BESTIARIO D’ITALIA: Leggende del Friuli-Venezia Giulia

La nostra raccolta di creature mitologiche e misteri friuliani.

di Matteo Berta, Alessandro Sivieri e Giovanni Siclari

Bentornati fra noi per un’altra spedizione alla scoperta del sovrannaturale italiano! In questo capitolo ci spostiamo nell’estremo Nord-Est per esplorare il folklore del Friuli Venezia Giulia! Oltre a confinare con l’Austria e la Slovenia, è il lembo di terra più a settentrione bagnato dal Mare Adriatico. Un punto di incontro e scambio tra le popolazioni latine, germaniche e slave, in grado di offrire paesaggi naturali e impervie cime alpine. Insieme al Veneto e al Trentino forma l’area storico-geografica denominata Triveneto. Fu teatro della sanguinosa guerra italo-austriaca del 1915 e già in epoca romana veniva attraversata da spedizioni militari per garantire all’Impero il controllo delle regioni orientali. Ricca di dialetti e idiomi neolatini, ha un patrimonio artistico notevole e contiene circa 124 castelli, antichi palazzi e fortezze. E per quanto riguarda le leggende? Vi basti sapere che, avendo integrato tradizioni europee così variegate, il Friuli non lesina né sui fantasmi né sulle creature mostruose. Vediamo nel dettagli i nuovi protagonisti del nostro Bestiario d’Italia!

A quanto pare nelle foreste friulane si annidano innumerevoli tipi di folletti. Alcuni di essi si limitano ad abitare nella natura incontaminata, avendo cura degli alberi, mentre altri sono più dispettosi e si spingono nelle case per giocare brutti scherzi agli umani. Non mancano i fantasmi dal cuore spezzato, con la triste e solitaria Dama Bianca che percorre nottetempo le stanze del castello di Duino. Spettri senza pace albergano nei palazzi, mentre nelle strade provinciali si verificano addirittura incontri ravvicinati del terzo tipo! Orchi ingordi e uccelli infernali completano l’offerta mostrifera di una regione tutta da scoprire. Che dire? Gettiamoci nella mischia!


GLI SBILFS

Gli Sbilfs, accostabili ai classici folletti dei boschi, sono protagonisti di molte leggende della Carnia, regione storico-geografica del Friuli. Abituati a passare inosservati, sembra che abitino nel sottobosco, in particolare nella cavità degli alberi, anche se non disdegnano di stare più vicino all’uomo, per esempio in stalle e fienili. Sono di piccole dimensioni e molto intelligenti, oltre che burloni. Hanno un umorismo simile a quello dei bambini e amano fare scherzi, che diventano più seri se qualcuno osa tagliare un albero senza motivo. Si vestono prevalentemente di rosso e sono golosi di latte e farina di mais. Tra i loro poteri pare che vi sia l’invisibilità e possono scegliere se mostrarsi o meno a qualcuno. Le persone di buon cuore e i bambini hanno più possibilità di incontrarli.

Il loro umore è abbastanza volubile e spesso si danno un nome in base al carattere, alla zona in cui vivono o agli scherzi che fanno. Questo significa che si dividono in più tipologie: il Licj annoda fili e corde nelle case; il Brau ama scucire vestiti e tendaggi; il Bagan, che abita le stalle, rovescia i secchi di latte e nasconde gli attrezzi; il Maciarot, dispettoso e vestito di rosso, vive nelle ceppe di faggio e si mimetizza con l’ambiente che lo circonda; il Pamarindo blocca il passaggio ai viandanti gonfiandosi a dismisura. Ve ne sono di più crudeli, come Boborosso, che provoca incubi ai bambini. Molto simile a quest’ultimo è il Cianciut, di aspetto grassoccio, che si siede sulle persone addormentate. Una variante interessante è il popolo dei Gurlùz, ora estinto. I suoi membri rubavano cibo dalle cucine per saziare il loro appetito. Costruirono un castello per metà interrato, dove era custodito un ricco tesoro. Pare che un esercito straniero li uccise tutti, ma il tesoro non fu mai ritrovato.


LA DAMA BIANCA

In provincia di Trieste, su uno strapiombo a ridosso del mare, sorgono le rovine dell’antico castello di Duino, conosciuto anche come la Rocca della Dama Bianca. Ultimato nei primi anni del 1400, secondo la leggenda fu abitato per molto tempo da un cavaliere e dalla sua amorevole sposa. Il loro non era un matrimonio felice: il cavaliere era una persona meschina e non perdeva occasione per ferire la fanciulla con parole sprezzanti e gesti crudeli. Lei, innamorata, sopportava stoicamente le sofferenze. Nonostante le attenzioni di parecchi corteggiatori, ella non aveva occhi che per il marito, anche quando quest’ultimo si allontanava per qualche battaglia.

Un giorno, dopo aver bevuto più del solito, il nobile si arrabbiò per i presunti tradimenti della donna ed escogitò un piano per liberarsene: la attirò sotto le mura della rocca e la gettò giù dalla scogliera. Mentre precipitava, incredula, la sposa emise un agghiacciante grido di disperazione. Pare che quell’urlo la pietrificò, trasformandola in una grande roccia bianca, di forma umanoide, ancora visibile ai piedi del castello. Da allora, a notte fonda, si dice che la dama si aggiri per stanze e i corridoi delle rovine, scomparendo e apparendo per tre volte. C’è anche chi afferma di aver visto un candelabro acceso, sospeso nel nulla, vagare nei dintorni.


L’ORCOLAT

Un essere mostruoso, simile a un orco, indicato dai friulani come la causa dei terremoti. Ricorre spesso nelle favole della Carnia e vive in una caverna nelle montagne, precisamente ai piedi del monte San Simeone. Ogni volta che si muove bruscamente, causa scosse nel terreno. Pare che un giorno, mentre portava il suo bestiame al pascolo, trovò dei funghi e li mangiò. Essendo velenosi gli causarono il mal di pancia e lo fecero cadere in un sonno profondo. Durante la pennichella un’orda di briganti scese dalle montagne per compiere razzie, incendiando svariati villaggi. Disturbato dal frastuono, l’Orcolat si svegliò e cacciò i malviventi. Avendo saputo della cosa, gli abitanti salirono alla caverna per portare doni all’orco, ma lo trovarono addormentato e circondato da migliaia di farfalle. A quel punto gli abitanti di Bordano dipinsero un sacco di farfalle sui muri delle loro case, in modo che l’Orcolat, per non distruggerle, camminasse in punta di piedi.

Un racconto alternativo vede un complotto degli abitanti locali per liberarsi dell’Orcolat, reo di causare troppi danni ai villaggi circostanti. Essendo ingordo gli capitava spesso di sottrarre bestiame ai pastori. Inoltre con gli starnuti scoperchiava i granai e causava esondazioni quando si lavava nei fiumi. Un giorno i paesani, esasperati, si radunarono in una taverna per trovare una soluzione. Un baro di professione, chiamato Tite, escogitò un piano. Il giorno dopo, preso un carretto carico di vino, andò dall’Orcolat e gli disse che se lo avesse sconfitto a briscola, avrebbe avuto diritto al vino nel carretto e a tutta la riserva alcolica del villaggio.

La partita iniziò e Tite, per la prima volta in vita sua, dovette barare per riuscire a perdere, dato che l’Orcolat non era certo una cima. Entusiasta della vittoria, l’Orcolat si scolò l’intero contenuto del carretto. I paesani arrivarono carichi di botti e le depositarono, come promesso, nella caverna del mostro. Di fronte a tanta abbondanza, l’Orcolat non seppe resistere e bevve fino a svenire. Approfittando della cosa i contadini bloccarono l’entrata della grotta con delle pietre. Quando l’orco si svegliò e comprese la situazione, era troppo tardi. Ancora oggi è intrappolato nella caverna, battendo i piedi e i pugni sul tavolo. Mentre causa terremoti pensa ancora all’inganno di Tite.


L’UCELAT

Si narra che nelle lande dei Monti Musi, zona prealpina della Val Resia, viva un volatile mostruoso che terrorizza i viaggiatori. Secondo il mito, un cacciatore si recò nella località di Rio Bianco all’alba, per catturare degli uccelli. La giornata sembrava promettente, ma una pioggia di sassi dalle pareti rocciose distrusse tutte le trappole e gli attrezzi. Nello stesso momento il Monte Canin si illuminò di fiamme. Si udivano ululati e rumori di catene. Il cacciatore, impaurito, cercò di fuggire dal suo riparo ma incontrò l’Ucelat. Un essere gigantesco, dotato di grandi ali e con i tratti di un cavallo, che aveva sradicato un albero per gettarlo sul sentiero, bloccando la strada all’uomo. Il cacciatore si ricordò di avere in tasca un oggetto benedetto a Pasqua e lo brandì contro il mostro, che si dileguò senza fargli del male. Non sappiamo se l’uomo ebbe mai il coraggio di tornare a caccia in quei monti, che pare siano infestati ancora oggi da uccelli infernali e dalle anime dei dannati.


LA CREATURA DI MORTEGLIANO

Un presunto caso di incontro ravvicinato del terzo tipo, risalente al 2012 e verificatosi in una strada isolata nella località di Mortegliano, in direzione Codroipo. La vicenda ha avuto un seguito notevole sui media locali e nazionali, andando a scomodare esperti ufologi e opinionisti televisivi. Secondo la ricostruzione, un ragazzo di nome Leonard era alla guida della sua BMW a notte fonda. Superata una rotonda, notò una coda di auto ferme davanti a lui e, pensando a un incidente, scese a controllare munito di torcia. Gli occupanti delle auto sembravano atterriti da qualcosa e non avevano alcuna intenzione di avventurarsi all’esterno. Proseguendo lungo l’asfalto, al termine della fila notò una figura umanoide, alta quasi quattro metri, che percorreva la strada avanti e indietro senza curarsi degli automezzi. Avvicinandosi e illuminando la sagoma con la torcia, osservò diversi dettagli dell’essere: aveva le gambe muscolose curvate in avanti, piedi rialzati con quattro dita, braccia lunghissime e una testa a forma di pallone da rugby.

La creatura, a questo punto classificabile come aliena, si girò verso Leonard e protese un braccio, come se volesse toccarlo. Gli automobilisti erano paralizzati dal terrore e nessuno chiamò i soccorsi e registrò video, dato che gli smartphone erano stranamente fuori uso. A un certo punto un’auto proveniente dalla direzione opposta iniziò a lampeggiare, spaventando l’essere, che si dileguò rapidamente nei boschi. Il ragazzo rese pubblica la sua storia e da quel giorno in zona si verificarono eventi insoliti: malfunzionamenti della rete elettrica, luci sconosciute nel cielo e malesseri che colsero alcuni testimoni della nottata.

Leonard affermò addirittura di custodire un “ricordo” dell’incontro, ovvero una sfera metallica, fredda al tatto, materializzatasi vicino all’auto e che emetteva un bagliore alla presenza dell’alieno. Ancora oggi non vi sono prove fotografiche a sostegno della storia e da più parti si parla di bufala. C’è chi afferma che la creatura fosse uno struzzo fuggito da un allevamento poco distante. La vicenda creò comunque una sorta di isteria collettiva e riportò l’attenzione del pubblico sugli avvistamenti UFO in Italia.


LA CARROZZA DI BOSCO ROMAGNO

Un racconto ambientato nel Bosco Romagno, che si trova tra i centri abitati di Corno di Rosazzo e Cividale del Friuli. Si narra che nell’Ottocento, durante la notte di capodanno, uno sconosciuto a bordo di una carrozza con dodici cavalli scappava da una banda di ladroni che volevano rapinarlo. Complici la fretta e la scarsa visibilità, il cocchiere finì insieme al suo passeggero in un pozzo senza fondo, che ancora oggi si trova nel parco, ovviamente circondato da una recinzione. Da allora ogni 31 dicembre, a mezzanotte, si sente la carrozza correre nel bosco, con rumori di zoccoli, frustate e la voce del cocchiere fantasma, che incita i cavalli ad andare più in fretta.


I FANTASMI DI FAGAGNA

A quanto pare nel castello di Villalta di Fagagna, in provincia di Udine, si aggira un ectoplasma. Parliamo della giovane Ginevra di Strassoldo, vissuta a metà del ‘300 e unita in matrimonio con l’amato Odorico di Villalta. A dire il vero in tenera età era stata promessa in sposa a Federico di Cuccagna, nobile legato al patriarca di Aquileia. Ginevra però si invaghì di Odorico dopo averlo conosciuto a un ballo e si confidò con il padre. Quest’ultimo, assecondando i sentimenti della figlia, ruppe il patto con i Cuccagna e permise ai due giovani di sposarsi. Dopo le nozze, Federico volle riprendersi Ginevra come stabilito anni addietro e mise sotto assedio il castello di Villalta, approfittando dell’assenza di Odorico. Ginevra, al cospetto del rampollo dei Cuccagna, si trasformò in una splendida statua di marmo, poiché l’amore non può essere forzato.

Venuto a sapere del rapimento, Odorico radunò i cavalieri a lui fedeli e si riprese la rocca, uccidendo Federico in duello. Giunto in cima a una torre, trovò Ginevra trasformata in statua e si disperò. Grazie alle sue lacrime la ragazza riprese le fattezze umane e i due si riunirono pieni di gioia. La felicità ebbe vita breve, poiché Odorico partì in guerra e Ginevra lo aspettò invano fino alla morte. Ancora oggi, nelle notti di plenilunio, si odono i lamenti della dama. Ginevra non è però l’unico fantasma locale: nella casaforte La Brunelde si aggirerebbe lo spettro di Marco d’Arcano-Moruzzo, nobile che non volle arrendersi ai veneziani che nel 1420 conquistarono il Friuli. Dopo una strenua resistenza, volta anche a proteggere le proprie ricchezze, venne catturato e decapitato per la sua fedeltà al patriarca. Si racconta che nel forte compaia il suo fantasma, con la testa sottobraccio, per vegliare sul tesoro nascosto.


LE INDEMONIATE DI VERZEGNIS

Siamo nel 1878, in una cittadella montana chiamata Verzegnis, nei territori della Carnia. In primavera decine di donne del paese, di età compresa tra i quindici e i vent’anni, iniziarono a manifestare comportamenti deliranti: urlavano, imprecavano, si rotolavano a terra ed emettevano suoni raccapriccianti. Durante le crisi manifestavano una forza fisica notevole e rischiavano il soffocamento per via dei movimenti compulsivi. Alcune di esse si risvegliavano poco dopo senza ricordare nulla dell’accaduto. Il caso ebbe rilevanza internazionale, scatenando un dibattito tra il clero e gli psichiatri. La medicina, in particolare la psichiatria, stava prendendo piede rispetto alle credenze ancestrali e alla religione.

Il giovane Stato italiano vedeva il caso di Verzegnis come un problema maggiormente legato all’ordine pubblico, per cui le donne vennero trasferite forzatamente in un ospedale di Udine, con tanto di intervento dei carabinieri. C’è da dire che nemmeno le preghiere e i rituali di esorcismo promossi da parroci e vescovi sortirono alcun effetto sulle poverette. Dal lato scientifico, i sintomi vennero ricondotti a una sorta di isteria collettiva, se non di istero-demonopatia, ovvero una condizione mentale alterata, dovuta a presunte possessioni demoniache. La natura del fenomeno resta inspiegabile, ma è certo che in questa battaglia strumentale tra gli scienziati delle grandi città e la superstizione locale, le vittime rimangono queste ragazze.


LA MARI DA NOT

La cosiddetta Madre della Notte è un’inquietante strega che appare solo tra il calar del sole e l’alba. Infesta principalmente le valli in provincia di Udine, dove fa da spauracchio per i bambini che non si comportano bene. Stando ai racconti, questa megera appare come un’ombra enorme, dall’aspetto indefinito, ma c’è anche chi dice di averla vista in carne e ossa, con indosso una veste nera e un grembiule sbrindellato. Non opera da sola, infatti si fa accompagnare dagli spiriti maligni durante le sue scorribande notturne. Il suo obiettivo? Trovare dei bambini cattivi da mettere nel suo sacco. La sorte degli infanti, una volta catturati, rimane ignota, ma i presupposti non sono certo piacevoli. Nel caso non trovi delle vittime, scompare in una nuvola di cenere.


ATTILA

Parliamo proprio del leggendario re degli Unni, soprannominato anche Flagellum Dei. Essendo il Friuli affacciato sull’Oriente, era esposto alle invasioni di diversi popoli, tra i quali Ostrogoti, Visigoti, Longobardi, Avari, Franchi e Turchi. Attila, a differenza di altri condottieri barbari, si dimostrò astuto e misericordioso con le popolazioni sottomesse. Una condotta che lo distanzia da Cesare, autore di svariati genocidi. Eppure i racconti popolari lo dipingono come una bestia. Nell’immaginario friulano, Attila acquisisce addirittura connotazioni mostruose e sovrannaturali: era figlio del demonio, aveva un muso canino e abbaiava tre volte prima di esprimersi in una lingua comprensibile. D’altro canto, nella mitologia il cane è spesso associato agli inferi. Ovunque Attila passasse con il suo cavallo, non cresceva più l’erba per sette anni. Pare che incendiò le rovine di Aquileia, cittadina romana vicino a Udine, e che fece spargere il sale sul terreno per renderlo sterile. Pare che esista ancora un pozzo dove i ricchi romani, assediati dagli Unni, nascosero le proprie ricchezze prima di morire.


LE FATE FRIULANE

Oltre alle streghe e ai folletti dispettosi, esistono creature leggiadre e gentili. Ci riferiamo alle Fate, o Favis, maggiormente diffuse nella Bassa e verso il Veneto. Queste fanciulle sono splendide e vestono di bianco. Escono nottetempo per lavare i panni, ballare e giocare con una pallina d’oro. Se si riesce a trovare una di queste palline, si otterranno ricchezze per tutta la vita, purché si mantenga il segreto sul suo ritrovamento. Si racconta che nei pressi di Cordenons, provincia di Pordenone, una pastorella stava portando le pecore al pascolo, quando vide un manipolo di Fate intente a giocare. Non appena la videro, si dileguarono, ma nella fretta a una di loro sfuggì di mano la sfera dorata. La pastorella la cercò per ore nell’erba, ma non riuscì a trovarla.

Le Fate, se rispettate, hanno tendenze amichevoli verso gli umani e li ricompensano con dei doni. Un vecchietto di Tiezzo veniva costantemente rifornito di tabacco da una Fata. Aiutavano le filatrici regalandogli dei fili che raddoppiavano di misura. Si dice che a Montereale Valcellina le Fate accompagnassero e proteggessero le donne che si alzavano a notte fonda per falciare l’erba. Certo, molte persone le temevano perché non erano umane e cercavano di scacciarle. In questi casi esse diventavano vendicative come i folletti. Esiste una loro versione malvagia, ovvero l’Anguana, la Fata dell’Acqua. Troverete molte informazioni a riguardo nel Bestiario regionale dedicato al Veneto.


LA BORA

Questo forte vento, che influisce pesantemente il clima locale di Trieste, ha connotazioni femminili ed è oggetto di un mito. In tempi remoti il Padre dei Venti girava il mondo insieme ai suoi figli. Tra questi vi era Bora, la più bella. Un giorno, giunta su un altopiano a strapiombo sul mare, ella si allontanò per giocare con le nuvole e vide una grotta. Incuriosita vi entrò e incontrò l’argonauta Tergesteo. Tra i due fu amore a prima vista e vissero sette giorni di passione sfrenata. Il padre Vento la cercò per giorni, finché non la trovò avvinghiata all’uomo. Per la rabbia vi si scagliò contro e lo gettò contro le pareti della caverna, uccidendolo. Bora scoppiò a piangere disperatamente, al punto che ogni sua lacrima diventava pietra.

Fu così che l’altopiano iniziò a ricoprirsi di roccia e nacque il Carso. Il padre Vento voleva quindi proseguire il cammino, ma Bora non voleva saperne. Odino allora ordinò a Vento di partire senza la fanciulla, che voleva restare nel luogo del suo grande amore. Madre Natura, impietosita dalla morte del giovane Tergesteo, fece nascere la pianta del sommacco, dai fiori scarlatti. Il corpo dell’argonauta venne ricoperto di pietre e conchiglie fino a diventare una collina, sulla quale gli uomini costruirono la città di Tergeste, poi chiamata Trieste. Ancora oggi Bora soffia impetuosa sul luogo della sua disperazione, perché ogni anno rivive quei fatidici giorni.


I BENANDANTI

Intorno al XVI secolo si costituirono nel Friuli delle congreghe di guaritori, ispirate alle tradizioni pagano-sciamaniche del Nord Europa. I Benandanti erano portatori di fertilità e avevano il compito di proteggere i villaggi e il raccolto dalle streghe. Se un neonato nasceva avvolto nel sacco amniotico, era suo destino diventare un Benandante. Pare che avessero poteri magici, come fuoriuscire dal corpo in uno stato gassoso o tramutarsi in piccoli animali, qualità che li rendono affini agli stregoni. Potevano vedere i morti in processione e ascoltarne la voce. Le donne in particolare avevano visioni di parenti o amici defunti da poco, specialmente durante il periodo mestruale. Il loro culto aveva un certo spirito di indipendenza e rifiutava l’autorità altrui. Nonostante la reputazione di “maghi buoni“, la Santa Inquisizione li dichiarò eretici e in pochi decenni si perse ogni traccia di loro.


I GURIUTS

Nei dintorni di Palauro sorgeva il castello di Dierico, prima che nel ’76 un terremoto lo distruggesse. Pare che sotto le sue macerie sia custodito un tesoro, sorvegliato da gnomi chiamati Guriuts. Si dice che questi esseri siano molto protettivi, quindi è meglio prestare attenzione quando si percorre la vecchia strada romana che porta alle rovine. I Guriuts hanno le braccia pelose e sono armati di coltelli avvelenati. Si appostano nei cespugli lungo il sentiero per piantare le lame nei polpacci degli sfortunati viandanti. Un tempo questi gnomi vivevano sulla cima di un colle, in un insediamento preromano (Cjastelir), ma nel 1915 un decreto regio ordinò l’ammodernamento delle strade, quindi i Guriuts si ritrovarono con le case distrutte dai picconi e fuggirono altrove. Può darsi che il racconto del castello sia un monito per tenere a bada gli escursionisti inesperti.


I POLTERGEIST DI PALAZZOLO DELLO STELLA

A una trentina di chilometri da Udine è situato un paesino chiamato Palazzolo dello Stella, che all’inizio degli anni ’80 fu protagonista di un fatto di cronaca dai risvolti paranormali. In una casa del paese si manifestarono dei fenomeni riconducibili ai Poltergeist. Sembra che la famiglia di inquilini comprendesse un bambino, al quale lo spirito era particolarmente legato. Le azioni del fantasma erano di natura fisica, come far volare stoviglie, scrivere messaggi sui muri e spostare piastrelle. In questi casi vi furono diversi testimoni oculari. Perfino il sindaco e i carabinieri si mobilitarono per trovare il presunto autore degli scherzi, ma senza concludere nulla. Venne contattato un esorcista e sul fatto si espressero anche dei parapsicologi. Stando alle voci di paese, nell’800 la casa o parte di essa era adibita a macello. Un giorno i fenomeni cessarono per non ripresentarsi più, ma fuori dalla casa rimane una targa a testimoniare l’accaduto.


I LICANTROPI DI SAN GIORGIO

Nel 1897 avvenne un’aggressione sospetta a San Giorgio della Richinvelda. Un frequentatore di osterie, chiamato Leonardo Zavagno, ebbe a che dire con un compaesano di nome Sante Tesan, che improvvisamente gli saltò addosso e lo prese a morsi. A detta dei testimoni, Tesan sembrava una belva inferocita e ci vollero quattro uomini per riuscire ad allontanarlo, non prima che mozzasse il pollice a Zavagno. Nei giorni successivi la ferita si aggravò e nemmeno l’intervento di un medico riuscì a salvare Zavagno dalla morte. Nel 1899, in un’osteria udinese, vi fu una rissa tra giovani per motivi amorosi. Valentino Savio, di 27 anni, staccò con un morso il labbro inferiore al suo rivale.

Nello stesso anno, un viandante riferì di aver ricevuto un morso alla mano da un viandante che si diede alla fuga subito dopo l’aggressione. Un paio di mesi più tardi venne ricoverato all’ospedale un facchino per una ferita da morsicatura riportata durante un diverbio. Erano certamente tempi meno civili, dove in una rissa si poteva ricorrere a qualunque risorsa pur di abbattere l’avversario, ma è certo che la ferocia degli aggressori e la natura delle ferite fa tornare alla mente i famigerati licantropi, o perlomeno una peculiare epidemia di rabbia. Non vi sono indizi rilevanti su trasformazioni o sugli influssi della luna piena nelle vicende riportate.


IL PAVARÒ

Un folletto maligno diffuso nel Triveneto, di sgradevole aspetto a vedersi. Il suo nome deriva dal termine Pavor, che significa paura, a riprova della sua apparenza poco rassicurante. La testa è simile a quella di un grosso cane, con occhi ardenti che emettono bagliori infuocati. La sua enorme bocca è dotata di denti metallici. La coda è serpentina mentre le unghie sono artigliate. Abita nei terreni coltivati, specialmente quelli pieni di fave e fagioli. La sua occupazione è terrorizzare quei ragazzini incauti che calpestano le piante. Si veste con stracci rubati agli spaventapasseri, con tanto di cappello di paglia. Ha un falcetto affilato che sfrutta per mutilare gli intrusi più invadenti.


IL FISCHIOSAURO DI TIMAU

Il paesino di Timau, in provincia di Udine, conta circa 500 anime che parlano un particolare dialetto carinziano. Situato poco prima del confine con l’Austria, questo villaggio ha il suo Mostro di Loch Ness. Tutto ebbe inizio negli anni ’50, quando i locali iniziarono a udire un fischio acuto e straziante, proveniente dalla palude del borgo di Casali Sega. Il fischio sembrava non appartenere ad alcun animale conosciuto e si manifestava solo di notte, in diversi punti della palude Leitn. A quanto pare la bestia si spostava velocemente tra gli acquitrini e si nascondeva nella vegetazione per non essere vista. Gli abitanti della Carnia gli attribuirono il nome Fischiosauro, e presto la sua fama crebbe fino a renderlo un caso nazionale. Perfino La Domenica del Corriere ne parlò in un articolo del 25 Luglio 1954, cosa che spinse frotte di curiosi a venire anche dall’estero per sentire il curioso fischio e scovare l’animale.

Quest’ultimo veniva descritto come un rettile preistorico, o come un drago. Le testimonianze parlavano inoltre di occhi ardenti come braci, di artigli sulle ali per arrampicarsi sugli alberi, zampe palmate e un nauseante odore di zolfo. Le malelingue insinuavano che fosse una burla oppure una mossa di marketing architettata dal gestore di un locale per ottenere clientela. Un giorno il signor Pakai, conosciuto dagli abitanti del paese, si immerse eroicamente nella palude per trovare la bestia, e ne emerse qualche attimo dopo con una lunga biscia avvinghiata al braccio, che nulla aveva a che fare col Fischiosauro. Giornalisti accorsero in cerca di scoop, mentre vandali anonimi versarono litri di candeggina e altri liquidi tossici nell’acqua per avvelenare il mostro. Finché, un giorno, calò il silenzio a Timau e il fischio non venne più udito.


Ci auguriamo che nel tragitto non abbiate fatto arrabbiare qualche folletto o un’anima in pena, perché altrimenti dovremo cercare un Benandante su LinkedIn. La mole di esseri sovrannaturali del Friuli vi avrà senz’altro tolto l’appetito, quindi vi diamo appuntamento alla prossima abbuffata folkloristica. Gli impavidi non manchino di sfogliare il nostro catalogo di Bestiari o di approfondire le altre regioni nel Bestiario italiano principale. Vi ricordiamo che la nostra assicurazione non copre morsi o incantesimi, quindi andateci piano. Se conoscete altri racconti della tradizione friulana contattateci immediatamente e vedremo di pubblicarli!

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