MISSION: IMPOSSIBLE FALLOUT – LE PALLE AL PLUTONIO

Tom Cruise contro la forza di gravità e i baffi di Superman.

di Alessandro Sivieri

Dopo un viaggio tra le mani di più registi, mantenedo livelli qualitativi più che buoni, la saga di Mission: Impossible si concede un altro round con Christopher McQuarrie, già autore di Rogue Nation, spalleggiato da un Tom Cruise che a 56 anni ha ancora una presenza scenica e una prestanza fisica fuori dal comune.

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Il suo Ethan Hunt fa quello che gli riesce meglio, ovvero tirare cazzotti, saltare sui tetti e distruggere veicoli, mettendo al bando le controfigure. Longeva, esplosiva e andrenalinica, la serie MI è spesso paragonata a quella di 007, e infatti l’agente Hunt ha qualche affinità con il James Bond di Daniel Craig, specie con quello inesperto e iper-violento di Casino Royale. Come la celebre spia, Hunt fa parte di un’organizzazione governativa (l’IMF) con il compito di portare a termine missioni rischiose a livello internazionale, operando sotto copertura e sconfinando spesso nell’illegalità. Ma se Bond, ugualmente pragmatico e dotato di gadget all’ultimo grido, rimane un seduttore e un uomo di classe, Hunt è quello che si limita a portare il lavoro a casa, coadiuvato da un team che negli anni si è fatto sempre più affiatato ed essenziale per la riuscita dell’impresa. Nonostante le femme fatale arricchiscano il piatto, non hanno l’importanza di una Bond girl e il nostro Ethan si limita a lasciarsele scivolare addosso, inclusa la ex-moglie Julia (Michelle Monaghan) o la trafficante Alanna (Vanessa Kirby), dall’irresistibile fascino parigino.

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Una cosa che Cruise ha in comune con Craig è però l’impulsività: pur di buttarla in caciara, la copertura del protagonista salta puntualmente e questo lo costringe a improvvisare, scegliendo l’assalto frontale. Fallout si discosta in modo ancora più netto dalla spy story per approdare all’action puro. I personaggi, con l’aggiunta di Henry Cavill che interpreta un autentico cazzone, non si prendono nemmeno la briga di tenere un profilo basso e preferiscono menare. La prima parte sembra addirittura una parodia della serie e ci costringe a settare la sospensione dell’incredulità molto in alto: Hunt si lascia goffamente soffiare tre palle da bowling al plutonio e scatta la caccia a un nucleo di terroristi; successivamente lui e l’agente Walker (Cavill), che stava dimenticando di aprire l’ossigeno, si lanciano in una spettacolare sequenza di paracadutismo, per poi smarrirsi nel bagno di un locale e prendere calci nelle palle da un asiatico incredibilmente forte. Esaurita questa fase passiamo allo standard della serie, cioè imboscate, fughe distruttive e sparatorie, con Hunt moralista che cerca di salvare gli innocenti mentre il suo team si aggira indisturbato in luoghi pieni di poliziotti o zone ad accesso ristretto. Parlando della squadra, ci si aspettava un’evoluzione dei co-protagonisti ma le dinamiche rimangono le medesime: Luther (Ving Rhames) è il bonaccione tuttofare e occasionale chiarificatore, Benji (Simon Pegg) la spalla comica che si ficca nei guai e infine torna Ilsa (Rebecca Ferguson), tipa tosta dallo scopo ambiguo che ha un legame sentimentale con Ethan.

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Superate le perplessità per le scorciatoie narrative e le situazioni sopra le righe, il film ci offre momenti d’azione memorabili, in linea con i predecessori. Salvataggi al limite e speronamenti ad alta quota tengono alta l’adrenalina, con Cruise che corre ancora come un ventenne e sta per terminare i veicoli a cui appendersi. Si è persino deciso di mantenere lo shot dove il protagonista si rompe una caviglia, dando una scintilla di realisticità alle fasi di parkour. Eppure le suddette sequenze durano qualche minuto di troppo, diventando una routine e abbassando la tensione. Il volo in elicottero, simile per concetto a quello di Rambo 2, avrebbe beneficiato di una limatura, così come i dialoghi riflettono un evidente bisogno di profondità. Gli scambi di battute, così come la storia, sono un compitino che non lascia il segno e ciò si avverte soprattutto nell’epilogo. Gli ordigni da disinnescare diventano complessi senza spiegarci il perché (non ci aspettiamo certo un trattato di ingegneria) e tutto si risolve nella classica caccia al fanatico bombarolo che vuole decimare la popolazione mondiale.

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Il bisteccone Cavill, con i baffi a stemperare la faccia pulita, è un contraltare sufficiente a Hunt e si dimostra meglio sfruttato di Jeremy Renner negli altri episodi, ma rimane un fesso con motivazioni pressoché nulle. La critica e il pubblico incensano Fallout come l’apice della saga, ma noi della redazione non abbiamo trovato alcuna voglia di rischiare in questa sesta missione. Veniamo saziati da una nuova dose di scene memorabili e la performance fisica di Cruise resta centrale, ma il prodotto complessivo denota una stagnazione che affligge tutto il cinema action, incapace di abbandonare carichi di plutonio e detonatori per riscoprire il significato di “impossibile”.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. L. A. Moro ha detto:

    “pur di buttarla in caciara, la copertura del protagonista salta puntualmente e questo lo costringe a improvvisare, scegliendo l’assalto frontale” ahahah fantastica descrizione molto calzante

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