STRANGER THINGS 3 – Back to the ’80s, tra cose strane e tanto horror

Tempo di tornare nel ɐɹdosoʇʇos: con la terza stagione di Stranger Things riscopriamo le atmosfere degli anni’80, assieme a tanto, tanto horror.

di Cristiano Bolla

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Vaglielo a spiegare a Raf che la risposta alla sua domanda “Cosa resterà di questi anni ’80?” alla fine è “praticamente tutto“, specie grazie ad una serie diventata vero e proprio fenomeno mediatico come Stranger Things, arrivata alla terza stagione. Una serie, quella creata dai fratelli Duffer, che ha aperto i confini della nostalgia, attingendo a pienissime mani in un repertorio vastissimo e di sicuro appeal per un pubblico di 30/40 anni, ma in grado anche di appassionare fasce di età più giovani grazie ad un comparto tecnico di primo livello. Dunque, dove eravamo rimasti con le Stranger Things?

Alla fine della seconda stagione, Eleven era riuscita a chiudere la porta per il ɐɹdosoʇʇos, impedendo al mostruoso Mind Flayer, che era riuscito a entrare nel corpo dello sfigatissimo Will Byers, di entrare nel nostro mondo. Il cliffhanger dell’episodio finale, tuttavia, mostrava proprio il mostro in agguato, dall’altro lato del ɐɹdosoʇʇos, mentre i nostri si godevano il ballo di fine anno e nuovi amori uscivano allo scoperto.

Proprio da qui riparte la terza stagione di Stranger Things: dai limoni. In realtà riparte, in pieno stile anni ’80, dalla presentazione dei cattivi: grandi, grossi, cattivi e sovietici, l’archetipo più in voga di quegli anni. Ma subito dopo ecco i limoni timidi, impacciati ma felici che Eleven e Mike si cambiano, per la gioia dello sceriffo Jim Hopper. Nei primi episodi, prima che le cose diventino strane come da titolo, ci vengono ripresentati i ragazzi e la cittadina di Hawkins (e qui si riconferma lo spielberghiano assioma bambini+paesini = casini), ma con qualcosa di diverso: a cambiare le cose non sono solo le tempeste ormonali, ma anche il nuovo scintillante centro commerciale Starcourt, emblema del turbo-capitalismo americano che ha messo in ginocchio la piccola imprenditoria americana (“guarda mamma, come Fusaro!”).

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“Turbo-che?”

Le Stranger Things non tardano ad arrivare e nello specifico si abbattono sul cattivo “umano” della seconda stagione, il bello bullo Billy. Dopo un incidente stradale, si ritrova trascinato in uno scantinato da un essere mostruoso, perché ovviamente i conti con gli esseri del ɐɹdosoʇʇos non sono ancora chiusa. Quindi basta limoni, si torna al lavoro.

Nella recensione della prima stagione lodavamo questo mash-up tra fare televisione moderno e cultura anni ’80, mentre già con la seconda avevamo leggermente storto il naso perché il giochino non sembrava aver funzionato altrettanto bene. La terza stagione Stranger Things non sposta di una virgola le considerazioni sulla serie: solida, con una scrittura divertente e che tiene bene le varie linee narrative per poi arrivare ad un finale esplosivo, il tutto infarcito di riferimenti e citazioni più o meno evidenti. Il problema, semmai, è che questa stagione è molto ricalcata sulla seconda da sembrarne una copia-carbone, o più semplicemente una seconda parte. Stranger Things 2.5. 

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“Quindi… ti è piaciuta o no?”

Che sia un modo per chiudere tutti i conti che erano rimasti in sospeso oppure perché è una stagione di transizione (i ragazzi stanno crescendo, è probabile che con la prossima assisteremo ad un salto di qualche anno), gli snodi narrativi di questa nuova stagione ricalcano parecchio quelli della scorsa: il Mind Flayer, lo scontro con Billy e via dicendo. Tutto, inoltre, fila eccessivamente liscio per tutti, con meno colpi di scena che in passato, anche se non manca affatto la tensione, data da una virata ancora più netta verso l’horror.

Sì, perché se da un lato la serie inizia con citazioni a Bryan Adams, dall’altro diventa presto l’ennesimo omaggio a film come La Cosa, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, L’Invasione degli Ultracorpi, Zombie e via dicendo. C’è tanto Carpenter, molto Romero e una buona dose di Terminator (nella sua versione russa). Come nella seconda stagione, anche qui il rischio è che la serie si leghi troppo al citazionismo, tanto da diventare solo un grande “ah sì, qui succede come in [INSERIRE FILM ANNI ’80]“, ma per ovviare a questa deriva, i Duffer hanno inserito qualche elemento più attuale.

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Attuale = GIRL POWER.

Tutto il filone narrativo dei primi episodi dedicato all’amicizia tra Eleven e Max, sempre il pegno che i Duffer pagano al movimento che da due anni ha condizionato in parte la scrittura dei personaggi femminili. Eleven e il suo “I make my own rules” vanno in questa direzione, ma senza che questo rappresenti una forzatura eccessiva. Ecco, non è il momento girl power in Endgame, per intenderci. Il resto è un insieme di gag offerte dalla nuova Premiata Ditta composta da Steve, Dustin, Erica e Robin (interpretata dalla figlia di Ethan Hawke), di gran lunga i momenti più teen e divertenti della stagione. Sì, uno spin off dedicato a loro ci starebbe eccome.

Una parola anche per il povero Will Byers, che mentre tutti limonano a destra e a manca, pensa solo a D&D: non arrenderti, Will, hai ragione tu, le donne vanno e vengono, ma un d20 naturale in una prova di carisma è per sempre. E non è vero che crescere significa per forza lasciarci alle spalle le cose che ci hanno fatto divertire e stare bene da bambini, possono far parte di noi anche “da grandi”, qualsiasi cosa voglia dire.

Una stagione molto horror, una storia sulla falsariga della seconda, ma anche un bel finale molto commovente. Stranger Things continua a essere tante cose: alcune strane, altre molto nostalgiche, altre ancora forse ripetitive, ma tutte belle da vedere.

Chiudo così, con uno omaggio senza contesto.

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Stranger Things. Il Libro Ufficiale Copertina rigida

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