessione o una sottile critica ai modelli sociali (si pensi al Walter di John Goodman ne Il grande Lebowski). Nel corso della loro carriera i fratelli hanno dimostrato una certa versatilità nello storytelling, abbandonando talvolta ogni traccia di commedia per raccontare storie ciniche ed epopee senza speranza (Non è un paese per vecchi, A proposito di Davis). Per La Ballata di Buster Scruggs, ultima fatica pubblicata su Netflix, i Coen tornano alle atmosfere western che tanto gli stanno a cuore (anni dopo Il grinta), e lo fanno in forma episodica. Funziona? Non proprio.

L’incipit con le pagine di un libro che vengono sfogliate ricorda le sequenze introduttive di alcuni prodotti Disney, e infatti capiamo ben presto di assistere a delle favole nel West delle origini, una specie di Racconto dei racconti con pistole e canzoni. Sei parabole dai toni e dai personaggi molto diversi tra loro, la cui truculenza miscelata al fantastico rievoca le fiabe dei fratelli Grimm. Ci sono i cowboy, le praterie, gli indiani e le sparatorie, ma l’impostazione è dissacrante. La prima avventura, con il Buster Scruggs di Tim Blake Nelson, non si vergogna di esagerare: un pistolero menestrello strimpella la chitarra nel deserto e infrange la quarta parete, rivolgendosi al pubblico. È maestro tanto nel canto quanto nei duelli, e infatti ammazza gli sfidanti senza pietà, intervallando gli omicidi a siparietti cantati che si fanno sempre più assurdi.

La musica, specialmente quella country, è una delle passioni dei Coen e accompagna pedissequamente le peripezie dei protagonisti, quando non sono loro stessi a esibirsi con l’ugola. Dissipate le pretese di realismo, rimangono storie che esulano dagli standard di genere, dove gli attori non sono archetipi ma delle macchiette, parodie dei vari sceriffi, banchieri, cacciatori di taglie e cercatori d’oro. Gli episodi sono parte del medesimo (e impossibile) universo ma, a parte il tema della morte, hanno poco in comune e nonostante l’autoconclusività non vanno da nessuna parte. La componente surreale diventa a volte prepotente, senza prendersi la briga di contestualizzare cose, luoghi e persone. Ogni pillola western, nella sua autoreferenzialità, trasuda una certa inclinazione al cazzeggio e non sappiamo quanto l’effetto sia voluto.

La situazione migliora nei racconti più minimal, con pochi dialoghi e qualche lampo di emozione. Bella e sintetica la sequenza con James Franco nei panni di un rapinatore sfortunato, che ha la peggio di fronte a un vecchio banchiere armato di padelle. Drammatica e profonda la storia dell’artista mutilato Harry Melling, costretto a dipendere in tutto e per tutto dall’impresario di Liam Neeson, un uomo con velleità da ciarlatano che lo trascina di città in città, guadagnandosi da vivere con un teatrino itinerante. Piacevole e visivamente ricercata anche l’avventura di Tom Waits, anziano cercatore d’oro in una valle incontaminata. Una parentesi bucolica che calca la mano sui temi della volontà e dell’ingiustizia. Più lenti e vaghi gli altri spezzoni, in primis le disavventure della giovane Alice (Zoe Kazan) in una carovana di coloni, che vanno di pari passo con un corteggiamento impacciato; lo scontro con i pellerossa e l’epilogo cinico riescono però a recuperare terreno.

La parte finale, con un gruppo di sconosciuti in carrozza, si svolge quasi per intero in uno spazio opprimente. Sfiorati da scorci che non sfigurerebbero in Transilvania, i passeggeri  dissertano sulla vita e la morte mentre vengono metaforicamente accompagnati agli inferi da un cocchiere/Caronte. Chiusura abbastanza tediosa che si svolge come una schermaglia verbale a turni prestabiliti, un po’ come la conversazione tra preti e rabbini in Ave, Cesare! davanti a uno smarrito Josh Brolin. Analogamente alla precedente pellicola sulla Hollywood della Guerra Fredda, si percepisce una logorrea zoppicante, il desiderio dei Coen di perdersi nei loro dialoghi, ora troppo didascalici, ora asserviti alle metafore. Un altro esempio di come una regia di pregio non sia sufficiente a tenere in piedi la baracca.

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