THE PRODIGY – Piccoli serial killer crescono

Il figlio del male contro la madre coraggio.

di Alessandro Sivieri

Poche cose spaventano come l’innocenza quando viene sfruttata come arma. Se vediamo un bambino pensiamo a qualcosa di candido e indifeso, quindi un baby-assassino che fa mattanza di genitori, coetanei e piccoli mammiferi ci appare inumano. Quando il male corrompe l’emblema della purezza si crea un contrasto che fulmina un paio di fusibili nel cervello dello spettatore, con somma gioia delle produzioni horror. Tra Rosemary’s Baby, Omen – Il presagio e Insidious, sono decenni che il Cinema ci bombarda con infanti posseduti. Intendiamoci, il pargolo non è mai un natural born killer, ma viene invaso da un’entità esterna (spesso demoniaca) al momento della nascita o nel corso della sua vita. Questa pellicola di Nicholas McCarthy, regista abituato alle storie sovrannaturali, segue grossomodo tale canovaccio, sostituendo Satana con l’anima di un maniaco pluriomicida.

Il prologo si apre con la fuga di una donna da un misterioso aguzzino, che verrà poi ucciso dalla polizia proprio mentre, nel cuore della Pennsylvania, viene al mondo un bambino. Due eventi apparentemente privi di correlazione, incastonati in una sapiente miscela di montaggio alternato (la quasi contemporaneità dei fatti) e parallelo (legame simbolico tra di essi). Presto i coniugi Sarah (Taylor Schilling) e John (Peter Mooney) si accorgono che il loro figlioletto Miles (Jackson Robert Scott) è incredibilmente precoce, al punto di imparare a parlare, muoversi e compiere ragionamenti complessi quando i suoi coetanei si succhiano ancora il pollice. Decidono allora di mandarlo nelle migliori scuole per ragazzi dotati, incarnando un modello ideale di famiglia americana felice. Dopo qualche tempo la coppia apprende che Miles, oltre alla genialità, mostra la tendenza a parlare lingue sconosciute e a percuotere i compagni di scuola (non parliamo di schiaffetti ma di mazzate con una chiave inglese). È proprio verso gli otto anni che la sua alienazione sociale e l’indole violenta si fanno più marcate.

Gli esami medici e le sedute dallo psicologo sembrano inefficaci e Miles alterna momenti di quiete ad autentici cambi di personalità, dove fa sfoggio di crudeltà e abilità manipolatorie. Prevedibilmente il matrimonio di John e Sarah entra in crisi, con il primo che si allontana e la seconda che, vestendo i panni della madre coraggio, cerca disperatamente una cura per i disturbi del figlio. Superati i confini del raziocinio, inizierà a credere alle teorie del dottor Jacobson (Colm Feore), il quale sostiene l’ipotesi della reincarnazione. Le anime con un conto in sospeso rinascono in un altro corpo qualche istante dopo la morte, e in questo caso si tratta dello spirito di un killer che sta prendendo lentamente il sopravvento sul bambino. Non si cerca di sconfinare nei rituali de L’esorcista e il tono del film si mantiene gustosamente ambiguo nella prima metà, portandoci a dubitare della natura sovrannaturale di Miles. Il giovanissimo Jackson Robert Scott, già visto in It di Andrés Muschietti, è la cosa migliore della pellicola e risulta convincente sia come ragazzino spaventato che come assassino a sangue freddo.

Meno incisiva la prova di Taylor Schilling, che tuttavia aggiunge una sfumatura di follia al suo sentimento materno, essendo disposta a uccidere pur di salvare l’anima del figlio. Ciò non basta a far decollare una produzione che percorre pigramente un sentiero già tracciato, con una seconda metà che perde progressivamente ritmo. I personaggi di contorno, a partire dal padre idiota, servono solo per catalizzare l’aggressività di Miles. Alcune macchinazioni domestiche del ragazzino ricordano una versione perversa di Mamma ho perso l’aereo, nel tentativo di diversificare sequenze viste e riviste (in primis la discesa in cantina della babysitter). La regia fa il suo mestiere, azzeccando un paio di momenti di tensione e giocando in chiave fisiognomica con i lineamenti del piccolo killer. Il finale mette al bando ogni possibile plot twist per una certa dose di cinismo, ma al netto dell’esperienza, rimaniamo con un retrogusto eccessivamente familiare. Blu o nocciola? Non importa in quale occhio guardate.

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