Quante cose si possono capire di un padre quando si ha un’ora d’ossigeno e si è intrappolati nello stomaco di un capodoglio?
di Matteo Berta

È questa, in fondo, la singolare premessa di Whalefall – Nella balena, il survival thriller diretto da Brian Duffield e tratto dall’omonimo romanzo del 2023 di Daniel Kraus, che ha collaborato anche alla sceneggiatura. Un film che dietro una situazione apparentemente assurda nasconde una storia sul lutto, sulla memoria e su quanto possa essere complicato fare pace con le persone che abbiamo amato, ma che forse con cui non abbiamo condiviso abbastanza. Jay Gardiner, interpretato da Austin Abrams, è un giovane che decide di immergersi nelle acque della California per recuperare i resti del padre Mitt, interpretato da Josh Brolin, morto suicida. Un rapporto difficile, il loro, segnato da conflitti e incomprensioni che continuano a tormentare Jay anche dopo la scomparsa del genitore. Ma quella che dovrebbe essere un’immersione per chiudere un capitolo doloroso si trasforma in una lotta per la sopravvivenza quando il ragazzo viene accidentalmente inghiottito da un gigantesco capodoglio. Con appena un’ora d’ossigeno a disposizione, dovrà trovare una via d’uscita da un ambiente che nessun essere umano dovrebbe conoscere così da vicino.

Il primo grande merito di Whalefall è il sound design, probabilmente uno degli elementi più riusciti dell’intera produzione. Visto in una sala con un impianto audio di qualità, meglio ancora se Dolby Atmos, il film diventa un’esperienza quasi fisica. Il rumore dell’acqua, le vibrazioni, i suoni prodotti dal gigantesco animale e la percezione di uno spazio che cambia continuamente dimensioni e consistenza costruiscono un ambiente sonoro nel quale lo spettatore finisce per sentirsi realmente immerso. La discesa nell’oceano, tanto letterale quanto metaforica, è resa con notevole efficacia anche dalla regia di Duffield e dalla fotografia. Le profondità marine appaiono immense e opprimenti, affascinanti e terrificanti allo stesso tempo. La macchina da presa alterna spesso il punto di vista del protagonista a primissimi piani del suo volto: da una parte siamo costretti a guardare ciò che vede Jay, dall’altra ne osserviamo le reazioni, la paura, la rabbia, il disorientamento. La sensazione di claustrofobia è sorprendente, soprattutto considerando che tutto nasce dall’immensità di uno degli ambienti più vasti del pianeta. Ci si perde insieme al protagonista e, poco alla volta, si cerca di ritrovarsi con lui.

Interessante anche la scelta musicale, meno scontata di quanto si potrebbe immaginare. Da un film che punta così tanto sul realismo sensoriale sarebbe lecito aspettarsi una colonna sonora discreta, quasi relegata sullo sfondo per lasciare spazio ai rumori naturali. Le musiche di Joseph Trapanese, invece, sono molto presenti e non hanno alcuna intenzione di passare inosservate. La partitura mescola sonorità elettroniche e orchestrali, intervenendo con decisione soprattutto nei passaggi più emotivi, talvolta sottolineandoli con una certa enfasi. Una scelta che contribuisce a distinguere l’esperienza fisica di Jay dal suo percorso psicologico, anche a costo di sacrificare qualcosa alla sobrietà. Per circa un’ora Whalefall è soprattutto tensione pura. La progressiva diminuzione dell’ossigeno, l’impossibilità di orientarsi e la continua ricerca di una soluzione rendono la sopravvivenza del protagonista una questione quasi personale anche per chi guarda. Poi il ritmo cambia. Lo spettatore comincia inevitabilmente ad abituarsi a quella situazione inizialmente inconcepibile e il racconto si sposta verso territori più introspettivi.

È una trasformazione voluta, non necessariamente un difetto. Il film trova nel complesso un buon equilibrio tra survival e dramma familiare, ma perde parte dell’immediatezza e dell’urgenza che caratterizzavano la prima metà. La fuga dalla balena lascia progressivamente spazio a un’altra fuga, quella di Jay dai ricordi e dal complicato rapporto con il padre. Josh Brolin interpreta Mitt Gardiner con grande personalità, dando vita a un padre ossessivo, autoritario, profondamente legato al mare e alle proprie convinzioni. Un uomo che ricorda, per certi aspetti, il capitano Achab di Moby Dick: dominato da un’ossessione capace di condizionare non soltanto la propria esistenza, ma anche quella di chi gli sta accanto. Eppure Mitt non è semplicemente un padre incapace di comprendere il figlio. Sembra avere una certa consapevolezza del bene e del male che gli sta trasmettendo, pur rimanendo prigioniero del proprio carattere e delle proprie contraddizioni.

Altrettanto convincente è Austin Abrams, soprattutto quando la sceneggiatura gli permette di lavorare per sottrazione. Nei silenzi, negli sguardi carichi di risentimento e nei momenti in cui Jay sembra incapace persino di accettare l’idea di aver amato suo padre, l’attore restituisce un’interpretazione credibile e intensa. Opposto allo spavaldo e macchiettistico personaggio che ha interpretato nell’ultimo Resident Evil. Meno efficaci, invece, alcuni passaggi apertamente catartici, nei quali i dialoghi tendono a spiegare troppo e l’emozione perde parte della propria spontaneità. Il rapporto tra padre e figlio viene ricostruito attraverso numerosi flashback, talvolta realistici, altre volte idealizzati, immaginari o esplicitamente simbolici. È un espediente necessario per comprendere la storia di Jay e il peso che il passato continua ad avere sulla sua vita, ma alla lunga rischia di diventare insistente. Alcune sequenze sembrano voler ribadire concetti che il film aveva già espresso con chiarezza attraverso le immagini o le interpretazioni. E non sempre serve spiegare allo spettatore, una seconda o terza volta, ciò che aveva già capito alla prima.

Al di là di queste riserve, Whalefall offre diversi spunti di lettura, soprattutto se osservato attraverso il rapporto che la letteratura ha sempre costruito tra l’uomo e le grandi creature marine. Il richiamo più evidente è a Moby Dick di Herman Melville, ma sarebbe interessante accostare il film anche a Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. In entrambe le opere, pur con significati molto diversi, l’animale finisce per assumere un valore che va ben oltre la sua natura biologica. Per Achab, il capodoglio bianco diventa l’incarnazione di tutto ciò contro cui sente di dover combattere; per Santiago, il gigantesco pescione è un avversario degno di rispetto, attraverso il quale misurare la propria resistenza e la propria dignità.

In entrambi i casi è l’essere umano ad attribuire all’animale significati che appartengono, prima di tutto, alla propria esperienza. Qualcosa di simile accade in Whalefall. Il capodoglio non è semplicemente un mostro dal quale fuggire, né un antagonista dotato di una volontà malvagia. È una creatura che segue la propria natura, del tutto indifferente ai problemi del ragazzo che ha accidentalmente inghiottito. Eppure il suo significato cambia continuamente, seguendo l’evoluzione psicologica di Jay e del rapporto con il padre. Una minaccia iniziale che finisce per assumere un ruolo molto più complesso, quasi a diventare uno specchio delle paure e dei conflitti irrisolti del protagonista. Ma c’è un’altra tradizione narrativa alla quale il film sembra idealmente appartenere: quella del ventre di una gigantesca creatura marina come luogo di trasformazione e rinascita. Il primo riferimento è naturalmente quello biblico di Giona, che trascorre tre giorni e tre notti nel ventre della balena prima di essere liberato. Un’esperienza che assume il significato di un confronto con se stesso e con la propria fede, un passaggio attraverso l’oscurità dal quale emergere con una nuova consapevolezza.

E come non pensare a Pinocchio? Nel romanzo di Carlo Collodi è il terribile pescecane (Monstro), diventato una balena nell’immaginario popolare grazie soprattutto al film Disney, a inghiottire il burattino. È proprio al suo interno che Pinocchio ritrova Geppetto, trasformando quella prigionia nel momento decisivo di un ricongiungimento tra padre e figlio. In Whalefall il riferimento assume un significato ancora diverso: Jay non ritrova fisicamente suo padre nel ventre dell’animale, ma è lì che torna a confrontarsi con lui attraverso i ricordi, le parole e gli insegnamenti che si porta dietro. La via d’uscita non può essere soltanto fisica. Per sopravvivere, il protagonista deve affrontare anche ciò che per anni ha cercato di respingere.

Il capodoglio diventa così una sorta di luogo sospeso tra la morte e la vita, nel quale il ragazzo è costretto a misurarsi con il proprio passato prima di poter immaginare un futuro. C’è poi un aspetto che il film suggerisce attraverso le immagini e che merita particolare attenzione: il mondo sommerso ci appare spesso alieno, quasi non appartenesse al nostro stesso pianeta. Le profondità oceaniche sono popolate da creature dalle forme sorprendenti, governate da condizioni ambientali lontanissime dalla nostra esperienza quotidiana. Un universo che tendiamo a percepire come separato, quando in realtà è parte integrante dell’ecosistema terrestre. Non serve cercare forme di vita su mondi lontani per incontrare qualcosa di sconosciuto: ne abbiamo un’immensa varietà sotto la superficie del mare. Ed è proprio lì che si possono osservare alcuni degli esempi più affascinanti dell’interconnessione tra gli esseri viventi. L’oceano non è un mondo a sé, ma un sistema fondamentale per gli equilibri biologici e climatici dell’intero pianeta.

A questo proposito, il titolo stesso del film contiene forse la sua metafora più interessante. In biologia marina, whale fall, letteralmente “caduta della balena“, è il termine utilizzato per descrivere ciò che accade quando la carcassa di un cetaceo sprofonda sul fondale oceanico. Il corpo dell’animale diventa una straordinaria fonte di nutrimento per gli organismi degli abissi, dando origine a comunità biologiche che possono prosperare per anni, talvolta decenni. La morte di un gigante, in sostanza, diventa una possibilità di vita per innumerevoli altre creature. È un fenomeno naturale affascinante, che rende evidente quanto gli equilibri del nostro pianeta siano interconnessi, anche in luoghi apparentemente remoti e inaccessibili. E nel film questo concetto assume un significato profondamente personale.

La morte di Mitt non cancella ciò che il padre ha lasciato al figlio. In mezzo ai conflitti, ai comportamenti difficili e alle ferite di un rapporto mai davvero risolto, sopravvivono conoscenze, esperienze e insegnamenti che Jay ha assimilato nel corso degli anni. Proprio quelle nozioni che a lungo aveva associato a una figura ingombrante possono diventare decisive nel momento in cui deve lottare per salvarsi. Non significa assolvere Mitt dalle proprie responsabilità, né giustificarne le scelte. Significa piuttosto riconoscere la natura contraddittoria di ciò che ereditiamo dalle persone che ci hanno cresciuto. Un padre può lasciare ferite profonde e, nello stesso tempo, qualcosa che continuerà ad avere valore nella vita di un figlio. Come accade con una balena che, anche dopo la morte, contribuisce alla sopravvivenza di altre creature, così l’eredità di Mitt continua a esistere attraverso Jay.

Dal punto di vista visivo, il film accompagna queste riflessioni con una rappresentazione dell’oceano e dei cetacei particolarmente convincente. Il contributo della Industrial Light & Magic agli effetti visivi e il lavoro della Weta nella realizzazione degli ambienti fisici e degli elementi organici permettono di dare concretezza a situazioni che, raccontate a parole, sembrerebbero difficili persino da prendere sul serio. Naturalmente, il realismo scientifico ha i suoi limiti. La possibilità che una persona finisca nella bocca di una balena, tuttavia, non appartiene soltanto alla fantasia. Nel giugno 2021 il pescatore subacqueo Michael Packard, al largo del Massachusetts, raccontò di essere rimasto intrappolato per circa trenta secondi nella bocca di una megattera, prima di essere espulso dall’animale.

Le megattere, infatti, hanno un esofago troppo stretto per consentire il passaggio di un essere umano. Il capodoglio, invece, possiede caratteristiche anatomiche differenti e potrebbe teoricamente inghiottire una persona, anche se un simile evento rimane estremamente improbabile e non esistono casi documentati di sopravvivenza nel suo stomaco. La realtà, insomma, si ferma decisamente prima del film. Ma il merito di Duffield è proprio quello di costruire un contesto visivo e narrativo talmente solido da rendere credibile, almeno mentre siamo seduti in sala, anche ciò che sappiamo essere altamente improbabile. Il risultato è un’opera che riesce a coinvolgere su più livelli, pur senza mantenere la stessa intensità per tutta la durata. La prima parte è un survival teso, claustrofobico e tecnicamente impressionante; la seconda privilegia il racconto emotivo e simbolico, con qualche eccesso di spiegazione che finisce per appesantire una storia già molto eloquente. Il finale rimane coerente con il percorso compiuto dal protagonista e con ciò che il film ha cercato di raccontare fin dall’inizio. E nel corso della vicenda trova spazio anche una sequenza centrale di straordinaria efficacia cinematografica, che preferisco non anticipare e che, da sola, merita una parte dell’attenzione riservata a questo film.

Whalefall resta dunque un ottimo film, capace di coniugare un comparto tecnico di grande qualità con una storia che non si accontenta della propria spettacolare premessa. Non tutti i passaggi emotivi raggiungono la stessa forza delle sequenze più fisiche e immersive, ma il viaggio di Jay conserva un’identità precisa e una sensibilità che lo distinguono da molti altri racconti di sopravvivenza. In fondo, la sua intuizione più riuscita è quella di raccontare un figlio che, per salvarsi, deve affidarsi proprio a ciò che ha passato gran parte della vita a rifiutare. E il significato del titolo finisce per riassumere tutto questo con una semplicità che non avrebbe bisogno di troppe spiegazioni: anche ciò che scompare può continuare a dare vita a qualcosa.
È stato un bel film. Oltre a costruire una buona tensione e ad avere un buon ritmo mi ha colpito per come arriva a parlare del lutto e del rapporto padre-figlio molto bene. È un film che merita.