Luc Besson, ti vogliamo bene, ma cosa ti è saltato in Coppola?
di Matteo Berta e Alessandro Sivieri
Gary Oldman ha fatto da apripista, si è presentato dapprima con un parruccone e la pelle incartapecorita, per poi ringiovanire come dandy alla ricerca della sua soulmate reincarnata, pronunciando la battuta clamorosa “Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti”, che tra l’altro è una delle ragioni per cui aveva accettato il ruolo nel film di Francis Ford Coppola. Una presenza magnetica, terrificante, eppure fragile agli occhi del pubblico, il quale finisce per provare pietà per l’animo del Conte, lacerato da un amore prematuramente perduto e inseguito lungo il crinale dei secoli. La versione coppoliana del romanzo di Bram Stoker evidenzia la versatilità scritturale di Dracula, il vampiro che oltre a impalare i nemici e salassare le donzelle può mettere la purezza di un sentimento al di sopra di ogni cosa. Ecco, Oldman ha saputo dare tridimensionalità a questa visione, si è modellato come il velluto intorno a un personaggio non facile e ne è uscito a testa alta e zanne scintillanti. Finalone ricco di pathos, silenzio, applausi. Passano trent’anni e giunge Luc Besson voglioso di rifare tutto (parruccone compreso), però a Parigi anziché a Londra.
Da uno come Besson ti aspetti le meglio trovate: è rinomato come un funambolo dei generi, un cineasta capace di coniugare la spettacolarità del cinema americano con i tempi, la profondità e le scenografie barocche della scuola europea. Sforna con scioltezza degli sci-fi d’azione con alte dosi di commedia (Il Quinto Elemento, Valerian), cronistorie di femme fatale per caso o per vocazione (Nikita, Lucy) e performance attoriali da urlo proprio insieme a quel Gary Oldman che, di ritorno dalla Transilvania, interpretò un villain memorabile in Léon. Un’altra caratteristica del regista francese è che gli piacciono le favole dark e soprattutto gli piace un altro attore, Caleb Landry Jones, con il quale ha da poco lavorato a Dogman. Jones, di origini texane, ha un talento innato per i personaggi ambigui e una conformazione del volto che rispecchia – stando alla critica – una bellezza luciferina. Perfetto, hai una voglia pazza di dare un altro ruolo a questo tizio e stare lì a guardarlo con orgoglio e soddisfazione mentre lascia andare le briglie. Cosa può esserci di adeguato? Ma sì, giriamo Dracula. Di nuovo con quell’acconciatura. Tormentato, melodrammatico, pieno di colori. Matteo Berta e Alessandro Sivieri hanno ancora in testa Nosferatu e, per un difetto congenito, non resistono alla tentazione di papparsi ogni iterazione dell’impalatore, incluse quelle più kitsch, e sono qui al vostro servizio per capire se si tratta di un’operazione riuscita o di un ordine di troppo al sushi dietro casa, quell’Uramaki identico alla portata precedente che rischia di farti passare la notte a strafarti di citrosodina, però te lo mangi con un ultimo sforzo perché non vuoi pagare la penale.
MATTEO BERTA
Forse un po’ troppo debitore del Dracula di Coppola, ma comunque centrato: Besson riesce a restituire al mito del vampiro una forma nuova senza snaturarlo, con una regia che alterna delicatezza e ferocia, romanticismo e terrore. Considerando che negli ultimi anni abbiamo visto The Last Voyage of the Demeter, Renfield, il nuovo Nosferatu, la serie BBC/Netflix e persino l’annunciato progetto di Chloé Zhao, stupisce come la leggenda non perda mai forza né fascino, come se la ascoltassimo per la prima volta. Alcune scene, sospese tra simbolismo e horror catartico, rischiano l’involontario grottesco ma funzionano proprio per questo equilibrio precario tra serio e assurdo.
Il trattamento del personaggio storico è impeccabile e il conflitto tra fede, scienza e superstizione trova in Christoph Waltz un Van Helsing di rara complessità, misurato ma magnetico. Interessante anche la rilettura del vampirismo, raccontato come un confine fra esperimento scientifico e condanna divina. Ma il vero punto di forza resta la colonna sonora di Danny Elfman, che accompagna la storia d’amore con una grazia malinconica, evitando di calcare troppo su orrore e battaglie e restituendo invece il cuore tragico e romantico del mito.
ALESSANDRO SIVIERI
Amore e morte, Eros e Thanatos, avete presente quel dualismo vecchio come Noè? Il conflitto tra la pulsione di vita e la spinta alla distruzione, uno dei temi centrali del mito greco e della psicanalisi di Freud. Poi è arrivato Dario Argento con il suo Dracula 3D! Il paventato ritorno in grande stile del Maestro, alle prese con un classico intramontabile, un prodigio tecnico che – parole del regista – sarebbe stato in grado di “battere Avatar“. Nelle interviste pre-release, Argento discorreva della sua ammirazione per il romanzo originale di Broker (sì, aveva fuso Bram e Stoker in preda alla senilità) e per la figura del Conte, un principe delle tenebre che però è in grado di amare, e ama con tutto se stesso, fino al tormento. Stando a lui, pareva di aver scoperchiato il vaso di Pandora, eppure la rilettura di Dracula come villain romantico era un concetto portato avanti da Coppola, citato più volte nella chiacchierata con i giornalisti; uno di essi, per fare il fenomeno, interruppe Argento e gridò che Bram Stoker’s Dracula “fa cagare”, e potremmo anche chiuderla qui.
Come finì questa rocambolesca impresa? Beh, come dice Harvey Dent, o muori da eroe o vivi abbastanza a lungo da girare Dracula 3D, La terza madre, Giallo… un trittico che potrebbe affossare l’immagine del più svogliato regista di sceneggiati Rai, quindi figuriamoci il contraccolpo per il povero Darione! L’autore di Profondo rosso e Suspiria, ormai in fase calante da decenni, pesca qualcosina dell’approccio coppoliano al personaggio, i toni saturi e gli eccessi del periodo Hammer, e frulla tutto in una messa in scena da citazione in giudizio per danni morali. Effetti raffazzonati, sequenze narrativamente scollegate tra loro, set illuminati a bestia per garantire la resa del fantomatico treddì e la tenerezza per un Thomas Kretschmann che in realtà è un signor attore, e fa del suo meglio nei panni del Conte, ma nulla può contro una produzione che gli frana intorno. Solo lo sbadato Dracula di Aldo Baglio sarebbe adeguato al contesto, tant’è che tra gli interpreti è presente, come padre di Lucy, Augusto Zucchi, il medico di Tre uomini e una gamba! Bonus per il nudo della figlia Asia Argento, apprezzabile nella sua gratuità, e per un Rutger Hauer che in universo parallelo funzionerebbe a meraviglia come Van Helsing e che tutti si chiedono come abbia potuto, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, accettare il ruolo.
C’è una morale in tutto ciò? Vogliamo fare la morale a qualcuno? No, si tratta di un esempio del declino artistico di una leggenda dell’horror, di un colpo di coda capace di distruggere – oppure, date le circostanze, risucchiare – qualsiasi speranza nei primi minuti di visione, e di spingere a una profonda crisi esistenziale chi si ostina a spendere qualche buona parola per l’Argento contemporaneo. Infine, vi è la questione del retelling, il ripescaggio di un’icona per adattarla alla sensibilità odierna e sviscerarne degli aspetti trascurati nelle incarnazioni precedenti. È inevitabile che un mostro come Dracula faccia un ritorno ciclico nelle sale: feroce, nobile, capace di catturare l’immaginazione di qualunque cineasta. Non a caso si parlava di un “Rodolfo Valentino degli inferi” già all’epoca di Bela Lugosi. Certo, per accostarti alla fonte letteraria di Stoker non devi solo essere bravo, devi avere qualcosa da dire, e perfino se soddisfi questi due requisiti, non è detto che il risultato sia degno di nota.
Sulla scia di questo ragionamento arriva in sala Dracula: A Love Tale di Luc Besson, sfacciato, giocoso, esteticamente ricco e di una perizia tecnica che vi farà scordare in un battito d’ali di pipistrello l’incubo argentiano di cui sopra. Bene, benissimo, il problema è che si tratta ancora del Dracula innamorato, con Caleb Landry Jones e i suoi lineamenti da angelo caduto che si contraggono per la sofferenza, che fanno sussurrare al pubblico “Poraccio, l’ha presa proprio male, sarà la sedicesima volta che si getta dalla torre”. Darione avrà preso due spunti da Coppola, ma Besson è proprio un cleptomane, arraffa a destra e a manca dal film del 1992 e, non contento, impasta la storia nella sua verve comica, generando quello che vorrebbe essere un animale di razza ma che, passato l’abbaglio, si porta dietro qualche tara genetica, frutto di eccessivi e inopportuni incroci. Sì, insomma, sembri carino e hai un bel manto, ma porca troia zoppichi come il mio bisnonno di ritorno da Caporetto e hai tutti i denti storti!
La storia si apre nel XV secolo con il felice matrimonio del principe Vlad di Transilvania. Il protagonista di Caleb Landry Jones vive la sua storia d’amore appassionata con la splendida Elisabetta, e dobbiamo ammettere che Zoë Bleu è davvero una gemma rara, un’attrice il cui magnetismo surclassa la pur fantastica Winona Ryder del ’92. I vantaggi di questa versione sul predecessore coppoliano si fermano, purtroppo, all’abbagliante principessa, senza nulla togliere alla presenza scenica di Jones, che oltre ad avere una faccia destinata a rimanere impressa è maledettamente bravo. I coniugi reali scherzano, giocano col cibo, scopano di brutto e, in risposta all’allarme per l’invasione ottomana, scopano più forte. Effusioni reiterate, promesse ripetute, quasi a prendere lo spettatore per mano e accertarsi che abbia compreso la purezza e l’intensità di questo legame. “Mi raccomando, quando andrà tutto in vacca devi rimanerci di merda, altro che le liaison di oggigiorno, nate a colpi di Tinder e terminate dopo una bottarella!”.
Vlad, riluttante, parte in guerra dopo aver chiesto al vescovo di benedire ulteriormente la sorte della sua amata. La battaglia contro gli Ottomani mette in risalto la bontà della costumistica, in particolare delle armature, ed è corredata da un numero di comparse sufficiente a non far sembrare il tutto una schermaglia tra quattro scappati di casa. La cura dei dettagli e l’eleganza di matrice europea si vedono tutte, e il coraggioso Vlad viene rappresentato proprio come il Draculea di Oldman, membro dell’Ordine del Dragone che fungeva da baluardo della cristianità contro i piani di conquista di Maometto II. La regia può contare su dei campi lunghissimi azzeccati e su una commistione tra epica e tensione drammatica che rimane lontana dalla battaglia di Teutoburgo o da un qualunque massacro di Braveheart, ma rende il primo atto vivo e sanguigno. L’intera parte bellica e la tristerrima perdita della sposa vengono ampliate, con un focus sulla doppia posta in gioco (la vita di Elisabetta e la salvezza del regno), correndo sulla scia di quella origin story con Luke Evans che doveva dare l’avvio a un primo progetto di Dark Universe, e che la critica ha bocciato sonoramente. Pellicola un po’ caciarona, per certi versi fumettistica, eppure aveva il pregio di mostrarci la vastità dei poteri di Dracula. Chiusa parentesi, Elisabetta va incontro a una brutta fine e si torna al remake in salsa Oldman.
Dracula Told
La vendetta sul vescovo e la profanazione della cappella differiscono giusto per qualche dettaglio ma il succo rimane è morta la mia amata, rinnego Dio, sono dannato. Vlad sprofonda dunque nell’apatia, capisce di non poter morire, e un po’ per disperazione, un po’ per necessità empirica si butta da una delle sue torri decine di volte, in stile Barnabas di Dark Shadows, con il suo infruttuoso tentativo di suicidio dalla scogliera. Quando un insignificante Jonathan (Ewens Abid) giunge alla dimora del Conte, troviamo quest’ultimo decrepito e annoiato da un’eternità priva di scopo. Naturalmente ha il parruccone e arriviamo a sperare che se lo tolga come nella parodia con Leslie Nielsen. Besson giustifica l’assenza della servitù con dei minions speciali, ovvero i gargoyle del castello, che si animano per eseguire gli incarichi del padrone. La CGI fa quello che può per rendere concreti questi aiutanti di pietra ma mostra i propri limiti, e ci sentiamo di dire che era meglio lasciarli a Notre-Dame con Quasimodo. Nell’epilogo i gargoyle vengono liberati dalla maledizione ed escono dalla rocca nella loro forma originaria, quella di bambini ricoperti di cenere, manco fossimo nel tempio maledetto con Indiana Jones che ha preso a cazzotti i Thug.
Jonathan nel frattempo ha scoperto la natura del Conte e, con un espediente narrativo che odora di fiaba, temporeggia, chiede al vampiro di raccontargli le avventure vissute nei secoli. Arriviamo a una fase che ha invero dei risvolti interessanti, quella in cui Vlad ha viaggiato per il mondo in cerca di un sistema per riportare a sé Elisabetta e per soggiogare le deboli menti altrui. Una tappa dopo l’altra, tra insoddisfazione e tentativi di ottenere la formula perfetta. Sembra un testo di David Bowie: “I searched for form and land / For years and years I roamed / I gazed a gazely stare / At all the millions here / We must have died alone / A long, long time ago”. Dracula compie un percorso non tanto di rinascita ma di ricostruzione, cerca il suo ago nel pagliaio del globo terracqueo, una ragione per andare avanti. Bel concetto, se non fosse che l’obiettivo finale è un profumo.
Poteri mentali? Nah. Ipnosi? Nemmeno. Va bene, d’accordo, puoi almeno trasformarti in uno sciame di pipistrelli? Ma figurati, io ho distillato un’essenza magica e ogni donna me la lancia con la fionda! Prendete pure Dior Sauvage o l’ultima tamarrata di Paco Rabanne e versatela nel cesso, perché il Conte è diventato veramente l’uomo che non deve chiedere mai. Ma varrà davvero la pena di ricreare lo schema di Profumo – Storia di un assassino per un essere come Dracula? È proprio necessario mandarlo alla reggia di Versailles e fargli stregare le nobildonne con due spruzzate? Perché fin quando ne esce una sequenza gustosa e visivamente potente come quella del convento è accettabile, ma i balletti di gruppo alla corte del Re Sole virano troppo sul grottesco.
Una volta scoperto che Mina, la giovane fidanzata di Jonathan, è con tutta evidenza la reincarnazione di Elisabetta, Dracula si toglie la smorfia annoiata dalla faccia, si ringiovanisce la pelle con un bagno di monache e vola a Parigi, in modo da conoscere la ragazza e, in breve tempo, destarne i ricordi sopiti. L’ambientazione urbana si sposta così dalla tradizionale Londra alle vibrante strade parigine, piene di leccornie e bancarelle colorate, una cornice pop che fa da efficace contraltare alla seriosità anacronistica del Conte, uno che ha attraversato secoli di lutto, è stato sia un feroce conquistare che un frivolo profumiere; ora non ne può semplicemente più e getta tutte le maschere per ricongiungersi alla sua amata.
Il trasloco dalla Transilvania ci porta a conoscere due comprimari che potremmo chiamare Non-Renfield e Non-Van Helsing. Nel primo caso parliamo di Matilda De Angelis, interprete di Maria, una delle vampire che servono Dracula e gli procurano vittime (e ricchezze) in giro per il mondo, cercando al contempo l’agognata copia di Elisabetta. La De Angelis ha fondamentalmente ricevuto un nulla osta per l’overacting: “Ridacchia, strilla, batti i denti e comportati in modo infantile”. Il bello è che la sua parte funziona, andando a sommarsi alla quota di elementi scanzonati che con il proseguire del minutaggio hanno superato con abbondanza il 50%. La seducente e mortifera succube viene analizzata dal prete di Christoph Waltz, membro di un ordine ecclesiastico non meglio specificato, un Van Helsing che non si dichiara tale, più studioso che cacciatore di succhiasangue.
Waltz non smentisce l’aura che ultimamente lo circonda, quella del bravo caratterista che viene chiamato in quanto nome spendibile, raffinato poliglotta con un simpatico accento teutonico e personaggio ciarliero in grado di dare credibilità ai dialoghi più scarsi. Alla stregua di Willem Dafoe in Nosferatu, emette diagnosi, stempera i drammi con ironia e istruisce i protagonisti sulla pericolosità del Conte. Finché si tratta di chiacchiere con una tazza di tè se la cava alla grande, mentre nell’atto finale ci fa quasi sorridere vederlo aggirarsi nel castello con la valigia stretta al petto, circondato da fucilieri e demoni che se le danno di santa ragione. Non ha la fisicità per una qualunque sequenza che contempli l’azione e si limita a far riflettere Dracula sulla sua tragica situazione, spingendolo a prenderla con filosofia: “Vabbè, tu pentiti, che in qualche modo va tutto a posto”. Un po’ dottor Schultz, un po’ Don Abbondio con il cappello oversize, e ci spiace vedere un doppio Premio Oscar che recita come se stesse dando delle indicazioni stradali di malavoglia.
Infine, per mettere i bastoni tra le ruote ai due innamorati, ormai prossimi all’eternità, mancava solo quel cazzone di Gaston. No, perché se nel romanzo era lo sparuto di gruppo di Harker, Van Helsing e soci a opporsi ai gitani servi del vampiro, qui giunge un intero reparto dell’esercito ungherese, armato fino alle ascelle, con tanto di cannonate che scalfiscono i muri e abbattono le torri, incuranti del rischio di colpire qualche alleato che combatte all’interno. Dracula prende a spadate qualche sciagurato, poi chiede ai suoi rocciosi amici di guadagnare tempo, ed ecco che i gargoyle ingaggiano una lotta senza quartiere con i militari, gli tendono trappole, li fanno inciampare. Sembra quasi la difesa del castello de La bella e la bestia, dove tu, povero bifolco del villaggio, ti ritrovi a combattere contro le masserizie del nemico. A porre fine ai patimenti, la confessione, l’abiura dei crimini compiuti e l’addio definitivo tra Mina/Elisabetta in lacrime e Vlad, ritornato allo stadio di prugna rinsecchita. Partiti gli end credits sorgono mille domande, tantissime obiezioni contrapposte a una certezza, quella che Besson ha voluto perdersi in un divertissement, ha tentato di legare tra loro atmosfere e suggestioni solitamente agli antipodi, facendosi scudo proprio con Dracula, perché se dentro al Conte possono convivere amore e morte, allora può inglobare qualunque cosa e risputarla come una massa viva e coerente. Obiettivo centrato a metà, un godimento che è tale solo se ti va di stare al gioco, di ascoltare quella che nonostante il sound fuori dai canoni è condannata a rimanere una cover ben eseguita.

