DISCLOSURE DAY – Incontri ravvicinati di ogni tipo

Il testamento artistico diventa un gioco da ragazzi.

di Alessandro Sivieri

*ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER*

disclosure day josh o'connor protagonista in casa

Che altro gli possiamo chiedere, a Steven Spielberg? È giusto un tizio di Cincinnati, Ohio, che ci ha dimostrato come il successo commerciale e la visione autoriale possano andare a braccetto. È uno dei protagonisti della New Hollywood, capace di trasformare l’uscita di un film in un evento epocale. C’è un particolare genere in cui si è dimostrato un Re Mida: lui e George Lucas hanno preso la fantascienza e l’hanno plasmata, cambiandone al contempo la nostra percezione. Tra gli anni ’70 e ’80 sono nati dei cult incredibili come Alien e La Cosa, intrisi di horror, paranoia e claustrofobia, pronti a ereditare la concezione maccartista di extraterrestre come visitatore ignoto e potenzialmente malevolo. Lo Xenomorfo è il nostro predatore e sfrutta a proprio vantaggio lo spazio vitale umano (il ventre, i corridoi dell’astronave) per darci la caccia, gettandoci nella paranoia e portandoci al conflitto, perché qualcuno dell’equipaggio potrebbe avere secondi fini. La Cosa, scongelata incautamente nelle piane dell’Antartide, emula i tratti somatici dei nostri amici, del compagni di stanza, spingendoci a sospettare di chiunque. Nessuna possibilità di dialogo, solo il terrore e l’estremo ricorso ai cazzottoni in testa. Come dicevano i poco simpatici invasori di Independence Day, non c’è un modo per coesistere, dobbiamo semplicemente morire.

will smith con sigaro nel deserto in independence day

“Questo è quello che chiamo incontro ravvicinato.”

Esulando da questi capolavori orrorifici, è possibile un’altra idea di alieno? Altroché, soprattutto se vi rilancia la pallina come un cane o vi fa ballare la cassetta delle lettere. Lucas si è buttato sull’avventura spaziale con echi da western, generando Star Wars, uno dei franchise più redditizi di sempre, ambientato in una Galassia popolata da esseri senzienti e da bestie di ogni forma e colore. Un gigantesco ecosistema con regole tutte sue e infiniti sbocchi narrativi. Ecco che la science fiction non era più un genere di nicchia, sottovalutato, bistrattato; diventava una macchina da soldi e un collante generazionale: sequel, serie TV, fumetti, videogame, giocattoli. La passione per Star Wars si trasferisce ai figli e diventa la cultura pop. Frattanto Spielberg, l’amicone di George, è incoronato enfant prodige del cinema a stelle e strisce grazie al trionfo de Lo squalo e sforna, a breve distanza, un’accoppiata di pellicole che definire iconiche sarebbe riduttivo, ovvero Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T. l’extra-terrestre. Il primo è un road movie umanista, all’avanguardia negli effetti speciali; il secondo è un racconto di legami, il film più personale del regista, in cui un visitatore smarrito indossa i panni consolatori dell’amico immaginario per un ragazzino alle prese con una crisi famigliare.

scena notturna et l'extraterrestre con elliott

Nella poetica spielberghiana, il contatto UFO è spaventoso soltanto in principio. Quando non conosciamo nulla dell’altro, veniamo colti alla sprovvista e obbediamo al “timore del diverso” suggeritoci da un naturale istinto di autoconservazione. Ma se ci fosse la volontà di comprendere, di trovare una via di comunicazione? Allo spavento segue il mistero, poi l’accettazione e, infine, l’affezione. E.T. ha commosso pubblico, critica, produttori, qualunque individuo fosse dotato di un cuore che batte, facendo il paio con gli alieni di Incontri ravvicinati, incasellati in uno script positivo, se non addirittura ottimista, dove si afferma che là fuori esistono civiltà dalle intenzioni pacifiche, determinate a stringerci la mano. Si può imparare l’uno dall’altro e tirare un sospiro di sollievo, perché non siamo più un’anomalia solitaria dell’Universo, e ci si può incamminare insieme ai nuovi amici verso un futuro radioso. L’extraterrestre è uno specchio per comprendere innanzitutto noi stessi e tirare fuori le migliori qualità della specie umana.

finale astronave incontri ravvicinati del terzo tipo

Mettendo alla frusta un po’ di materia grigia, capiamo che uno dei marchi di fabbrica di Spielberg è anche il suo asso pigliatutto, e si tratta dell’empatia, la capacità di mettere in relazione i personaggi, di immedesimarsi nelle insicurezze altrui. Certo, non dobbiamo dimenticare la cura dei dettagli, la costruzione di set vibranti e credibili che il regista percorre con le sue celebri carrellate, raccontandoci molto dei protagonisti senza ricorrere ai dialoghi. Sì, parliamo della regola d’oro Show, don’t tell, non descriverlo a parole se puoi mostrarlo. Infine, ci sentiamo di menzionare la fotografia e il suo ruolo chiave, dalle immancabili Spielberg face che si avvicinano al volto stupefatto di un attore all’uso espressivo delle luci, in particolare delle backlight (la retroilluminazione) intense per separare la figura umana dallo sfondo e donarle consistenza. L’esito di un talento affinato fino alla piena maturità e dell’ampia disponibilità di mezzi (ci mancherebbe altro, con i riscontri al botteghino) è che quando l’eterno Peter Pan si imbarca in una nuova impresa, porta tutti i colleghi a scuola. Non importa se si tratta di un lavoro minore, guardando Stefano Giocamonte c’è sempre qualcosa da imparare.

dietro le quinte di et con steven spielberg

D’accordo, cosa impariamo da Disclosure Day? I più giovani sperimentano l’essenza di Incontri ravvicinati mentre gli spettatori di lunga data hanno un sussulto, si scrollano la polvere di dosso e pensano “Cavolo, forse c’è speranza”. In uno scenario cupo, freddo, agitato dagli spettri di una guerra imminente e soffocato dal controllo sociale, c’è una luce in fondo al tunnel. Sembra proprio la nostra contemporaneità, e l’unico modo per uscire da questo miscuglio di menefreghismo e rassegnazione è un’epifania, una rivelazione da tabula rasa. Ecco, il degustatore di sci-fi veterano, che ne ha viste tante, può giungere a questa conclusione. O può benissimo esclamare “Vaffalieno, Spielberg, tu ci vuoi fottere con la nostalgia!”. Caro critico cresciuto a pane, marmellata e sci-fi, potresti avere ragione. Qui c’è nostalgia a pacchi, c’è un autore che replica se stesso. E allora come vogliamo considerare questo prodotto? Un Best of impigrito o un testamento artistico?

disclosure day dietro le quinte con spielberg

A scanso di equivoci, non ci si innamora del film alla prima occhiata. Disclosure Day è un vecchio diesel, impiega due terzi della sua durata a ingranare, nonostante i veicoli lanciati a tavoletta lungo il minutaggio: un’ora e mezza abbondante è scandita dalle chase scene. Un’organizzazione senza scrupoli, la Wardex Corporation, insegue i protagonisti perché hanno sottratto prove compromettenti, quindi a una chase scene per strada segue una chase scene nei campi, poi ancora strada e ci mettiamo pure un treno. Per carità, sono girate divinamente, con i long take che seguono il Daniel di Josh O’Connor mentre oltrepassa uno steccato, aggira gli agenti, ruba un’auto e si lancia direttamente nel soggiorno di una fattoria. Lettura dell’ambientazione da manuale, tensione, dinamismo. La padronanza del mezzo c’è ancora e su questo è impossibile avanzare dubbi.

disclosure day inseguimento auto

Sul fronte narrativo ci viene offerta l’attendibilità delle cospirazioni sugli alieni, quindi non siamo soli e qualcuno cerca di nasconderlo. Roswell riguardava veramente un velivolo extraterrestre precipitato al suolo, così come gli avvistamenti che circolano su Internet e i file sugli UAP recentemente declassificati dalla presidenza degli Stati Uniti. La Wardex, a metà tra i Men in Black e le multinazionali come Palantir, non è sotto il controllo diretto del governo ma ha l’appalto per gestire la questione. Infatti ha trascorso decenni a raccogliere astronavi danneggiate, manufatti e alieni sia morti che mezzi bruciati. Gli esperimenti invasivi, le autopsie e i tentativi di retroingegneria (reverse engineering) per sfruttare la tecnologia extraterrestre hanno in qualche modo portato al progresso della nostra specie, evidenziando in parallelo l’avidità e l’assenza di limiti etici dei piani alti. L’azienda è guidata dal CEO Noah Scanlon (un Colin Firth confondibile con Agata Christian), che utilizza metodi violenti pur di proteggere il grande segreto. Finora sembra un classico menù delle teorie del complotto, l’invito a mettersi il cappello di carta stagnola come Joaquin Phoenix in Signs, che poi anche qui appaiono i cerchi nel grano e la parlata aliena è mooolto vicina a quella che la famiglia di Mel Gibson intercettava con il walkie-talkie.

colin firth in disclosure day

Ebbene, se là fuori ci sono altre forme di vita intelligenti, abbiamo il diritto di sapere, di divulgare quelle documentazioni che i poderi fordih ci nascondono, perché noi siamo laggente, è ora di basta! Fox Mulder sarebbe d’accordo, ha dedicato la sua esistenza a questo e voleva crederci. C’è da auspicare che, in un’epoca scevra di stimoli e annacquata da contenuti digitali fittizi, a qualcuno freghi ancora qualcosa. Intanto sfidiamo la sorte e presentiamo al popolo quella che potrebbe essere la prova inconfutabile, in quanto la conoscenza è la più grande forma di potere. A grandi linee è il ragionamento del co-protagonista Daniel Kellner (O’Connor), il tipico eroe per caso di Spielberg, un esperto di cybersecurity che si è sentito fuori posto fin da bambino e che possiede un’attitudine alla matematica degna di un genio. Collaborando con altri dissidenti dentro la Wardex, Daniel sottrae migliaia di file video e un bizzarro dispositivo, privo di libretto di istruzioni. Se utilizzato con leggerezza può uccidere, mentre in mani prudenti rivela una vasta gamma di funzioni, dal controllo mentale a distanza fino all’invisibilità, e siamo certi che sia una frazione del suo vero potenziale. Nell’apparenza e nella sua natura di MacGuffin, il reperto ci è parso affine alla bacchetta magica di Bright con Will Smith, fantasy ad ambientazione urbana dove gli oggetti incantati sono instabili e letali.

manufatto alieno in disclosure day

Ad accompagnare Daniel c’è la giovane fidanzata Jane (Eve Hewson, figlia di Bono Vox e già vista ne Il ponte delle spie), una ragazza altruista a cui lo script accolla, con un approccio strumentale, diversi elementi dell’economia del film, prima di metterla in secondo piano nel terzo atto: innanzitutto rimane il punto di vista più umano e imparziale, se consideriamo il passato emergente di Daniel. È il nostro sguardo, lo sconcerto di fronte a fughe rocambolesche che preludono a un effetto domino. “Sguardo” non è un termine casuale, perché i suoi occhi blu arrivano ad assumere una finalità simbolica quando viene “posseduta” da Noah; durante la procedura, i due individui si scambiano il colore dell’iride, che secondo la saggezza popolare sono lo specchio dell’anima. Infine, Jane è una ex-novizia, e convince Daniel a cercare rifugio presso il suo convento, avendo così l’occasione di confrontarsi con la superiora e amica Suor Maura (Elizabeth Marvel).

eve hewson in disclosure day

La discussione teologica pare una tappa obbligatoria, un aspetto da delegare a un personaggio sapiente e bonaccione per misurare l’impatto della presenza aliena nel credo – più che altro cristiano – della gente. Da questa preghiera laica di Spielberg viene fuori che Jane non ha perso la fede in Dio, ma nell’essere umano, e che porsi come gli unici custodi del Creato sarebbe uno spreco di spazio. Perciò, fratelli marziani, Deus vult, scambiamoci un segno di pace e vediamoci alla festa della cicerchia a Serra de’ Conti. Un’accortezza encomiabile, se non fosse che immaginiamo Spielberg come Josh Brolin in Ave, Cesare! che chiede lumi a preti e rabbini su come trattare l’argomento religioso in un kolossal senza offendere nessuno.

suora disclosure day

Sister facts

Se la disclosure è un atto di fede (in qualcuno, in qualcosa), giungiamo alla seconda faccia di questa rivelazione, la micidiale Emily Blunt nei panni di una meteorologa televisiva di nome Margaret, che campa di share, incubi notturni e un marito un po’ deficiente (Wyatt Russell). Alla stregua di Daniel, c’è un aspetto di se stessa che non riesce a spiegarsi, un ricordo sepolto negli anni, fino a quando non uccellino non entra in salotto e le “parla”, risvegliando il suo dono latente. Non ce n’è per nessuno, che sia San Francesco o Alex Del Piero, il pennuto canterino non è ciò che sembra e sblocca l’empatia assoluta nella mente di Margaret, trasformandola in una figura che ha del messianico. La sensibilità aumentata le permette di avvertire i pensieri, i rimorsi e desideri di chi le sta di fronte, proiettando perfino illusioni. Insomma, ti neutralizza dicendoti che sa quanto sia stato duro quel lutto, che il senso di colpa per aver taccheggiato in edicola è un po’ eccessivo e che sei stato un birichino quando hai buttato per le scale tua sorella e poi hai dato la colpa al cane.

emily blunt primo piano in disclosure day

Ovvio che un upgrade istantaneo di questa portata possa gettare in confusione, se non nel panico: è un misto della sostanza di Lucy, la ghiandola pineale sbloccata e le visioni di Giovanna d’Arco. Margaret sa solo una cosa, deve fuggire dalla Wardex, che l’ha vista parlare in diretta nazionale nello stesso dialetto schioccante della tizia di Alien: Earth e ha intuito il suo legame con gli alieni. La donna si dà alla macchia, mollando il marito poco accomodante, e ha dei flash su Daniel, sintomo del legame tra i due, pronto a rivelarsi più intenso di quello con i rispettivi partner. Come due persone che si conoscono da un’eternità, devono ricongiungersi. Il Mastro di chiavi deve trovare il Guardia di porta.

due protagonisti di disclosure day

Daniel decifra ad alto livello la matematica, sulla quale si basa l’idioma extraterrestre, ma è Margaret il cuore di Schiusura Day, e il ruolo di membro eletto della razza umana non poteva che cadere sulle spalle di un’attrice come la Blunt, capace di divertire, di commuovere, di isolare una forza ancestrale in mezzo alle fragilità del personaggio. Un’eroina originale al 100%? Non del tutto, d’altro canto sono trascorsi anni da quella New Hollywood in rinascita, e hanno visto la luce opere di sci-fi dalle grandi ambizioni, che hanno una matrice filosofica e si interrogano su temi analoghi, eleggendo a soluzione dell’enigma una figura mediatrice, un ibrido/ponte come Daniel e Margaret. L’esempio più lampante è Arrival di Denis Villeneuve, con la parabola della protagonista Amy Adams che impara il linguaggio dei megacalamari alieni e comincia, di conseguenza, a pensare come loro, trascendendo le logiche del tempo; una neurodivergenza in veste di superpotere. Anche in tale caso la donna diventa un punto di riferimento per la popolazione della Terra, offrendo una conoscenza di derivazione cosmica come antidoto alle guerre e le incomprensioni.

amy adams in arrival di denis villeneuve

Bisogna tenere conto del panorama post-2000, saturato dalle uscite fantascientifiche a cui accennavamo: non è saggio fare finta che non esistano le imprese di colleghi come Villeneuve, e sarebbe improduttivo prendere una direzione totalmente slegata dalle pietre miliari dello stesso Spielberg. In Disclosure Day il suddetto ha infilato l’intera videoteca, ha distillato la carriera col triplo alambicco. Va bene l’ossessione per la Devils Tower di Incontri ravvicinati, è scontato citare la bromance interstellare del piccolo Elliott, ma le fughe on the road si ricollegano al remake de La guerra dei mondi, con Tom Cruise e Dakota Fanning che scappano senza un attimo di tregua; il coraggio nel perseguire la libertà di informazione è un riflesso della cronaca vera di The Post; le tecnologie avanzate e la spregiudicatezza di cui si avvale la Wardex hanno echi di Minority Report; il CEO Colin Firth, una volta accettata l’ineluttabilità della messa in onda, si fa da parte, prende una sedia e si gode lo spettacolo, al pari di Ben Mendelsohn che nell’epilogo di Ready Player One rinuncia a sparare in faccia al protagonista per assistere a qualcosa che, nel profondo, voleva portare alla luce. L’eterno Direttore Krennic capisce che quello non è più il suo palcoscenico e passa il testimone a una generazione giovane, ancora in grado di battersi per un ideale, e nella resa accenna pure un sorriso, perché in quegli sguardi colmi di entusiasmo può riscoprire una parte di sé.

colin firth interrogatorio in disclosure day

La parte latente è il bambino, l’attitudine a stupirsi, la facoltà di intuire quando un individuo sta soffrendo, e non importa se viene dalla Cambogia o da Alfa Centauri, sta male ed è lontano da casa, perciò devi fare qualcosa per lui. È la tanto ribadita equazione dell’empatia che dà la benzina al terzo atto per brillare fino ad abbagliarci. La trasmissione virale dei file secretati è una catarsi nella quale il regista mostra le sevizie e gli esperimenti a cui sono andati incontro gli alieni schiantatisi sul suolo terrestre, probabilmente quando nell’astronave ha ceduto la cinghia a bagno d’olio, e i soldati recuperano i pezzi dei loro corpicini con una pala, manco fossimo al cospetto dei cadaveri di Schindler’s List.

emily blunt nello studio televisivo in disclosure day

Non è detto che condividiamo con loro il codice genetico, eppure sono lì e provano dolore, quindi sono vivi. Le scene forti vengono alternate a ricostruzioni apprezzabili dei casi UAP, oggetti volanti non identificati ripresi dalle forze armate. I grigi hanno l’estetica solitamente attribuita ai grigi, ovvero costituzione minuta e grandi occhi neri, e si avverte uno sbilanciamento verso il digitale, anche negli shot che avrebbero beneficiato dell’impiego di pupazzi ed effetti pratici. Una nota stonata, specie da un autore che ha ottenuto risultati formidabili avvalendosi di Carlo Rambaldi e Stan Winston. Avrà puntato sul turbamento emotivo a scapito dei punti extra per il realismo? Pare di sì, ed è per questo che non abbiamo obiezioni sulle parti con i teneri animaletti del bosco.

casi uap in disclosure day

La sequenza dell’edizione straordinaria funziona a bomba, la vera esplosione però è l’ipnosi regressiva a cui vanno incontro Margaret e Daniel per risolvere il mistero dei loro doni. Si torna alla cameretta di una bambina, a quelle reminiscenze che ci balenano in testa di tanto in tanto e riguardano le notti in cui ci siamo svegliati di soprassalto, abbiamo percepito un estraneo o una fonte di luce che non riusciamo a spiegarci. Si tratta perlopiù del luogo tra il sonno e la veglia, di incubi paurosi o piacevolissimi sogni che lasciano la coda incastrata nella porta. Nel caso di Margaret è l’incontro con entità che assumono le fattezze di animali selvatici per non intimorire, per rendersi in qualche modo accettabili da un infante. Sono proprio gli alieni, già apparsi nel corso della pellicola con tali sembianze e arrivati molti anni prima per instillare le loro conoscenze in due cuccioli d’uomo selezionati.

rapimento alieno ragazzini in disclosure day

Scene ad alto impatto, la ricostruzione di un close encounter vissuto come una fiaba classica, e poco importa se trovate l’impostazione visiva terribilmente simile agli spot natalizi anni ’90 della Coca Cola. Pare un’ingenuità, e invece colpisce come un cecchino, vi proietta in una dimensione dove, al pari dei protagonisti, siete vulnerabili e recettivi. È l’attimo dell’imprinting che darà un senso alle vostre azioni future. Prendetela come la toccante rimpatriata sulla spiaggia di Contact o l’autoanalisi di Robin Williams in Hook, nel tentativo di rammentare come si vola: ogni elemento riporta laggiù, al pensiero felice che dovete risvegliare e metabolizzare, altrimenti non si può guardare al domani. Se credete nelle fate, siete sulla frequenza del figlio prediletto di Hollywood, che torna ragazzino per formulare il suo lascito.

disclosure day alieni nel bosco

Nelle sue ultime – speriamo non ultimissime – volontà cinematografiche, Spielberg ci illustra la propria visione della società e la portata salvifica non solo delle storie, ma dell’abilità di raccontarle a una platea ampia preservando il messaggio. Per farlo, si avvale del suo squadrone, mette David Koepp alla sceneggiatura, Janusz Kamiński alla fotografia (sì, è lui l’uomo del controluce, fin dal Premio Oscar assegnatogli, guarda caso, per Schindler’s List) e alla colonna sonora quella leggenda vivente che risponde al nome di John Williams, quasi centenario, alla sua trentesima collaborazione con il regista; difficile immaginare uno senza l’altro, infatti il suo accompagnamento orchestrale fa la metà del lavoro, sublimando i momenti di tensione drammatica e i tormenti dei protagonisti. Sono state prese tutte le precauzioni affinché uscisse la scintilla che fa di ogni spielbergata un caso da studio, incluse le sterzate intime, alle soglie dell’autobiografico, come The Fablemans.

occhio alieno in disclosure day

Le critiche negative sanno già dove colpire, e sottolineano una deriva verso il letterale, il piglio a volte didascalico che impiegano gli ottantenni come lui e i sessantenni come Koepp quando si rimettono in gioco. Volete un paragone? Prendete Clint Eastwood che vi guarda storto dal portico e aggiungete cerbiatti e occhioni spalancati. Le osservazioni sono fondate, ma se si tratti di un difetto dell’opera è soggettivo. Sicuramente Spielberg si è rotto le palle di doverci ripetere le stesse cose, come i climatologi, e torna alle basi della messa in scena per sfidare una società ipermediale. L’obiettivo è strapparci alla distrazione. Siamo tutti presi da ritmi frenetici e reel che scordiamo trenta secondi dopo, non abbiamo l’aspettativa di un futuro radioso e nemmeno della pensione, ignoriamo delle verità scomode su di noi e sul pianeta ma diamo retta al podcast del tizio con la berretta e i pantaloni mimetici che dal sottoscala di mamma ci racconta della Tartaria e dell’adrenocromo. Sì, è così che siamo messi. È una cosa che fa provare disagio, imbarazzo, perciò riduciamo al minimo le chance di fermarci quel tanto che basterebbe per contemplare noi stessi.

clint eastwood faccia disgustata in gran torino

La tua faccia quando parlano di geopolitica al pranzo di Natale.

Rimaniamo qui, nel limbo della Storia, un po’ esauriti e un po’ comfortably numb. Ci vuole proprio uno schiaffo. Niente di che, un gesto banale. Te lo aspetti e ne hai calcolato la traiettoria, eppure non ti scansi perché una vocina ti sta parlando, e appare più chiara dello psicologo, del risvegliato da podcast e delle risposte preconfezionate di Gemini. La voce ti dice “Te lo meriti, anzi ti farà pure bene”. Quindi prendi la sventola, ascolti il proverbio per la centesima volta e, a differenza delle altre 99, c’è la speranza di introiettarlo, perché è pronunciato con il calore di un’altra epoca. Nessuna punizione, è una lezione di meraviglia, simile nell’intento all’omonimo romanzo di Rachel Carson. A mente fredda ci si rende conto che alla qualità certificata si abbina una certa utilità sociale: la dichiarazione a reti unificate è fuori tempo massimo per le nostre esperienze pregresse, finanche stucchevole se volete, ma spacca il minuto per la condizione della specie umana.

disclosure day coppia di protagonisti

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