Dalla Terra-828 arrivano i Jetsons con i poteri, guidati da uno con la mente poco elastica.
di Matteo Berta e Alessandro Sivieri

Attenzione, Terra-616 chiama Marvel. Ah no, è già stato detto tutto. Forse. Quindi esploriamo il Multiverso e atterriamo da un’altra parte per raccontare storie, poi incrociamo le linee temporali, facciamo taglia e incolla, amalgamiamo bene con il mestolo e speriamo che il botteghino dia una risposta positiva. Tutto questo per evitare un temibile nemico, più insidioso dei vari Thanos, Galactus, Doctor Doom e Jonathan Majors con problemi legali: la rottura di palle, la sensazione di averne avuto abbastanza. Avete presente quella bolla dei cinecomic di cui abbiamo già parlato nell’analisi di Superman? Ecco, il problema non nasce in uno Snyderverse che per vari motivi era in difficoltà già ai blocchi di partenza, ma da un Marvel Cinematic Universe che naviga a vista dal 2019.

Thanos mentre guarda il sole sorgere su un box office grato.
Infinity War e Endgame hanno segnato il picco delle avventure di Iron-Man, Captain America e soci, un dittico che miscelava l’action all’impronta epica delle saghe di serie A (la resa dei conti vuole offrirci il sapore dei campi del Pelennor) e che seguiva la crociata di Thanos, il Titano pazzo deciso a rimettere equilibrio nell’Universo. Terminata la visione, c’era nell’aria una sensazione di sazietà, insieme al ricordo di molti personaggi giunti alle ultime battute (specialmente il contratto di Chris Evans). Cosa fare adesso? Continuare a mungere, ovviamente. Si può andare alla ricerca di un antagonista ugualmente grande, capace di riunire i principali eroi del pianeta, e si può ricostruire una formazione di Avengers dalla cenere. Non dimenticatevi poi di esplorare le realtà alternative, le dimensioni parallele.

“Puoi cancellare le recensioni negative?”
Le spiegazioni del Dottor Strange, le peripezie di Loki e le zompate nel Regno Quantico sono servite a spiegarci che vale tutto e che la coesione narrativa potete ficcarvela in quel posto: noi prendiamo la versione del supereroe che ci serve, in quel momento della sua vita in cui ci serve, premurandoci di riempire di texture il costume. Il risultato? Alcune uscite, come Eternals e The Marvels, sono state gettate da una rupe dal pubblico. Altre, come No Way Home, hanno traghettato il Peter Parker di Tom Holland lontano dal rischio palude e hanno tenuto botta grazie a cammei e nostalgia. Sam Wilson non ha attecchito come portatore dello scudo in Brave New World – quello con Harrison Ford che fa le smorfie – mentre non è dispiaciuta la squadra sgangherata dei Thunderbolts che tenta di picchiare quell’essere semidivino chiamato Sentry. Alla prova dei fatti è innegabile che la Fase 4 e la Fase 5 pianificate da Disney abbiano camminato scalze nella valle dei chiodi. Non resta che giocarsi dei pezzi da novanta, invocati per anni insieme agli X-Men: i Fantastic Four. Lo sapete, erano apparsi nei primi anni del 2000 in un paio di film con tanti difetti e alcune chicche – Evans che faceva Johnny Storm, la sola presenza di Jessica Alba – a cui riserviamo un sorriso bonario. Sono tornati nel 2015 in una pellicola che ha praticamente distrutto la carriera di Josh Trank. E adesso è il loro momento in casa Marvel. Con Pedro Pascal. I supercriminali Matteo Berta e Alessandro Sivieri ve ne parlano mentre sono alla ricerca della città dell’Uomo Talpa.

LA FASE 6 AL SETTIMO CIELO
di Matteo Berta
Nel nuovo film dedicato ai Fantastici 4, la vera forza non sta nei poteri né nelle minacce cosmiche, ma nelle piccole cose: una famiglia disfunzionale che si arrabatta, si sostiene, si punzecchia, e soprattutto convive. È proprio lì che il film trova la sua identità.

L’apertura lo dichiara senza troppi giri: Reed Richards piega la sua tutina da supereroe mentre fruga in bagno cercando un unguento. A trovarlo, con l’aria rassegnata di chi lo fa da una vita, è sua moglie Sue. Un piccolo gesto quotidiano che dice tutto.

Sul piano estetico il film è un gioiello: ambientato in una Terra alternativa, mescola tecnologie avanzate con un design anni Sessanta che dona alla messa in scena un tocco rétro-futurista credibile e affascinante. Tutto, dalla fotografia ai costumi, dai veicoli ai dispositivi, rispecchia questa scelta stilistica con coerenza e gusto.

La colonna sonora firmata da Michael Giacchino accompagna con freschezza: nessun tema portante che rimane in testa, ma una presenza costante ed elegante che sostiene le sequenze con leggerezza calibrata.

Certo, la narrazione non è il punto forte: la trama si srotola in modo sbrigativo, quasi a voler solo fornire un pretesto per entrare nel mondo visivo del film. I conflitti sono accennati, i cattivi restano sullo sfondo, e lo sviluppo è più funzionale che coinvolgente. Ma in fondo ci si passa sopra, perché il contesto è davvero “figo”.

Il film riesce là dove molti reboot avevano fallito: prende i Fantastici 4 per quello che sono davvero, non come eroi perfetti ma come archetipi macchiettistici, un po’ fuori posto, che vivono di espedienti e dinamiche familiari, in bilico tra affetto e frustrazione.
È QUASI MAGIA JOHNNY STORM
di Alessandro Sivieri
C’è una famiglia che esplora le galassie e non stiamo guardando Lost in Space. Hanno dei poteri che li distinguono e li rendono utili a supportare il gruppo nella sua interezza, ma non sono gli Incredibili, sebbene Brad Bird si sia palesemente ispirato alla squadra in blu per il capolavoro dell’animazione made in Pixar. Bene, dopo un paio di pellicole con Jessica Alba attillata, dopo il disastro produttivo che ha smolecolarizzato Josh Trank, tornano i Fantastic Four, piazzati in una realtà alternativa chiamata Terra-828 in modo da muovere i primi passi (nel mondo genitoriale, perché il prologo riassume l’acquisizione dei poteri con ottima sintesi). È un asso che la Marvel doveva giocare da tempo, tra capitoli stand-alone che scricchiolano, spettatori che invocano i vecchi volti degli Avengers e la necessità di impostare gli eventi per l’avvento di Doomsday. Sì, avete capito, Kang è fuori gioco per violenza domestica e perciò si passa al Dottor Destino, uno dei villain più intelligenti e pericolosi dell’Universo Marvel, che avrà il volto di… Robert Downey Jr., senz’altro una scelta azzardata e un esordiente che non conosce nessuno. Ma questa è un’altra storia.

Dunque, i Fantastici Quattro sono gli unici eroi conosciuti di questa variante spazio-temporale e abitano nella loro versione della Stark Tower, salvaguardando l’umanità da avversari come l’Uomo Talpa e il Fantasma Rosso con le sue Super-scimmie. Farebbe ridere ma si tratta di antagonisti apparsi nei comics, in gran rispolvero nella cornice retrofuturista data alla pellicola: gli anni ’60 come non li ricordavate, un mix di pubblicità vintage e di tecnologia avanzata come macchine volanti e il robottino HERBIE. Matt Shakman, proveniente dal mondo delle serie TV, parrebbe pronto per l’etichetta infamante di regista prestanome, l’anonimo che si limita a dire “Sì!” agli studios, eppure tiene saldamente in mano il progetto, donandogli uno stile coerente e un’estetica che trasuda i colori accesi di Jack Kirby. È un immaginario alla Asimov con un pizzico di Fallout, tutto ricoperto da quel velo di leggerezza targato Disney. Vi sono addirittura delle sequenze in cui il direttore della fotografia viene preso da parte e supplicato affinché faccia delle inquadrature basate su Interstellar, cosa che porta a un trionfo di camera-car, panoramiche siderali e buchi neri con tanto di fionde gravitazionali. Mancava solamente Matthew McConaughey a interpretare La Cosa al posto del pur bravissimo Ebon Moss-Bachrach, alias “Cugino” nell’acclamato The Bear.

I F4, in quanto individui plusdotati, vivono sotto l’occhio dei riflettori che manco i Ferragnez dei tempi d’oro, fungendo da esempio di onestà e rettitudine in una società che non ha cancellato le divergenze ma le ha perlomeno limate. La Susan Storm di Vanessa Kirby (manifestazione emblematica dell’aggettivo “incantevole”) va perfino alle conferenze internazionali per favorire il dialogo tra le nazioni, sfoggiando un outfit da Ursula von der Leyen. Tra i quattro sembra esserci una chimica perfetta (dentro e fuori dal laboratorio), e ai muscoli affiancano la mente eccezionale, dato che sono tutti scienziati. Beh, in quanto supereroe avrai sicuramente un paio di dottorati nella tuta, come sosteneva Homer Simpson nel dire che anche Batman, in fondo, è uno scienziato.

Le carte in tavola cambiano quando Reed Richards (Pedro Pascal) e la moglie Sue si trovano di fronte a una sfida che Uomo Talpa spostati: un figlio, quando nemmeno ci speravano più. Nelle loro esistenze piomba Franklin Richards, che nei fumetti diventerà uno degli esseri più potenti in assoluto e che funge sia da MacGuffin che da Deus ex machina del film, un catalizzatore di eventi e di forze cosmiche che parrebbe solo capace di pisciarsi addosso, e invece guarda un po’ che razza di letture affronta prima dell’età scolare. Nota di demerito alla sua nascita in CGI nell’astronave, con un modello brutto quanto quello di The Flash. Intorno a lui la super-famiglia ruota, si riassesta, cambia le proprie priorità. Ed è questo il bello, perché First Steps mette ai margini le battaglie per servirci uno studio sui personaggi, peraltro rispettosi delle controparti cartacee nelle qualità esclusive e nel modo di agire.

Sue Storm, donna invisibile dalla immensa forza materna, è il vero perno della squadra, quella che riesce a correggere il tiro altrui e che non scende a compromessi con nessuno – nemmeno con gente più alta di un grattacielo – sull’integrità dei suoi valori e degli affetti. Johnny Storm (Joseph Quinn lanciato da quel franchise che non vogliamo citare per l’ennesima volta) è lo zio scemo e iperattivo che arde di desiderio per una surfista aliena. Ragazzi, non importa quanto la tinta bionda sembri farlocca, ci si gasa con Johnny Storm! Agisce d’impulso, è rumoroso, va in giro con la postura di un’action figure, e per la precisa volontà di rendere la Torcia Umana più sfaccettata non viene presentato come un donnaiolo pieno di sé, quanto come un ragazzo che si fa guidare dalle emozioni e che “va un po’ seguito” dagli altri tre per evitare guai. Il roccioso Ben Grimm sembra emerso dalle tavole di Kirby ed è quello più riuscito: a dispetto della pelle ruvida, una brava persona, il membro più maturo ed equilibrato del gruppo, che saluta sempre quando fa la spesa e ha una passione per la tizia di American Pie che presta servizio nella sinagoga locale.

Il credibile Hulk
Arriviamo infine a Prezzemolo Pascal, colui che è ovunque, è in ogni cosa, è il tipo con il casco che vi consegna le pizze, il vostro consulente finanziario e la vicina di casa sorda e un po’ rincoglionita che vi chiede dieci volte di fila di che marca fosse quel profumatore per ambienti che le avete prestato (in realtà non glielo avete prestato, se l’è messo in tasca poiché è pure cleptomane). Perché Pedro è così richiesto? Perché la gente lo ama, i caporioni di Hollywood lo amano e soprattutto perché deve monetizzare un successo raggiunto in decenni di gavetta. Sapete cosa c’è? Era l’unica scelta sensata per il Reed Richards del 2025. Mister Fantastic è l’uomo più geniale della Terra, è uno che passa le giornate rinchiuso a scrivere formule e che rispetta degli schemi rigidi sia nell’analizzare i problemi che nel rapportarsi con le persone.

Vediamo Pascal durante le interviste, con questi tic e lo sguardo perso nel vuoto a causa dell’ansia sociale, mentre Vanessa Kirby lo tranquillizza, e ci sembra ideale per dare vita a un cervellone di questa caratura. Richards ha una razionalità che sconfina nel distacco e può benissimo rientrare nell’ampio ventaglio dello spettro autistico. Lo notiamo quando non si capacita che siano avanzate due viti dal mobile dell’Ikea o quando va nel panico perché non conosce abbastanza il suo nemico. Pascal incarna queste sfumature e molto altro, celando a malapena il lampo fugace che gli ha attraversato la mente, cioè assecondare le folli condizioni di Galactus, anche se Susan sa com’è fatto e nota quel dubbio amletico, riportandolo sulla retta via. Una coppia scritta bene, con delle dinamiche che non sorvolano sulle insicurezze e i dissensi, che di solito portano alla rottura o a un consolidamento dei legami. Per dovere di cronaca, c’è un passaggio superficiale in cui Richards parla in mondovisione e sciorina alcuni dettagli che era meglio tenere segreti per il bene della famiglia. Un bel tacer non fu mai scritto, caro Reed, ma è un cambio di passo necessario alla sceneggiatura e ai conflitti che permeano la seconda metà del film, quindi non ci resta che adeguarci e fissarlo in cagnesco. Ok, sessione di terapia terminata, ora parliamo di una tipa metallizzata sulla tavola e del suo boss che ha scambiato lo Spazio per un all you can eat.

Mettiamo in chiaro le cose: l’araldo di Galactus non è Silver Surfer, ma lo è, nel senso che si tratta di Shalla-Bal, che nei fumetti è l’amante di Norrin Radd. La donna ha il corpo statuario di Julia Garner e non ci meravigliamo che Johnny Storm le cada ai piedi come una pera cotta, arrivando a condurre delle conversazioni… cringe. Shalla-Bal qui è una scienziata che lavora per Galactus in cambio della salvezza del suo pianeta d’origine e può contare sui poteri che rientrano nell’arsenale del suo vecchio partner. Non male per una stagista non pagata! Una figura che si rivelerà essenziale per le sue facoltà empatiche mai sopite e che è protagonista di un flashback dove si veste come Elsa di Frozen. Poi c’è lui, il divoratore di mondi, un Galactus molto fedele al design fumettistico, impersonato da Ralph Ineson. Quest’ultimo è attivo dagli anni ’90 ed è apparso, oltre che in saghe come Star Wars ed Harry Potter, in diversi lavori di Robert Eggers. Per l’occasione ha indossato l’ingombrante elmo del villain e si è impegnato in una delle cose che gli riescono meglio, cioè fare il vocione. Ah, poi si sporgeva dai cornicioni per contemplare i palazzi e sviluppare un complesso di gigantismo.

Il gigante di ferro
Dopo la sua comparsa una ventina d’anni fa sotto forma di nube cosmica, la Disney decide di giocarselo subito, vincendo la scommessa: gli unici difensori della Terra-828 si trovano a fronteggiare una minaccia che esula dalla loro attuale comprensione, un dio antico, una forza della natura, e viene da chiedersi se un Sentry o un Doctor Strange avrebbero davvero trovato un modo per battere il planetofago maximo in campo aperto. Potremmo parlare di vittoria di intenti, sebbene il premio fosse nella norma, non il trofeo di una maratona benefica di paese ma nemmeno un podio da Formula 1: i film precedenti del quartetto non facevano gridare al miracolo e, accanto a una confezione di buon gusto e a scelte azzeccate, rimane uno script soggetto ai limiti di un disegno più grande, una storia che rappresenta Gli inizi e ha perciò il sapore di un tutorial su come contestualizzare questi paladini vecchio stampo. In omaggio viene mostrato come coprire gli spigoli per rendere l’abitazione a prova di neonato. C’è poi l’immancabile messaggio di carattere pubblico, quello sul lavorare tutti insieme per preservare la nostra casa e sull’esigenza di restare umani: non si lascia indietro nessuno e la civiltà va a ramengo se sacrifichiamo un innocente per salvarne miliardi (non tutti altrettanto innocenti). Sì, è scontato, l’abbiamo già sentito, basta con ‘sti baci e abbracci. Oddio, forse non è il messaggio a essere scontato, siamo noi a essere diventati un pelino cinici nel frattempo.
