ANNIHILATION – LA ZONA SMORTA

Natalie Portman presenta Stalker di Tarkovskij per dodicenni.

di Alessandro Sivieri

Grazie a pellicole come Interstellar, Arrival e Blade Runner 2049, il genere sci-fi sta vivendo una nuova fase creativa dove gli effetti speciali e gli stessi elementi fantascientifici fanno da cornice all’introspezione dei personaggi. Questi ultimi attraversano parabole esistenziali e si ritrovano ad affrontare una manifestazione delle loro ansie. Questa nuova incursione nell’astratto è targata Alex Garland, autore che oltre ad aver scritto importanti fanta-horror come 28 giorni dopo e Sunshine, ci ha regalato Ex Machina con Alicia Vikander, un’intrigante riflessione sul rapporto tra essere umano e intelligenza artificiale. Nonostante il potenziale dell’opera (basata sui romanzi di Jeff VanderMeer) e la presenza di una figura come Natalie Portman, il risultato è una bolla di sapone (simile alla cupola intangibile vista nel film) dove a essere annientato è il senso logico.

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La storia segue le peripezie di Lena (Portman), biologa che incontra nuovamente il marito ex-militare (Oscar Isaac) un anno dopo la sua presunta scomparsa. Le sue condizioni sono critiche e la donna viene a sapere che la sua ultima missione si è svolta nell’Area X, una zona proibita dove la caduta di un meteorite sta mutando radicalmente l’ambiente. I suoi commilitoni sono scomparsi e le funzioni biologiche dell’uomo stanno cedendo. Nel tentativo di salvarlo, Lena si unisce a un gruppo di scienziate, tra cui la psicologa Ventress (Jennifer Jason Leigh), per esplorare la zona e risolvere il mistero. La spedizione dovrà così fare i conti con entità sconosciute, predatori mutanti e, cosa forse peggiore, le paure e i rimorsi che insidiano la mente umana.

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Encomiabile, ma insufficiente, il tentativo della regia di compiere un viaggio nella metafisica e nella fragilità della vita. L’Area X, dove le leggi della natura e del tempo vengono sovvertite, è una dimensione polisemantica che rimanda al cambiamento, all’autodistruzione e alla morte, che compare sotto svariate forme. In particolare il cancro è un elemento ricorrente: può colpire una persona come un intero pianeta (le trasformazioni innescate dal meteorite), portando la vittima alla dissoluzione o a diventare qualcosa di completamente diverso. Ovviamente ridurre l’antagonista principale a un semplice morbo genera fraintendimenti. L’entità che entra in contatto con i protagonisti è di natura aliena, ma non vi è malizia nel suo scopo, quanto un desiderio di interfacciarsi con l’umanità, cosa che avviene con l’imitazione e con una fusione a livello cellulare. Ogni membro della spedizione si porta dietro un fardello (nel caso di Lena è la crisi coniugale da lei causata) e Garland vuole dirci che quando combattiamo una malattia, che sia fisica o psicologica, tendiamo a personificarla, ad attribuirle un’immagine corporea e aliena. Noi stessi veniamo cambiati da tale conflitto, diventando alieni a nostra volta.

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Il principale difetto che mina l’esperienza risiede nella scrittura: a parte una breve riflessione sull’autodistruzione, i dialoghi risultano blandi e forzati, specie durante i flashback della coppia protagonista. Nessuno si sogna di esigere monologhi cervellotici alla Tarantino o frasi poetiche ogni dieci secondi, ma a mancare in questo frangente sono degli scambi di battute credibili tra i personaggi. Il ritmo è eccessivamente dilatato e, se all’inizio può accentuare la sensazione di smarrimento nell’Area X, alla lunga porta a un calo di interesse. Sono poche le scene che coinvolgono lo spettatore, come lo scontro con un orso mutato e la surreale sequenza dell’alieno. Il resto, salvo qualche scorcio azzeccato, è registicamente anonimo e con un commento musicale poco evocativo (specialmente nei rimanenti incontri di natura “monster”). La zona proibita, nella sua misteriosità, rappresentava un’opportunità per stupire visivamente, mentre dobbiamo accontentarci di una vegetazione sovrabbondante, muschi colorati e cervi dalle corna fiorite, in cui limiti della CGI si fanno davvero sentire. Non aiuta la recitazione, con una Portman già deperita prima di addentrarsi nell’Area X, poco a suo agio con un fucile d’assalto, affiancata da un Oscar Isaac imbambolato durante e dopo i flashback. Sia nei momenti di imbarazzo che in quelli di tensione, la crisi coniugale dei due viene resa in modo impacciato. La squadra che accompagna Lena è scarsamente approfondita, con archetipi femminili dal passato traumatico. A parte la Ventress, non escono dalla bidimensionalità e alcune di esse vengono eliminate in modo arbitrario, secondo una logica che solo Lena asserisce di comprendere.

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Al cocktail si somma un altro pericoloso nemico, che è la mancanza di originalità: già in Stalker di Andrei Tarkovskij i protagonisti si addentravano in un’area proibita dove, in seguito all’impatto di una meteora, avvengono fenomeni inspiegabili. Come nel film di Garland, la Zona rappresenta una dimensione alternativa dove le normali leggi della natura non valgono, oltre che un’entità in grado di comunicare con i protagonisti. Questi ultimi, addentrandosi in essa per trovare delle risposte, rischiano di non fare ritorno o di uscirne cambiati per sempre. La volontà aliena di interfacciarsi con gli umani creando delle repliche, che mantengono parte dei ricordi e delle emozioni dell’originale, si è già vista in Solaris. Il montaggio alternato con il passato familiare della protagonista è fresco di Arrival, mentre la scenografia del guscio dell’asteroide è vicina alle atmosfere di Alien. La materia organica che contamina edifici e persone fa pensare invece a Stranger Things. L’elenco potrebbe proseguire, ma ricordiamoci che il citazionismo non è un problema in un film, a patto che quest’ultimo stia in piedi da solo per quanto riguarda la sceneggiatura e la regia, cosa che qui non avviene. Terminata la visione, viene voglia di pronunciare la stessa frase ripetuta ossessivamente da Lena:

non lo so.

Annientamento: Trilogia dell’Area X. Libro primo 7,99€

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