BEETLEJUICE BEETLEJUICE – Non pronunciarlo di Mercoledì

Tim Burton scongela i suoi freak e li riscalda nel caos controllato.

di Alessandro Sivieri

tim burton giovane con stop motion

“Quel tipo strano combinerà sicuramente qualcosa” è la frase scontata che verrebbe in mente al professore di un Burton negli anni della scuola dell’obbligo, magari dopo averlo beccato a disegnare stramberie sul banco mentre gli altri ragazzini – quelli vestiti in modo ordinato, neurotipici e con le mamme petulanti – fanno casino in corridoio. Sì, va bene, il docente potrebbe anche pensare che abbia un avvenire da pazzo disagiato, e intanto lui, il pischello pallido, resta in disparte e abbozza personaggi fantasiosi (amici immaginari, forse?), dai tratti spiccatamente horror, inclini a suscitare empatia piuttosto che moti di spavento. Un elemento del genere si troverà fuori posto in un tessuto sociale che non ne comprende le aspirazioni e ne soffoca la portata immaginifica, cestinando i fogli sgualciti e zeppi di freak. Può diventare una preda perfetta per i bulli o un amico prezioso per chiunque abbia il coraggio di stringere un legame con lui e spronarlo a incanalare in modi costruttivi il suo talento. Ops, abbiamo proprio tratteggiato uno scenario alla Burton.

filmografia del regista tim burton

Fun fact: lo stesso regista odia il termine “burtoniano”, sebbene sia impossibile negare l’impatto dei suoi lavori su un determinato filone cinematografico e non solo (parliamo di letteratura, musica, pittura). Tim Burton è uscito dai confini della velleità autoriale ed è diventato uno stile, un trademark, potremmo dire un mestiere. I suoi canoni estetici e tematici sono alla base di un genere che comprende lo humor nero, gli scenari allucinati, le atmosfere dark e i personaggi emarginati, additati dalla collettività come diversi ma dotati di un ciò che la gente comune mette spesso da parte: la purezza di cuore (o al limite l’onestà degli intenti). Inevitabile, per un tizio che è in giro per Hollywood da quarant’anni, giungere ad autocitarsi, a diventare il suo stesso mestiere. Nessuno gliene farebbe una colpa, a meno che non finisse qualche gradino ancora più in basso nello scantinato e sfociasse nella sciatta parodia di ciò che è stato. Lo strambo in questione ci è andato vicino? In vari momenti, specie quando si è fatto sospingere dalla potente macchina disneyana, eppure è riuscito ogni volta a riemergere.

poster con personaggi del primo beetlejuice

Questo superpotere salvifico risiede probabilmente nella sua facoltà di ricordarsi chi sia veramente Tim Burton: un tizio che, quando la misura è colma, ha voglia di giocare e null’altro. Così si spiega l’immenso successo del primo Beetlejuice, arrivato a fine anni ’80 e dispensatore patentato di ironia sovversiva: la trama non è nulla di rivoluzionario e si concentra su una coppia di coniugi fantasma (i prematuramente defunti Maitland) e sulla persona che è in grado di vederli, Lydia, una lugubre ragazza goth interpretata da Winona Ryder. Parallelamente facciamo la conoscenza dell’oltretomba di burtoniana concezione, un incrocio tra un centro postale e l’ufficio del catasto del vostro comune di residenza. Un luogo dove finiscono tutti i trapassati, smistati in base a interminabili prassi burocratiche. Ci sono pure le procedure di infestazione, con tanto di manuale da studiare, e file composte da cadaveri divenuti tali in seguito alle morti più incredibili.

beetlejuice uffici dell'aldilà

Quella che il regista di Burbank metteva alla berlina era la lentezza esasperante di una società fatta di moduli, timbri e lasciapassare, ancora più lenta se pensiamo che si svolge nella dimensione dell’eterno riposo: la tiritera per il colloquio allo sportello con un’impiegata annoiata non si può schivare nemmeno dopo il trapasso! La staticità, l’asfissiante senso di urgenza per un turno che non arriva mai è contrapposta a un mondo esterno – vivo, concreto ma non per questo meno putrescente in alcuni aspetti – che scorre con una impressionante velocità, dandoci a malapena il tempo di preservare un ricordo felice, un’emozione, o di costruire un rapporto interpersonale.

scheletri fantasmi in beetlejuice 1988

Tutto passa, tutto si trasforma, intersecandosi con la morte, che nell’universo di Beetlejuice è solo una tappa. Grazie a un dono di natura o a una maldestra evocazione, si può comunicare con entrambe le realtà. Ecco, potrebbe capitarvi di contattare il bio-esorcista Betelgeuse (nome storpiato in chiave di succo di scarafaggio), un vero e proprio consulente che torna utile per sbarazzarsi degli umani invece che degli spettri. Una figura perfettamente nella norma in una realtà di assistenti tombali e di vermi delle sabbie che manco Frank Herbert.

verme delle sabbie beetlejuice 1988

Il poco professionale Beetlejuice è sfrontato, volgare, un clown ectoplasmico che fa ridere proprio perché non cerca di divertire gli altri: gli importa solo di sbellicarsi dalle risate per la sua rozzezza e i disagi procurati a terzi. Convocato dai Maitland trapassati per scacciare i nuovi inquilini di casa, finirà per invaghirsi della giovane Lydia e cercherà di sposarla tramite ricatto. Ovviamente il piano delle forzate nozze fallirà e la neo-famiglia allargata vivrà in armonia tra membri viventi e defunti, mentre il demone viene ricacciato nel suo luogo d’origine, dove resterà… non proprio per sempre. In fondo, il lavoro chiama.

beetlejuice primo piano di michael keaton 1988

Oltre a essere il primo vero successo commerciale di Burton, Beetlejuice  si distingue per un paio di peculiarità: la prima, aver lanciato Michael Keaton nello star system e aver creato un esercito di scettici sulla sua scelta per il ruolo di Bruce Wayne in Batman. “Eccheccazzo, un maniaco conciato da scemo, come potrà mai essere il Cavaliere Oscuro? Al massimo può fare il Joker!”. E invece beccatevi un Uomo Pipistrello con i controfiocchi, non palestrato come Christian Bale o Ben Affleck, ma in grado di dare una rara intensità al vigilante di Gotham. Il secondo traguardo di Beetlejuice è l’avvio del ciclo delle muse di Tim Burton: attrici da lui apprezzate e corrispondenti all’ideale di ragazza creepy, di norma richiamate per le pellicole a venire o coinvolte in produzioni di altri pezzi grossi che però ne mantengono il typecasting. Basandoci sui numeri, il sodalizio artistico più longevo è quello con Johnny Depp, ma l’elemento femminile nella fabbrica degli incubi burtoniana ha un ruolo di punta e alcune esponenti hanno perfino allacciato una relazione sentimentale con il regista.

lydia deetz in beetlejuice 1988

Prendiamo Winona Ryder: presentatasi al grande pubblico nelle vesti di Lydia Deetz, è stata consacrata con Edward mani di forbice e ha pure interpretato Mina Murray nel Dracula di Coppola. Poi un problemino di cleptomania, l’arresto e la rinascita con la serie Stranger Things. Già che c’era è tornata come doppiatrice in Frankenweenie di Burton, tratto da un cortometraggio dello stesso. Segue Christina Ricci, lanciata con La famiglia Addams di Barry Sonnenfeld (su uno script degli sceneggiatori di Beetlejuice ed Edward) e impiegata dall’oscuro regista di Burbank in Sleepy Hollow. Come non citare Helena Bonham Carter, attrice dal fascino indiscutibile, apparsa spesso nelle imprese del nostro ragazzone creepy, da Big Fish a Sweeney Todd; Burton se n’è innamorato così tanto che si sono fidanzati e hanno fatto dei figli.

eva green in dark shadows film

Ah, giusto stavamo dimenticando Eva Green, la magnetica Bond girl di Casino Royale, che si è fatta una bella scampagnata in Dark Shadows, in Miss Peregrine e in quella commissione disneyana chiamata Dumbo. Bene, possiamo concludere oltre ogni ragionevole dubbio che quando Tim ha una prediletta, si avvia una collaborazione a lungo termine, un mutuo scambio dove il regista crea una cornice ideale per la figura dell’attrice, che a sua volta, lenta e inesorabile, sconfina con il suo carisma fino a influenzare le performance altrui e i toni dell’opera (in sintesi, quello che ci si aspetta da un’attrice con i controcazzi).

beetlejuice il gabinetto del dottor caligari

Si ripiomba dunque nelle lande di Beetlejuice, nell’aldilà di corridoi labirintici, di sale d’attesa con luci stralunate e architetture prese di peso da Il gabinetto del dottor Caligari (anzi, Caligarisss, come direbbe il professor Guidobaldo Maria Riccardelli). Una riesumazione del prostetico e dei pupazzi, di sangue a ettolitri, di creature zannute di ogni forma, troppo grottesche per terrorizzare e troppo inquietanti per rendersi ridicole. È la via di mezzo che conta, la meraviglia d’oltretomba che solo il nostro amatissimo sa distillare. Tim è nel suo campo da gioco, ha ampia disponibilità di mezzi per dilettarsi e lo fa con una riproduzione ad alto budget di ciò che dovrebbe essere un B-movie. Scenografie concrete, mostri che si possono toccare. Certo, l’operazione è spogliata della sua aura di novità e lascia spazio alla zona di comfort, a ciò che gli estimatori di lunga data percepiscono come un ritorno a casa.

monica bellucci sposa cadavere in beetlejuice 2

Ad aprire i giochi c’è una cassa da cui esce Monica Bellucci, nuova fiamma di Burton, una sposa cadavere che riposa in pezzi e che, dopo aver “risucchiato” l’anima dell’inserviente Danny DeVito, procede a ricomporsi con una spillatrice, come se assemblare un corpo che a 60 anni fa ancora girare la testa fosse una specie di danza macabra. Il personaggio della Bellucci, ex molto arrabbiata di Beetlejuice, non dispone di un minutaggio consistente e ha poche battute dove l’attrice, disgraziatamente, si doppia da sola. Burton è furbo e dosa con sapienza le parti parlate, un po’ come faceva Kubrick con Ryan O’Neal in calzamaglia. Ciò che è chiaro è che al regista interessa esibire la sua compagna, mostrarci quanto sia sexy e pericolosa, mentre attendiamo di scoprire a quale destino sia andato incontro il cast originale.

lydia deetz in beetlejuice 2

Già, che fine ha fatto la Lydia che ricordiamo, la ragazzina dark e scostante? Prendete il telecomando e seppellitelo, perché è diventata un incrocio tra Maria De Filippi e Zak Bagans di Ghost Adventures, una conduttrice che sfoggia la sua aura di misticismo in salotti televisivi dove fa consulenza a famiglie che hanno problemi di infestazione. Ciononostante Lydia è ancora perseguitata dal suo dono, dalla facoltà di potersi mettere in contatto con i morti, cosa che la porta ad assumere psicofarmaci per farsi almeno un pomeriggio tranquillo. A tirare i fili del suo programma di successo è il fidanzato Rory (Justin Theroux), regista, produttore e autentico esemplare di cretino, il tipico tizio di mezza età che ti consiglia manuali di autoaiuto e si iscrive a sessioni di bagni di gong per stabilizzare le vibrazioni.

lydia deetz e fidanzato in beetlejuice 2

La facciata bonacciona e new age nasconde prevedibilmente un individuo senza scrupoli, determinato a sfruttare le facoltà di Lydia per arricchirsi. Nel frattempo le visioni della protagonista crescono di intensità e si focalizzano sulla ricomparsa del demonucolo Beetlejuice. Un attimo, che fine ha fatto Beetlejuice?! È sempre lì, aderente al volto di un Michael Keaton che non pare affatto un settantenne, ed è sboccato come non mai, sebbene la sensibilità del pubblico sia mutata rispetto agli anni ’80. Bonus per il Baby Beetlejuice animatronico che si mette a mordicchiare i polpacci altrui.

michael keaton in beetlejuice 2

Tornando alle questioni di lavoro, il bioesorcista ha un ufficio pieno di collaboratori, tra i quali spicca il nervosissimo Bob, ed è terrorizzato dall’idea che l’ex-moglie Delores lo trovi e lo riduca a un palloncino sgonfio. Decide perciò di perseguitare Lydia finché disperazione non li unisca per sempre (vedasi: acconsentire a sposarlo), in modo da garantirgli l’accesso permanente al mondo dei vivi. Un piano in perfetto stile Beetlejuice, lo spiritello trollone che ti conquista con lo sfinimento, almeno fin quando all’equazione non si aggiunge Mercoledì. Perdincibacco, dov’è finita Mercoledì?!

jenna ortega in bicicletta beetlejuice 2

Jenna Ortega è un astro nascente, un sole nero che è passato per X di Ti West e per Scream VI, trovando nel genere horror la sua dimensione ideale. Con la serie Wednesday si è imposta sul pubblico di tutte le età, riproponendo il personaggio di Christina Ricci in una chiave contemporanea e accattivante, il tutto nella cornice di una scuola alla Hogwarts, arricchita da pennellate di teen drama. La sua Mercoledì, eroina che cela le emozioni dietro a una patina di monoespressività e gusto per la tortura, ha funzionato così bene che Tim Burton l’ha elevata a novella musa e trasformata in… Mercoledì.

astrid e lydia deetz in beetlejuice 2

Secondo una logica che non ci trova per nulla sorpresi, Jenna Ortega è Astrid, la giovane figlia di Lydia, una pulzella cupa e irriverente che per puro culo non fa Addams di cognome, forse un pelino più ambientalista e influenzabile dalle traversie del mondo esterno. Era molto affezionata al padre, scomparso prematuramente (non prima di averla fatta appassionare alla filmografia di Mario Bava), e ha pacchi di rancore verso la genitrice Winona che, nonostante il suo dono sovrannaturale, non riesce a comunicare con lo spirito del marito scomparso. Il rapporto con la madre pare insanabile, anche quando un lutto improvviso porta la famiglia alla necessità di restare unita, e finiamo per seguire un ramo della storyline che vede Astrid alle prese con problemi simili a quelli del suo alter ego: la sindrome da bastian contrario, l’inadeguatezza sociale, la cotta per un ragazzo sbucato dal nulla, dall’animo vintage e particolarmente affine a lei, almeno finché non si rivela essere un bad boy manipolatore. Eccheccazzo, dove abbiamo già visto tutto questo?! E soprattutto, è un problema se ne vogliamo ancora?

willem dafoe in beetlejuice 2

Sì, vogliamo ancora gite al parco giochi in cui la trama è un alibi, altre giravolte tra pupazzi e make-up vecchia scuola che oscurano per un attimo il panorama odierno dell’intrattenimento, quello che abusa della CGI per espandere i limiti della messa in scena ma rischia, al contempo, di farti dimenticare in due minuti ciò che hai appena visto. Tutto è transitorio, quasi nulla rimane impresso. Bene, per qualche principio inspiegabile, una sequenza in stop-motion sopravvive più a lungo nella nostra corteccia cerebrale. Il vermone desertico, lontano dalla cavalcatura ideale di Paul Atreides, ha quel design a metà tra il clownesco e il disturbante, e ci lascia qualcosa quando tenta di papparsi qualcuno. Willem Dafoe, nel suo esiguo minutaggio, si dimostra un mattatore seriale, un attore defunto che ha finalmente modo di atteggiarsi da sbirro per l’eternità e pretende che ogni fase del suo mestiere “sembri reale”. Avete presente robe tipo prendere copertura ed entrare dalla finestra quando non ce ne sarebbe alcun bisogno? Ecco. Al capolinea, infine, vi attende il Soul Train, una gag concettuale, un gioco semantico che nella sua semplicità vi farà sicuramente ridere. Magari vi sentirete in colpa, ma la risata arriverà in orario, come la peggior freddura del pianeta che viene pronunciata dall’unica persona in grado di farla funzionare.

soul train in beetlejuice 2

Altre piccole cose sono disseminate lungo questo binario privo di deviazioni, una tratta per i pendolari del grottesco, che stanno lì al finestrino e osservano i numeri da musical di un matrimonio-farsa, Jenna Ortega che manifesta i suoi sentimenti con un rutto o la celebre mamma di Kevin McCallister che gioca troppo con i serpenti, finendo come Cleopatra. “Il carrozzone va avanti da sé, con le regine, i suoi fanti, i suoi re. Ridi buffone, per scaramanzia, così la morte va via”. Ridiamo in faccia alla morte, portiamola sottobraccio in una Wonderland del macabro per scoprire, ironicamente, di aver bisogno del biglietto. Un limbo da black humor, una dimensione che, nel caso degli spettatori millennial, ha cessato di essere eversiva per diventare rassicurante. Sì, rassicurante. Lo spettacolo di un autore che sogna se stesso e che ci farà invocare – questa volta con meno decenni di pausa – Beetlejuice, Beetlejuice, Beetlejuice.

beetlejuice 2 sala d'attesa netherworld

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