Mostri a Venezia: Il Primo Uomo

Film di apertura a Venezia 75. Il nuovo film di Damien Chazelle. La storia di Neil Armstrong. Bastano queste poche premesse per sentire profumo di Oscar ancor prima di vedere Il primo uomo.

di Carlo Neviani

Damien Chazelle è l’enfant prodige di Hollywood, il futuro del cinema americano. Ha fatto solo due film che hanno collezionato 9 statuette, ed ora, sulla cresta dell’onda, propone il suo terzo progetto che arriva con la benedizione di Steven Spielberg (che figura come produttore esecutivo). Un film che stavolta, almeno apparentemente, non ha nulla a che vedere con il jazz e il musical. Una storia vera, importante per gli Stati Uniti quanto per il resto del mondo. Come se la cava il nostro regista trentatreenne? Bene, molto bene. Ma nonostante la pellicola sia la conferma di un grande filmmaker, la storia è più debole del previsto, e non ci trasporta come era stato per Whiplash e La La Land.

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Il primo uomo è un po’ quello che era stato The Revenant di Iñárritu: una regia magistrale, fotografia azzeccata, buone interpretazioni… ma una storia che sa di già visto e che non riesce a coinvolgere davvero lo spettatore. Un buon lavoro sul materiale di partenza è comunque visibile: Chazelle cerca di concentrarsi sull’uomo, su Neil, piuttosto che “calcare la mano” sulle parti più epiche della vicenda. Per esempio (piccolissimo spoiler ma tanto l’hanno già scritto tutti) quando Armstrong arriva sulla luna, il momento in cui pianta la bandiera a stelle e strisce non viene mostrato, si vede solo sullo sfondo, mentre l’attenzione si sposta su altro, su un particolare più intimo.

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Questa ed altre scelte su come raccontare la vicenda permettono a Chazelle di riportare sullo schermo i temi che ormai sono un marchio di fabbrica della sua filmografia. Il film parla quindi di sognatori, parla dell’ambizione che inevitabilmente porta ad un distacco nelle relazioni interpersonali, parla della sofferenza e della fatica necessaria per fare qualcosa di grande. Ma il personaggio di Neil Armstrong, freddo, razionale e imperscrutabile (e quindi perfetto per essere interpretato dalla micro espressività di Ryan Gosling) non compie un’evoluzione, un percorso e un cambio di visione così importante come era per i protagonisti degli altri film di Chazelle. Rimane quasi (elabora un lutto, ma è scontato) uguale per 138 minuti. Un personaggio a cui risulta difficile affezionarsi.

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Ciò che appassiona di più ne Il primo uomo è la messa in scena, sempre attenta a farci percepire le giuste sensazioni. L’accoppiata del regista con il direttore della fotografia Linus Sandgren (Oscar 2017 per La La Land) si riconferma vincente. Anche questa volta lavorano con cineprese a pellicola (le scene lunari sono in IMAX 70mm) ma adottano uno stile diverso: un ampio uso di camera a mano, con scene mosse, alcune zoomate e messe a fuoco visibili. Una regia che si rivela e “spia” l’azione, ci trasmette l’instabilità delle operazioni NASA (e dei sentimenti dei protagonisti) e lo sballottolare dentro i loro razzi. Tante inquadrature sono dedicate ai dettagli dei mezzi spaziali, tutt’altro che tecnologici, rudimentali, precari e quindi pericolosi. Lancette, pulsanti, levette, bulloni, vengono mostrati con un montaggio dai tempi perfetti (merito di Tom Cross, Oscar 2015 per Whiplash) che ricorda quello degli strumenti musicali nella sala prove di Whiplash: giocattoli meravigliosi, fragili e “umani” (come Wall-E rispetto a EVE), che se padroneggiati bene possono far arrivare alle stelle.

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Il vero giocattolo meraviglioso di Chazelle non è un razzo NASA, né un pianoforte, né una batteria. È la macchina da presa, è il cinema. È lui il sognatore, quello ad avere l’ambizione di volare in alto utilizzando un mezzo, fatto di lenti, pellicole, otturatori, proiettori… e tanti soldi (è presente anche questa tematica nel film, vale la pena spendere tutti quei soldi per andare sulla luna?). Ad un certo punto Neil Armstrong dice: “Falliamo qui per non fallire lassù”. Il cinema è un’arte, un lavoro difficile, che si basa su elementi precari per avere successo, è facile che qualcosa vada storto. Tutti i grandi registi hanno sbagliato almeno una volta. Aspettiamo allora la prossima missione di Chazelle, augurandoci che sia il suo vero Apollo 11, e ci faccia arrivare tutti sulla luna.

 

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