DETECTIVE STONE – Rutger Hauer contro Alien nelle fogne di Londra

Un B-movie con Xenomorfi a buon mercato, topi e piccioni.

di Alessandro Sivieri

Dopo l’ingresso nell’Olimpo dello sci-fi grazie al monologo di Blade Runner, il compianto Rutger Hauer si è dato ai generi più disparati, dal fantastico Ladyhawke al poliziesco The Hitcher e al post-atomico Giochi di morte. Negli anni ’90 è stato colto da un evidente smarrimento nel sottobosco delle produzioni a basso budget. L’attore olandese pare essersi progressivamente allontanato dai riflettori, nonostante le indubbie doti espressive e i tratti somatici austeri. Il risultato? Ecco che spulciando nei canali secondari e nelle piattaforme di streaming ritroviamo il nostro Roy Batty in B-movie come Omega Doom e questo Detective Stone (titolo originale Split Second), diretto dallo sconosciuto Tony Maylam  (e da Ian Sharp in alcune sequenze). Hauer torna in atmosfere a lui avvezze: basti pensare che i poster promozionali, furbescamente, riportavano la tagline “Blade Runner meets Alien”. Ora cerchiamo di rispondere all’annosa domanda: perché un film così raffazzonato riesce a farsi guardare fino alla fine, per la serie “Non sono bello ma piaccio”?

Al netto della mancanza di una qualsivoglia intenzione autoriale o ricercatezza visiva, l’incipit funziona, insieme ai primi due atti. A riempire la scena si palesa il detective Harley Stone, un Rutger Hauer grezzo, sporco, con un look cyberpunk e armi che sarebbero illegali anche tra i miliziani mediorientali. Sullo sfondo una Londra oscura e devastata dai cambiamenti climatici, più ucronica che futuristica. La nazione è nel caos, le strade sono allagate per via della pioggia battente e invase da topi grandi quanto i tacchini del Ringraziamento. Sigaro in bocca e cibo spazzatura alla mano, Stone vive ai limiti della legge e dà la caccia a un misterioso serial killer che gli ha ucciso il collega. L’assassino ha la peculiare abitudine di strappare il cuore alle vittime, cosa che giustifica un paio di momenti splatter vecchio stampo.

La brutalità di Stone e la sua natura solitaria mettono a disagio i suoi superiori, che come nei classici noir si trattengono dal mandarlo in pensione per via del suo infallibile fiuto. Temuto dai criminali quanto dai colleghi, il protagonista vive in un mondo tutto suo, dominato dall’ossessione di fermare un killer che non sembra avere nulla di umano e che riesce sempre ad anticiparne le mosse. I piani alti decidono di affiancare a Stone il detective Durkin (Neil Duncan), fresco di accademia e ligio alle regole. Tra i due sorge un rapporto da manuale di buddy movie, dove Durkin reagisce comicamente agli eccessi dell’anziano collega, salvo poi trovare uno strampalato equilibrio emotivo.

L’unico aspetto in cui la scrittura batte un colpo è il legame che viene a formarsi tra i due: Stone sembra in grado di trascinare le persone nelle sue psicosi e il giovane partner si ritrova ad assimilarne certe caratteristiche, tra cui il bisogno spasmodico di caffeina e la passione per le armi di grosso calibro. Dal canto suo, Stone ha ritrovato un compagno di indagini e la voglia di farsi una risata. Nel mezzo c’è anche una fascinosa Kim Cattrall che entra ed esce dalla doccia.

Il trio centrale sta in piedi, un po’ meno l’antagonista, mostrato col contagocce per celarne le pecche di design e dipinto come un alieno impegnato in chissà quali schemi esoterici. Gli spunti interessanti, come la sua capacità di assimilare i geni delle vittime e il suo modus operandi, legato al sovrannaturale, non vengono sviluppati a dovere, limitandosi a tratteggiare una connessione mentale tra lui e Stone, il quale a un certo punto si dichiara sensitivo. Lo scontro finale prevede una discesa nelle labirintiche fognature della città, fino all’antro del mostro. A quanto pare quest’ultima parte non era pianificata a dovere ed è stata girata da un altro regista. La fretta e l’improvvisazione catapultano in scena l’alieno in tutta la sua (risibile) gloria: un incrocio ritardato tra uno Xenomorfo, RoboCop e Venom.

L’effettista Stephen Norrington (futuro autore di Blade), disponendo di sole tre settimane per realizzare la creatura, ci ha fatto dono di questo pacchiano umanoide che perseguita Stone e respira come mio nonno con l’enfisema. Un paio di cazzottoni, una violenta esplosione, cuori strappati ed è finito lo spettacolo, prima che potessimo accorgerci di aver trascorso 90 minuti in sana perplessità. La presenza di bolle d’aria nell’acqua lascia presagire altre avventure che, ovviamente, non verranno mai realizzate.

Split Second incappa in errori bizzarri, ma è un’opera che non riesci a odiare, perché Hauer si mette in gioco al 100% col nobile intento di rendere credibili le situazioni più assurde. L’intera produzione poggia sulle spalle del detective Stone, cazzuto e sarcastico, che vive in una catapecchia infestata dalle colombe e divora snack mentre guida. Resta da chiedersi se l’alieno fosse un prodotto dell’effetto serra, tema che oggi va per la maggiore, e se l’intero film avrebbe incontrato critiche meno impietose uscendo qualche anno prima, negli eighties.

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