GLASS – Shyamalan, perché mi hai abbandonato?

L’inaspettata trilogia di M.Night Shyamalan è arrivata alla fine: Glass chiude il cerchio iniziato con Unbreakable (2000) e proseguito con Split (2016). E lo fa malissimo.

di Cristiano Bolla

 

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È davvero uno strano caso, quello del Dottor M. Night e Mister Shyamalan. Salito alla ribalta a cavallo del millennio, si è fatto una meritata fama di regista con una visione, attento ai colpi di scena e pronto a conquistare lo spettatore. Lo ha fatto con il suo insindacabile Il Sesto Senso, ci ha messo del suo in The Village e sì, diamine, voglio annoverare tra i suoi film riusciti anche Lady in The Water. Dopodiché, si è perso in una spirale di robaccia non ben definita, fino a far saltare tutti i suoi strenui fan dalla sedia con il finale di Split. Molti, me incluso, speravano che quello Shyamalan twist fosse il suo modo per dire “I’m back, bitch!” e perciò le aspettative per Glass erano alte.

Glass è la chiusura di una trilogia iniziata nel lontano 2000 con Unbreakable, un gioiello di film, sia per contenuti che per regia. In Glass si ritorna a quelle atmosfere e soprattutto a quei personaggi: gli annunciati ritorni di Bruce Willis e Samuel L. Jackson si uniscono a James McAvoy, protagonista del sequel che nessuno si aspettava. Ci sono tutti, adesso: l’Uomo Indistruttibile (Unbreakable), il Ragazzo Diviso (Split) e l‘Uomo di Vetro (Glass). Una ricetta che sembrava avere tutti gli ingredienti giusti, prima che Shyamalan decidesse di aggiungerci un po’ di suola di scarpa, un pizzico di polvere di amianto e per sì e per no ci sputasse dentro, per dare più sapore.

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C’è del buono, come in quasi ogni cosa che porta la firma di Shyamalan. Nello specifico, nell’universo introdotto diciannove anni fa da Unbreakable, c’era un’ottima e interessante riflessione sul significato ontologico dell’essere supereroi, questo ben prima che i cinecomics conquistassero il mercato. C’era, inoltre, una chiave di lettura che faceva proprio il linguaggio dei fumetti e lo metteva in bella mostra sullo schermo, ne decodificava gli stilemi per offrirli ad una storia in cui l’elemento sovrannaturale era sempre costantemente in dubbio. David Dunn ha dei superpoteri? Se sì, allora ad ogni eroe corrisponde un cattivo. Questa era la bellezza di Unbreakable, un film con tempi dilatatissimi, in cui l’azione non era al centro della storia, quanto lo spunto riflessivo che ci stava dietro.

Due anni fa, guardando Split, ho sentito la stessa cosa: per tutto il tempo si rimaneva in bilico se credere o non credere che questa fantomatica Bestia fosse qualcosa di reale o meno. Molto Shyamalan, per dirla alla Stanis. Lo Shyamalan twist finale, ha confermato quella sensazione e la speranza di poter tornare a respirare quelle atmosfere.

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E invece no: istantanea alla fine di Glass

In Glass succede, ma a metà: i tempi sono sicuramente quelli visti in Unbreakable, mentre il contenuto sembra quasi una contraddizione di se stesso. Shyamalan in due film ci ha fatto pensare che sì, i supereroi esistono, ma ora è tempo di dubitarne nuovamente e domandarci se non siamo stati tutti, protagonisti inclusi, suggestionati da questa idea. Uno spunto narrativo che mi ha fatto mettere comodo sulla poltrona, per la serie “avevi la mia curiosità, ora hai la mia attenzione”. Salvo poi sprofondarci, amaramente, sempre di più, minuto dopo minuto, un abisso di dolore e di “ma che cacchio sto guardando?”.

Perché Glass a metà film esplode in mille pezzi o, se preferite, si sgonfia con una sonora pernacchia. Gestione dei tempi e degli spazi confusionarie e povere scenograficamente, personaggi improbabili come la dottoressa interpretata da Sarah Paulson che sostanzialmente fa due cose: dice frasi come “l’amore è il superpotere, la terapia più efficace” e spiega tutto il possibile senza nessun motivo. Per capire il livello di assurdo: i protagonisti sono in un ospedale psichiatrico con centinaia di telecamere, ma due soli inservienti che per giunta fanno i turni. Glass è pieno di queste brutture, questi inciampi che distruggono qualsiasi buono spunto narrativo che potesse proseguire la scia di Unbreakable.

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“E lì è dove ci manderanno dopo aver visto questa scena”

È impossibile vedere Glass senza essere stati prima attirati dall’universo di Shyamalan: non è un film che si regge da solo e ha bisogno di essere accompagnato dagli altri due, specie dal primo, perché se ne capirebbero molto meglio intenzioni e ritmi. Lo spreco visto in questo film rende quasi del tutto indifendibile Shyamalan e la sua modalità di racconto: dopo un inizio sfolgorante, la sua carriera si è accartocciata su se stessa, ha provato a risollevarla con queste ultime fiammate di speranza, ma si è bruciato completamente la possibilità di passare, nuovamente, dal lato giusto della storia. Glass forse è un film che si fa guardare, ma arrivando con diciannove anni di preparazione e di premesse, e avendo come base un film di altissimo livello contenutistico e registico, la delusione che lascia è cocente.

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Lo so, Haley Joel, lo so. Anche a me viene da piangere.

I colpi di scena a ripetizione finali di Glass, invece che passare per il tipico tocco del regista, sembrano più quell’ennesimo tormentone di un vecchio comico che ormai non fa più ridere, ma che si ostina a fare, sperando di trovare ancora qualcuno cui strappare una risata. Che peccato, Shyamalan.

Più che un twist, una caduta di faccia.

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