BIRD BOX – Perché il mostro invisibile funziona

Non vedere mostri in un film di mostri non è un male. Cerchiamo di capire perché.

di Carlo Neviani

Anche la redazione di Monster Movie ha visto e apprezzato Bird Box, l’horror targato Netflix con Sandra Bullock. Come in A Quiet Place (QUI la recensione), da cui sembra essersi in parte ispirato, se non fosse che è tratto da un romanzo meno recente, il pericolo è di natura sensoriale: chi guarda muore. A questo punto attendiamo un terzo film post-apocalittico dove il mostro colpisce solo chi ascolta: così avremmo una “trilogia delle tre scimmie saggie: non vedo, non sento, non parlo” 🙈🙉🙊

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Quella che segue non sarà una recensione ma, com’è intuibile dal titolo, una breve analisi sul perché “il mostro invisibile” funziona. Perché sì, in Bird Box, la presenza mostruosa che spinge al suicidio chiunque la veda, non appare mai sullo schermo. Gli unici indizi sulla sua forma vengono da alcuni disegni. Per il resto vediamo solo un forte vento quando è nelle vicinanze, alcuni suoni inquietanti e il cinguettare degli uccellini: il titolo viene appunto da una scatola con dei pappagallini, gli unici in grado di annunciare l’arrivo del pericolo.

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1. Identificarci con i protagonisti. Per sopravvivere, Sandra Bullock e amici, si bendano gli occhi e si barricano in casa. Percepiscono il pericolo estremo senza vedere alcun mostro (non è nemmeno chiaro si tratti di mostri, forse è più “una presenza”), ma solo notando gli effetti catastrofici causati: gente che si uccide lanciandosi dalla finestra, buttandosi sotto un camion e via dicendo. Ha perfettamente senso che lo spettatore percepisca paura in modo analogo al personaggio principale. Senza vedere.

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2. Stimolare la fantasia. Se siete lettori affezionati di Monster Movie conoscete già il nostro dogma: la fantasia dello spettatore è il miglior effetto speciale. Potrei citare centinaia di film, soprattutto monster, che ne fanno un punto di forza. Dico Lo Squalo come esempio classico. In Bird Box questa caratteristica è portata al massimo, ed è un bene. Certo, vedere un po’ di mostri non è un male, e spesso e volentieri è una gioia per gli occhi se compaiono caricando la tensione nei tempi giusti (esempio: La Cosa di Carpenter) ma… Facciamo un gioco: immaginate Signs senza che si vedano gli alieni e The Mist senza quei mostri ridicoli. Come dite? Potrebbero diventare film migliori? Ecco.

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3. Risparmiare il cash. Una motivazione che potrebbe sembrare banale, ma ricordiamo che il cinema è prima di tutto un’industria. Fare mostri belli ha un costo, che si tratti di CGI o practical effects. Di conseguenza con circa 20 milioni di budget occorre capire dove è meglio investire e risparmiare nell’economia della storia. Preferisco che la paura prenda forma con i movimenti di camera, la fotografia, gli attori e le musiche, piuttosto che vedere il primo piano di un “mostro economico”.

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4. Metafora. Quante volte negli horror un mostro rappresenta qualcosa di più profondo? Un’esternazione delle paure che assalgono i personaggi, o più in generale noi, nelle nostre vite? Malorie, la protagonista del film interpretata dalla Bullock, nei primi minuti in cui compare in scena è preoccupata per una gravidanza indesiderata. Poi arriva l’apocalisse, resta chiusa nella classica casa con degli sconosciuti, ognuno con i suoi traumi e le sue paure, specchio del pericolo che “sta fuori”, in una sorta di agorafobia condivisa. Ogni snodo narrativo porta Malorie ad abbracciare la sua maternità, fino alla risoluzione nell’epilogo. Se il mostro rappresenta la sfida di diventare madre, perché è invisibile? Forse proprio perché avere un figlio porta con sé un futuro incerto, possibilmente con difficoltà e sacrifici se considerato in ottica negativa. Per essere madre occorre la forza di compiere “un salto alla cieca”, e quando Malorie si convince di essere mamma (per tutto il film chiama i bambini boy e girl) fa letteralmente questo “salto”. Per arrivare in un luogo, esteriore ed interiore, in cui non ha paura di vedere: un futuro con i suoi figli.

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