WOLF MAN – Il cucciolo di casa

Un confronto sui metodi educativi finisce a morsi e zampate.

di Alessandro Sivieri

*ATTENZIONE: CONTIENE LIEVI SPOILER*

wolfman blumhouse 2025 protagoniste

Il nostro vicino di casa è un po’ strano. Non è per il fatto che avrebbe un disperato bisogno di depilarsi o per i suoi canini incredibilmente affilati, è più per l’arrivo della luna piena, cosa che lo rende irritabile e gli fa compiere azioni di disturbo in tutto il vicinato: ulula sui tetti, rovista nella spazzatura, sotterra nel nostro giardino le ossa del pranzo di Natale. All’inizio pensavamo che fosse un Therian, una specie di nerd che si identifica con un canide, ma la situazione è peggiorata quando l’hanno beccato a mangiarsi il postino. Dopo interminabili chiacchierate ed emoji sulla chat di gruppo del quartiere, abbiamo concluso che potrebbe avere la Sindrome del lupo mannaro.

petrus gonsalvus ipertricosi

Attenzione, non si tratta della Ipertricosi, malattia clinicamente riconosciuta che a oggi ha colpito un centinaio di individui in tutto il pianeta: trattasi di una crescita anomala di peluria in ogni parte del corpo, che può manifestarsi alla nascita o nel corso della vita, provocando una serie di conseguenze spiacevoli. Il primo caso documentato è quello di Petrus Gonsalvus, originario delle Isole Canarie: lui e la sua sua famiglia erano affetti dal disturbo, e della vicenda si occupò perfino il naturalista italiano Ulisse Aldrovandi. Pur trovando l’argomento interessante, ci riferiamo a una questione più “mentale”, che nel tempo si è intrecciata con la superstizione e ha generato il licantropo folkloristico che conosciamo, una belva mutaforma, vittima di una maledizione o di una contaminazione del sangue. È indubbio che la luna piena abbia delle influenze ancora sconosciute alla scienza, ma da millenni ci sono stati un po’ di tizi che l’hanno presa un po’ sul personale, diventando degli sgranocchiatori disumani, anche se per poche ore.

licaone lupo mannaro artwork

La cosiddetta “licantropia clinica” è una condizione psichiatrica in cui la persona crede di potersi trasformare, spesso contro la propria volontà, in un lupo feroce, replicandone il comportamento e diventando talvolta un pericolo per se stessi e per gli altri. Tale concetto ha connotazioni antiche ed è presente in varie culture: basti pensare ai valori simbolici che i vichinghi attribuivano al lupo e alla sua natura selvaggia, indomita, solitaria. Miti, suggestioni primitive, tradizioni religiose formano una cornice dai bordi sfumati, tant’è che pure nelle regioni nostrane esistono riferimenti ai licantropi e al maleficio che li vincola. Come per i vampiri, i lupi mannari sono divenuti linfa vitale per il cinema e la letteratura horror, dai classici Universal con il grandissimo Lon Chaney Jr. a B-movie contemporanei che li vedono contrapposti proprio ai succhiasangue, come la saga di Underworld.

lincatropi nella saga di underworld

Vampiri, lupi mannari… due facce zannute della medaglia. Entrambi possono contagiare altri umani con il morso, sono guidati da pulsioni incontrastabili (la sete, la furia sanguinaria), hanno dei limiti in funzione del ciclo giorno-notte e perdono la familiarità con il quotidiano dei mortali. Dove stanno le differenze? I vampiri vengono rappresentati, specie nelle iterazioni moderne, come integrati nel tessuto sociale, manipolatori dai modi aristocratici che gestiscono il loro regno alla stregua di un sottobosco criminale; i licantropi, invece, sono “bestiali” per natura, sporchi e ringhianti, privi di raziocinio dopo la trasformazione e destinati a contorcersi in preda agli spasmi nelle foreste, nei vicoli putrescenti, nelle baracche di legno, durante quegli attimi cruciali di cambiamento. Proprio per questo la mutazione è la parte più grafica e conturbante della loro dimensione orrorifica, fornendo spunti per sequenze di body horror con l’impiego di trucchi prostetici (possono servire dalle tre alle sette ore di applicazione, quindi abbiate pazienza).

lon chaney jr licantropo uomo lupo 1941

Torniamo perciò a occuparci di Lon Chaney Jr., figlio d’arte di quel Lon Chaney che veniva considerato un pioniere del make-up cinematografico. L’attore, star del cinema muto, prese parte a film come Il fantasma dell’Opera e Il gobbo di Notre Dame, oltre al perduto London After Midnight di Tod Browning. Il suo erede non si dimostrò da meno e fece carriera nell’horror, arrivando a essere l’unica persona ad aver interpretato tutti e quattro i mostri che oggi consideriamo classici: la Mummia, Dracula, Frankenstein e, naturalmente, l’Uomo lupo. Mancherebbero il succitato Fantasma e il Mostro della palude, ma già così è una notevole collezione di ruoli.

lon chaney uomo lupo primo piano

Dunque, prendiamo la trasformazione di Chaney Jr. da semplice umano a licantropo, ottenuta tramite lunghe sedute per truccarsi e altre due o tre per rimuovere il tutto una volta terminata la giornata: il protagonista Larry Talbot subisce, pieno di angoscia, l’avverarsi della maledizione che lo muta in bestia, con gli arti inferiori che si ricoprono gradualmente di peluria, anche grazie a un uso della dissolvenza in fase di montaggio. Il malcapitato mieterà vittime tra gli abitanti del villaggio, risvegliandosi il giorno seguente in stato di confusione e ricordando, un pezzo alla volta, ciò che è accaduto. Subentrano la disperazione e il senso di colpa, in attesa della prossima luna piena, escogitando un piano per arginare ciò che ormai è un appuntamento inevitabile con il suo secondo io, con l’essere di pelliccia e denti affilati pronto a emergere.

lupo mannaro americano a londra john landis

Da allora la licantropia si è ritagliata una nicchia tutta sua nella cinematografia, portando alla creazione di veri e propri cult. Non possiamo, in proposito, tralasciare Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis, in cui si spinge l’acceleratore sull’agonia e la deformazione: il protagonista David si accascia in salotto, è preda di atroci dolori mentre il suo corpo diventa irriconoscibile. Spuntano peli e zanne, gli occhi si iniettano di sangue, il muso si allunga, le braccia e le gambe sembrano disarticolarsi e ricomporsi in modo differente, il tutto mentre la camera, con piglio quasi morboso, non ci risparmia nulla, e l’Uomo lupo lancia un’occhiata all’obiettivo mentre sta perdendo il senno.

jack nicholson in wolf

“Wendy? Sono il lupo cattivo!!”

Tra gustosi action-horror con Kate Beckinsale e un Wolf con Jack Nicholson (il quale, tocca dirlo, ha i lineamenti perfetti per la parte) siamo giunti a quello che si pone come remake ufficiale del classico anni’40: Wolfman del 2010, di Joe Johnston, con Benicio Del Toro a vestire i ferini panni di Lawrence Talbot. Oltre a essere un insuccesso al botteghino, il film ebbe vari problemi produttivi, fino ad arrivare a un costo complessivo di 150 milioni di dollari. Originariamente la regia spettava a Mark Romanek, ritiratosi poche settimane prima dell’inizio dei lavori a causa di divergente creative con lo studio. Johnston, chiamato come sostituto, ebbe poco tempo per mettere a fuoco il progetto e preparare le riprese in modo da rispettare la scadenza di 80 giorni posta da Universal Pictures. Alla colonna sonora doveva esserci Danny Elfman, ma le sue composizioni vennero scartate in favore delle partiture elettroniche di Paul Haslinger, giudicate dalla critica inadatte alle atmosfere gotiche della pellicola. Va bene, c’erano un po’ di problemi di gestione, ma il trucco e il parrucco com’erano?

wolfman benicio del toro 2010

La componente prostetica è vitale per una rappresentazione convenzionale del lupo mannaro, e per tenere alta l’asticella venne scelto Rick Baker, che si ispirò al design di Chaney Jr., attualizzandolo e ricercando un equilibrio adeguato tra l’antropomorfo e il lupesco (insomma, viaggia ancora su due zampe, ma minchia se è brutto e peloso). Benicio Del Toro ci mette del suo e confeziona una buona interpretazione, sia a livello posturale che espressivo, nonostante il make-up non certo facile da portare addosso. Un ingrediente sbilanciato nel mix sono gli effetti digitali, che si rivelano eccessivi e vanno a minare la credibilità della creatura, specie in quelle fasi di mutazione che nel film di Landis erano sanguigne, tangibili. Baker vinse comunque l’Oscar per il Miglior trucco nel 2011, mentre l’intera pellicola rimase impressa come una cartuccia sparata a vuoto. Fine dei giochi? No, non quando ci sono Jason Blum e Leigh Whannell, forti degli ottimi riscontri ottenuti con The Invisible Man.

uomo invisibile blumhouse 2020

Questo Uomo invisibile dava nuovo slancio alla storia, trasformandola in una messa in scena del gaslighting nei confronti della protagonista, quella Elisabeth Moss salita alla ribalta con The Handmaid’s Tale e apprezzata anche in High Rise (tutte opere in cui è incinta o rischia la gravidanza). L’Invisible Man di turno è uno scienziato che ha progettato una tuta rivoluzionaria, in grado di sfruttare la luce a proprio vantaggio per scomparire alla vista. La natura di tale “mostro” è perciò tecnologica. La genialità della sua mente è eguagliata solamente dalla sua crudeltà, perché Adrian Griffin – questo il nome del ricercatore – intrappola la sua fidanzata in una relazione fatta di ricatti, violenze e paranoie, arrivando a utilizzare la sua invenzione per perseguitare la donna. Facile passarla liscia quando nessuno può vederti, e perciò accusarti, mentre la Cecilia di Elisabeth Moss viene creduta pazza da tutti. Tramite una sapiente gestione dei tempi, ma soprattutto dello spazio filmico, Adrian è ovunque e in nessun posto; se ne respira la presenza in ogni frame, si teme che possa palesarsi e agire da un momento all’altro.

elisabeth moss invisible man 2020

Date le reazioni positive per un lavoro genuinamente ben fatto, la Blumhouse prosegue il piano di riattualizzazione dei grandi classici e decide che è il momento di tirare qualche zampata nei boschi. Si giunge perciò a Wolf Man, agli ululati lontani, al respiro affannoso di una belva che ti insegue al buio e all’inospitalità delle foreste, dove l’uomo crede che le armi da fuoco e la materia grigia possano trasformarlo in cacciatore… fino a quando una creatura uscita dai racconti horror non lo rende nuovamente una preda. Il film di Leigh Whannell parte in effetti come un racconto di caccia (a proposito, non perdetevi il nostro corto La Stagione di Caccia 3, che tratta proprio dei lupi mannari) e si evolve come un dramma familiare, tirando in ballo temi sociali di attualità proprio come in Invisible Man. Tra gli spunti di riflessione, il mutevole rapporto tra generazioni, i differenti metodi di educazione genitoriale e il riassetto dei ruoli di genere. Per esempio, adesso i maschi non devono più vergognarsi di piangere, di mostrare timore. Bene, figliolo, sappi che una volta bisognava essere dei duri, perché il mondo là fuori è pericoloso!

wolfman blake finestra 2025

Bene, possiamo essere tutti d’accordo su un fatto: il mondo è un postaccio brutto, sporco e spietato, anche senza licantropi. Non è detto che ci sia sempre qualcuno a salvarti le chiappe. Ci sono momenti in cui dovrai cavartela da solo, fare cose di cui non ti credevi capace, compiere scelte importanti. Quello su cui si può disquisire è il modo di insegnare tutto ciò ai figli, e qui entrano in gioco epoche e mentalità lontane tra loro, teorie pedagogiche, convenzioni sociali che si adeguano ai tempi. Alcuni scelgono la gentilezza e l’amore, altri il bastone e la carota, altri ti bastonano mentre si mangiano la carota. Non esiste una modalità perfetta di crescere i bambini, altrimenti la realtà in cui viviamo sarebbe pressoché priva di magagne, di violenze e di ingiustizie, ma è di certo preferibile spiegare le cose con un minimo di tatto piuttosto che generare traumi ed esporre subito la prole al peggio che l’esistenza ha da offrire. Qui inizia la storia del protagonista Blake Lovell (Christopher Abbott) e del suo papà che non va tanto per il sottile.

wolf man 2025 inizio del film

Grady Lovell (Sam Jaeger) tratta suo figlio in modo severo, gli insegna ciò che sa sulla sopravvivenza e sulle potenziali minacce che si aggirano intorno alla loro casa, al punto da provocare nel ragazzino uno stato di perenne ansia mista a soggezione. Non è chiaro il confine tra l’amore paterno e un’istruzione di stampo militaresco, atta ad addestrare Blake per renderlo un perfetto sterminatore di selvaggina. Il ragazzino assiste con soggezione alle conversazioni radio tra il padre e gli sconosciuti nella cantina, viene portato a cacciare nei boschi, addestrato a sparare. Non ci sono né il tempo né la sensibilità per la creazione di un vero e proprio legame affettivo, solo l’urgenza di crescere per fronteggiare le insidie (nella fattispecie, ignoti mostri zannuti).

blake bambino in wolf man 2025

I più maturi tra noi, specie quelli nati lontano dalle città, sanno che l’esposizione ai pericoli coincideva spesso con il terrorismo psicologico o con i rimproveri di fronte al fatto compiuto: ti veniva data la libertà di stare fuori tutto il giorno e farti male, ma se tornavi a casa sporco e con le ginocchia sbucciate prendevi il resto dai genitori; se sbagliavi era colpa tua, non di chi ti spiegava le cose; c’erano l’uomo nero e gli zingari che ti portavano via, spauracchi che sostituivano in modo pragmatico le questioni complesse. Poco dialogo, tanti moniti. Vero, si tratta di casi limite che non ci consentono di giudicare intere categorie di mamme e papà, ma nei resoconti dei nonni le dinamiche familiari diventavano ancora più triviali: maneggiavi qualcosa di pericoloso? Bene, solo un avvertimento a mezza voce, “Non così”. Se accade qualcosa ti arrangi, caro mio. E le coraggiose opposizioni a certi “No” ricevevano in risposta soltanto dei “Perché no”.

wolf man 2025 blake

Molto tempo è passato, Blake è cresciuto e si è costruito una vita a San Francisco, facendo praticamente il papà a tempo pieno con la figlia Ginger (Matilda Firth), alla quale cerca di non far mancare nulla. La sua figura di padre e marito è influenzata dal passato e, comprensibilmente, cerca di non essere come suo padre, aspetto che guida la seconda parte del film. Blake è una persona in apparenza mite e vuole contenere il suo temperamento anche nei riguardi della moglie Charlotte (Julia Garner, la surfista d’acciaio), donna forte e in carriera. Tra i due c’è una certa distanza emotiva, ma cosa ci può essere di meglio per rinsaldare i legami di famiglia di una gita nella residenza del nonno? A Blake arriva la notizia di morte del padre, perciò decide di tornare a dare un’occhiata nella casa dove è cresciuto, in mezzo al nulla.

wolf man 2025 julia garner e christopher abbott

Dall’abbandono della civiltà all’arrivo nelle campagne, è uno spostamento tra cerchi concentrici. A ogni step ci si lascia alle spalle un luogo ostile e avvolgente (macchia d’alberi, pareti di casa, serre, cantine). Una volta entrata nella foresta, la famiglia è intrappolata in una dimensione oscura, dove sembra che ci sia qualcosa pronto a saltare fuori per addentarci le caviglie (in effetti i vicini di casa col fucile possono destare dei sospetti). Una figura non meglio identificata fa uscire di strada l’auto e ferisce Blake, costringendo il gruppo a rifugiarsi nella stamberga e sigillare le uscite. Ha inizio quello che è il vero e proprio cuore della pellicola, un insieme di sequenze che presentano dei tratti da home invasion e da zombie movie: una creatura cerca di entrare con la forza, e a far sì che la tensione non cali bastano delle silhouette attraverso le assi di legno e un sound design di prim’ordine.

wolfman lupo mannaro automobile 2025

La minaccia, però, cresce anche in quel “mammo per sempre” alla Mrs. Doubtfire che ha traumi irrisolti, che voleva fare del suo meglio come padre e coniuge, lasciandosi la rabbia alle spalle… quella rabbia che sembra averlo contagiato come una malattia. L’uomo ha la febbre, perde i denti, non riesce più a parlare e, in ultima, non comprende le parole altrui. Il decorso di questo “virus” ha tratti innegabilmente zombeschi, solo che non ci sono Cillian Murphy o Brad Pitt a puntare un fucile nel caso l’infetto sfugga al controllo, c’è una famiglia che vive, metaforicamente, il dramma dell’incomunicabilità, della violenza e del distacco. Ha stato il patriarcatoh? È l’allegoria di una regressione sociale? Come lettura non è campata per aria, ma si tratta in primis di una storia horror, e diamine se funziona!

blake lovell wolf man 2025

Mi hanno buttato in mezzo ai lupi e ne sono uscito capofamiglia.

L’approccio low budget fa sì che per raccontare la metamorfosi di Blake si ricorra a espedienti concreti, non a una pirotecnica esplosione di pelliccia in CGI, perciò preparatevi a una manciata di chicche: un POV del mostro che vede la moglie e la figlia come prede, in stile thermal vision di Predator, e una scena in cui Blake sente dei colpi assordanti al piano di sopra; credendo che sia il lupesco intruso, sale a controllare e scopre che era solo un ragno sulla parete, amplificato da un senso dell’udito non più umano.

lupo mannaro wolfman blake lovell trasformato

L’ultimo atto vira dal body horror intimo a uno scontro con il proprio retaggio, tra bestia e bestia, tra nonno nazionalista che ai pranzi di famiglia inneggia ai muscoli e papà che vorrebbe lasciarsi tutto alle spalle, ma è contagiato a tal punto che Dio solo sa se sia in grado di trattenersi o prendere decisioni autonome. Niente pallottole d’argento, niente influenza della luna piena, piuttosto l’agonia di un malato in peggioramento e la bravura di un Christopher Abbott, che interpreta con un effetto impressionante le fasi esistenziali del suo personaggio: Blake perde le sovrastrutture mentali fino a rosicchiarsi il braccio ed emettere versi gutturali, mentre in moglie e figlia si fa strada l’idea che quello sia un punto di non ritorno. Cosa rimane da fare? Un gesto estremo, forse; il colpo brutale che si pone al limite tra l’autodifesa e l’atto di pietà.

julia garner con fucile wolfman 2025

Dal punto di vista narrativo non ci sono le basi per atteggiarsi da remake del 1941, nessuna attinenza con la storia di Larry Talbot. Non c’è neanche l’intenzione di elevarsi ad arthouse horror dei tempi recenti, di vendersi come opera che fa di ogni gesto un simbolo, di ogni fotogramma una simmetria. Giunti fin qui, sembra di trattare una incarnazione filmica di Balto, quello che non è cane, non è lupo, sa soltanto quello che non è. Il DNA lupesco, in realtà, è presente nel pregevole trucco prostetico, nella resa finale della creatura assai vicina a quella di Chaney, e alla volontà di concentrarsi sulla performance attoriale invece che su una vicenda di più ampio respiro, sull’allargamento di una cornice che a questo tipo di script non avrebbe giovato: non c’è una comunità nel panico, non c’è un villaggio che viene attaccato, c’è una bambina che ti osserva e si domanda se il suo papà sia ancora lì, da qualche parte. Il mostro, insomma, è quello che ti ha cresciuto, il depositario della tua fiducia dal momento in cui sei nato. E se questo non vi fa salire un brivido

wolf man film 2025 ragazzina ginger

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