PERCHÉ INSIDIOUS BATTE THE CONJURING

di Alessandro Sivieri

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È tempo di una piccola digressione nella cinematografia di James Wan, autore che negli ultimi 15 anni ha lasciato il proprio marchio indelebile nei filoni horror e splatter. Non possiamo non citare Saw, capostipite di una saga che, dietro la sua produzione, ha assunto ridondanti logiche da discount (sebbene io sia personalmente affezionato a episodi di qualità come Saw III e Saw VI). La saga dove il killer Jigsaw, interpretato da Tobin Bell, tortura le proprie vittime grazie a enigmi e marchingegni diabolici, ha fatto storia per la rievocazione del torture porn e del twist ending d’impatto. dove il risvolto finale lascia di stucco lo spettatore. Uno stile crudo e innovativo, sebbene debba molto a pellicole precedenti come Seven. Abbandonando le sponde dello splatter, ci addentriamo nell’approccio di Wan all’horror sovrannaturale, già toccato con i pupazzi da ventriloquo di Dead Silence. In particolare mettiamo a confronto le sue fatiche più recenti, che negli ultimi tempi accumulano incessantemente sequel e spin-off, costruendo un piccolo universo a tutto tondo: Insidious e The Conjuring.

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Due pellicole che, a ben vedere, corrispondono a due topoi classici del cinema paranormale: il bambino posseduto e la casa infestata. Impreziositi dall’estetica e dallo storytelling di Wan, si sono rivelati due prodotti solidi, ma con una piccola nota a margine: The Conjuring, il meno innovativo dei due, è stato più apprezzato di Insidious, con sommo stupore del sottoscritto. Per quanto il primo sia girato con competenza, è appesantito da paradigmi usurati che vanno a toccare personaggi ed eventi: ispirato ai racconti della coppia di ricercatori del paranormale Ed e Lorraine Warren (interpretati da Patrick Wilson e Vera Farmiga), narra della tipica famigliola americana perseguitata da oscure presenze in un’antica dimora, con tanto di scale cigolanti e ombre minacciose. Nonostante le opinioni lusinghiere, che parlano di una rinascita per il genere, è in realtà una ghost story altamente conservatrice, sulla scia di quelle pellicole fatte per spaventare i superstiziosi e che seguono il modello usurato de L’Esorcista e di Amityville Horror, con tanto di ragazzine in pericolo nel caso non siano battezzate.

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Dall’altra parte, Insidious muove i propri passi in terreni meno battuti, nonostante i presupposti inflazionati: la famiglia Lambert si trasferisce in una nuova casa e il piccolo Dalton (Ty Simpkins) cade in un inspiegabile stato di coma. Presto i genitori scopriranno che durante il sonno il figlio ha la capacità di distaccarsi dal corpo, accedendo al piano astrale, una sorta di dimensione parallela. Peccato che si sia spinto troppo oltre, perdendosi nell’Altrove e attirando l’attenzione di un demone (Joseph Bishara, anche autore della colonna sonora), deciso a impossessarsi del suo corpo per accedere al nostro mondo. Frugando nei propri ricordi, il padre (sempre interpretato da Patrick Wilson) scoprirà di avere l’identico dono e si addentrerà nel piano astrale per salvare il figlio. Tensione alle stelle e una certa dose di imprevedibilità caratterizzano un’opera molto più fresca, dal taglio quasi laico, che abbandona gli stereotipi religiosi per approdare ad altre tipologie di misticismo.

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Il piano astrale viene rappresentato in un modo visivamente interessante, con sequenze ai limiti del grottesco. Lo stesso demone, che ricorda vagamente Darth Maul, è ben diverso da un satanasso qualunque, anche se c’è da dire che le sua fisicità porta via un po’ di suspense da una pellicola che fino a quel momento si era limitata più a suggerire che a sbattere in faccia. Sequel e spin-off a parte (come l’imminente The Nun), non si può non apprezzare il tocco dato da Wan e dallo sceneggiatore Leigh Wannell a una storia che poteva benissimo tirare in ballo i soliti cliché da seminario, e che ha allargato gli orizzonti della moderna concezione di horror.

L’evocazione – The conjuring

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Insidious

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