Mowgli: Il Libro della Giungla per Adulti

Mowgli – Il figlio della Giungla è il paradiso dell’Uncanny Valley e dei buoni propositi.

di Matteo Berta

Il piccolo Mowgli torna ad abitare la giungla in un film che nonostante le pessime aspettative e i problemi legati agli effetti speciali “discutibili”, funziona, esso è molto dark, non adatto ad un pubblico di bambini, ma la regia è presente e la sceneggiatura funziona molto meglio della precedente rivisitazione di Jon Favreau.

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Nell’epoca in cui sembra una bella idea mettere in cantiere in contemporanea tre produzioni su Pinocchio, questo nuovo “Libro della Giungla” arriva in ritardo, dopo una produzione travagliata, proprio per cercare di far perdere un po’ di memoria della trasposizione Disney di qualche anno fa (La nostra recensione: THE JUNGLE BOOK. Bastano ancora poche briciole…).

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Andy Serkis: migliore esponente della tecnologia del Mo.Cap. (Motion Capture) la stessa che gli ha permesso di impersonificare magistralmente creature come Kong e Gollum, è divenuto un sensei per questa nuova ondata di effettistica per il cinema, dominando non solo come attore ma anche come consulente per diverse produzioni interessate ad integrare nella propria post-produzione sequenze create appunto partendo dai movimenti umani per tracciare una bozza per i prototipi digitali.

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Nonostante l’esperienza, Serkis (regista di questo film), sembra essersi voluto incastrare in un dilemma che appunto, per i suoi trascorsi, avrebbe dovuto saper gestire al meglio, ma che in questo caso sembra essersi dimenticato a favore del Mo.Cap che tanto ama. Mowgli potrebbe portare all’Uncanny Valley.

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Per chi non conoscesse la teoria sopra citata, rimediamo subito dicendo che: si parla di Uncanny Valley quando ci troviamo di fronte ad un’improvvisa digressione empatica nei confronti di un soggetto emulato umano (o inumano) a cui si è cercato di innestare forzatamente caratteristiche umane. Questo problema si riscontra fortemente in materia di robotica, ma spesso è capitato anche al cinema: ne sa qualcosa Zemeckis con le problematiche “empatiche” riscontrate con i suoi personaggi dei film di Beowulf, Polar Express e A Christmas Carol.

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Se non viene realizzata alla perfezione, anche con mostruosità o animali come in questo caso, si rischia di rimanere interdetti e provare un senso di repulsione, sentimento opposto ai voleri produttivi di spinta empatica. Se noi riconosciamo caratteristiche morfologiche (attraverso scelte cognitive o involontarie con i neuroni specchio) di stampo umano nel soggetto con cui ci relazioniamo, siamo più portati ad creare un legame emotivo con esso (o egli), ma se ci troviamo di fronte a qualcosa (dal punto del design) oggettivamente brutto, cheap o strutturalmente ambiguo, tendiamo a negare questo automatico legame empatico. Tendenzialmente L’Uncanny andrebbe applicata solamente a tentativi di simulazione umana, ma si è notato che anche l’innesto nel non-umano può portare a problematiche simili.

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Questo simpatico lupetto dovrebbe risultare carino e tenero anche perché viene bullizzato in tutto il film, ma l’animazione in Mo.Cap lo trasforma come in un piccolo demone malaticcio con sembianze umane.

Tutto questo pippone serve per farvi capire che le creature presenti in questo film targato (o meglio: acquisito da Netflix) non sono state realizzate alla perfezione e il Mo.Cap spesso porta a sentimenti sgradevoli, sembra quasi che gli animali non siano bestie parlanti ma siano re-incarnazioni di esseri umani oppure, sensazione soggettiva, sembra che ci sia una faccia umana applicata sull’animale, in un effetto che ho definito come effetto sea-man.

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Seaman è un videogioco tematizzato sulla simulazione di vita di una creatura virtuale, l’inquietantissima creatura in questione è un pesce con la testa da uomo.

Queste problematiche legate agli effetti speciali, se viste nel contesto del film, ovvero in un mood che richiama atmosfere e percezioni oscure e la giungla da posto dove canticchiare diventa matrigna maligna, luogo di perdizione e di traumi, possono anche funzionare. L’inquietante aspetto degli animali rafforza il costante stato di pericolo che si percepisce per tutto il minutaggio del film. Andy Serkis si rivela ottimo narratore, la sua mano è percepibile ed è in grado di confezionare sequenze registicamente perfette (come quella di mowgli in gabbia) sapendo calibrare al meglio i dialoghi in un contesto narrativo mai banale e dare la propria visione personalissima del racconto oramai narrato forse in fin troppe salse.

Il film funziona, il film raggiunge la sufficienza abbondante, ma sono anche capibili le scelte che hanno portato questo prodotto a non approdare nelle sale, soprattutto legate al target e alla concorrenza disneyana.

Il libro della giungla Copertina flessibile

Il Libro della Giungla_Kipling_Netflix_libro.png

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Austin Dove ha detto:

    La trama è simile a Kipling o a Disney?

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  2. apheniti ha detto:

    Volevo commentare l’articolo, ma niente. Quel lupetto là è troppo inquietante per poter essere ignorato. Ma possibile che nessuno in produzione se ne sia accorto…?

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