GAME OF THRONES – La recensione della settima scialbissima stagione

di Cristiano Bolla

Dopo soli sette episodi e a meno sei dal termine, anche la settima stagione di Game of Thrones va in archivio. É la seconda pienamente nelle mani degli showrunner della serie tv, David Benioff e D.B. Weiss, dal momento che i riferimenti letterari (peraltro già pesantemente e giustamente riadattati) avevano coperto solo fino alla fine della quinta temporada. Gli umori odierni, tuttavia, sono molto diversi dalla fine della scorsa stagione.
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Ribadiamolo ancora, nel caso fosse necessario: NON è un problema di fedeltà letteraria. Poco importa che gli avvenimenti siano molto diversi da quanto i lettori di George R.R Martin hanno letto finora, frega poco nel complesso la presenza o meno di Lady Stoneheart e tutti gli altri macro-cambiamenti fatti. Una serie tv è una serie tv: Game of Thrones targato HBO non è Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin. Però c’è anche un limite a quanto una serie possa essere snaturata.

Nello specifico, la settima stagione appena conclusa  è quella che ha preso più le distanze non tanto dalla storia quanto dalle peculiarità intrinseche delle Cronache di Martin, che vanno dalla costruzione dei personaggi allo sviluppo della vicenda. Questioni che fino a questo momento la serie tv aveva deciso di rispettare: chi si ricorda i tempi dilatatissimi che impegnavano tre quarti degli episodi nelle prime stagioni? Dialoghi infiniti giocati tutti sullo schieramento dei personaggi, vere e proprie partite a scacchi per sedersi su questo tetanico trono. Ecco, tutto questo è svanito dietro la necessità produttiva di tirare le fila e di concludere entro 13 episodi. Anni di trame e sottotrame, fili intrecciati tirati per risolvere in un’unica volta la matassa ingarbugliata che è Game of Thrones. Ma con che risultato?

Una fastidiosissima sensazione di frettolosità, il “cosa succede” a discapito del “come succede”. E ancora: non si pensi che sia un problema di “eh ma che c’hanno, il teletrasporto?” perché non sono quelle ellissi narrative il problema. Lo diventano tuttavia se, come nel caso della odiatissima e insensata sesta puntata, questi viaggi extra-planari diventano fondamentali al pretesto narrativo e al prosieguo dell’azione: il pastrocchio successo tra oltre la Barriera e Roccia del Drago è semplicemente inaccettabile e poco importa che il regista parli di “plausibilità dell’impossibile”, perché il fantasy, per funzionare, ha bisogno comunque di regole e di creare una fiducia nello spettatore, la quale qui è stata pesantemente bistrattata e sacrificata sull’altare dello “spicciamoci”.

La settima stagione ha snaturato non solo il lavoro di Martin, di cui ora è distante anni luce, ma la serie stessa. Un esempio veloce veloce [ATTENZIONE. MICRO SPOILER ALERT]: tra le prime battute della primo episodio della prima stagione, Ned Stark dice “Chi pronuncia la sentenza deve essere colui che cala la spada”, mentre nel settimo episodio della settima serie il dinamico duo delle sorelle Stark viene meno a questa importante caratterizzazione della casata cui appartengono. Evoluzione o “sorvolamento”? La prima non sembra ben giustificata, a sensazione è più una cosa che “tanto nessuno ricorda, manco stiamo a pensarci”.

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Eppure il pubblico c’è, esiste ed è lo stesso che ha fatto il record di ascolti nonostante i leak (orribile abitudine moderna che riduce ulteriormente la finestra degli spoiler e non permette di gustarsi in pace una serie tv) quindi perché affrettare così? Bello il budget nei draghi (mai così spettacolari e finalmente incisivi), meravigliosa la battaglia ne The Spoils of War, ma a parte questo cosa resta di questa stagione? Dialoghi imbruttiti, narrazione al limite del pretestuoso e teoricamente la bomba finale sganciata da Anonymous Bran, il segreto di Pulcinella che i più attenti (ma neanche troppo) avevano già capito da tempo.

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Sia chiaro che rimane una delle migliori serie in circolazione, tra le più appassionanti, ma è innegabile che queste accelerate abbiano risentito sull’efficacia della serie e minato seriamente le aspettative per la stagione finale.

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Di Game of Thrones rimane sempre il fandom, le teorie ormai facilmente prevedibili e la sensazione di non aver buttato via tempo (prezioso, vista la mole di nuovi prodotti visivi sempre accessibii). Tempo che scorre in del buon intrattenimento ma mai eccelso, ma attenzione: a mandare in vacca tutto ci vuole poco, molto poco.

I fan di Smallville, Lost, Supernatural e altre serie pluri-stagionali possono fare da testimoni.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Francesca ha detto:

    E’ quasi naturale che una serie perda presa su un pubblico… ma è brutto che succeda l’incontrario… il pubblico rimane numerosissimo ma a quanto pare B&B sono tipo “quello che dovevamo dare l’abbiamo dato, fotte niente”. Se avessero voluto il budget c’era, i costumi anche, gli attori pure e alla fine non mancava la grande computer grafico e si poteva effettivamente scrivere meglio gli episodi e avremmo davvero potuto avere un’altra bella stagione. Peccato.

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