The Killing Joke – Tutto quello che serve è una giornata storta

The Killing Joke – Tutto quello che serve è una giornata storta

di Cristiano Bolla

Mentre mezzo mondo vede distrutto l’hype dopo l’uscita del tanto atteso quanto (pare) deludente Suicide Squad, ai puristi della DC Comics non sarà certamente sfuggita, tre settimane fa, l’uscita di un film animato trasposizione del capolavoro assoluto di Alan Moore: The Killing Joke. E sì, questo articolo contiene *SPOILER* ma è imprescindibile conoscere l’argomento, se vi professate fan di Batman.

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Originariamente pubblicato nel 1988, questo breve albo è considerato come l’alfa e l’omega delle storie del Cavaliere Oscuro e del rapporto con la sua nemesi, il Joker. Per far capire l’influenza che ha successivamente avuto, basti pensare il tanto osannato Joker di Christopher Nolan (quello magnificamente interpretato da Heath Ledger) si ispira proprio alla versione presente in The Killing Joke; anche Tim Burton prima e tutti i videogiochi della Rocksteady Studios non hanno potuto esimersi dal tenere in considerazione questa pietra miliare della storia di Batman.

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Ora ne è uscita una trasposizione animata per il mercato dell’home video ed è diretta da Sam Liu: tra i punti di forza assoluti c’è il doppiaggio originale del Joker affidato ancora una volta a Mark Hamill, bravissimo a rendere al meglio le due anime del Joker di cui parleremo tra poco. Dura un’ora e, in realtà, non contiene solo il racconto tratto dall’albo The Killing Joke: i primi venticinque minuti sono una storia nuova, totalmente originale e per questo molto criticata dai fan. In questa sorta di pre-episodio, si racconta di come Batgirl aka Barbara Gordon abbia deciso di smettere i panni della versione femminile del Cavaliere Oscuro, praticamente perché troppo impegnata a tentare di compiacere il suo mentore piuttosto che sentire il vero peso del costume. Il film ha rating R anche per la più controversa delle scene contenute in questo prologo: la scena di sesso tra i due eroi mascherati. Personalmente, non l’ho trovato un episodio troppo stonante: è del buon brodo per avviare l’azione vera e propria, “nulla di che ma ci sta”.

Poi si passa alla vera storia: ma di che parla The Killing Joke? Fondamentalmente racconta la genesi del Joker, prima rimasta sempre sconosciuta. Naturalmente, trattandosi del nemico per eccellenza di Batman, non poteva essere banale, perché Joker è sempre stato molto più che un villain, un cattivo di passaggio: è la nemesi di Batman, il suo alter ego oscuro e rappresenta uno spartiacque tra il bene e il male. Colui che sarebbe diventato Joker, in realtà, non era altro che un disperato, un comico fallito, marito preoccupato e prossimo padre in cerca di riscatto: ex-dipendente di una ditta di prodotti chimici, decide di partecipare ad un colpo con due ladri travestendosi da Cappuccio Rosso, di modo da tirare su soldi per la famiglia. Poi, la tragedia: la moglie e il figlio in grembo muoiono in un incidente giusto il giorno della rapina, che il comico è comunque costretto a fare. Ovviamente, va male: l’intervento di Batman (che non sa che non ha davanti il vero Cappuccio Rosso) spaventa l’uomo, che cade in una vasca di prodotti chimici e viene sfigurato. Qui nasce il Joker.

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Nel raccontare la sua storia, Alan Moore decide di andarci sul pesante: inizio classico, fuga da Arkham e ripresa delle attività criminali del Joker, che questa volta decide di colpire Batman al cuore. È lui, infatti, a sparare a Barbara Gordon e costringerla sulla sedia a rotelle, facendo di lei la futura Oracle, la Watch-Tower del Pipistrello. Non pago, Joker rapisce il commissario Gordon per fargli fare un tour della pazzia in un luna park abbandonato; lo scopo: dimostrare che anche l’uomo più nobile e giusto può cedere alla pazzia (sì, molto simile a quanto fatto da Nolan con Harvey Dent ne Il Cavaliere Oscuro).

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Qui sta il cuore dell’opera, il nucleo poetico e ontologico delle figure trattate: tutto quello che occorre per perdere la testa è una giornata storta. Questo il segreto oscuro del Joker che, così, si dimostra nietzscheanamente “umano troppo umano”. Nessuna pazzia o violenza giovanile repressa, niente di niente: Joker era un uomo come tanti che è incappato in una giornata storta. Nulla di diverso da quanto sarebbe potuto capitare a Bruce Wayne ed è proprio su questo punto che il Joker gioca tutte le sue carte: tentare di portare Jim Gordon alla follia è il suo tentativo di dimostrare come in realtà lui non sia troppo diverso dagli altri, che tra lui e il resto del mondo c’è solo un sottile filo che il destino può recidere in ogni momento.

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“Basta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle. Ecco quanto dista il mondo da me. Una giornata storta. Anche tu hai avuto una giornata storta, dico bene? Ne sono certo. Lo capisco. Hai avuto una giornata storta e tutto è cambiato. Altrimenti perché ti vestiresti come un topo volante? Una giornata storta che ti ha reso pazzo quanto tutti gli altri.”

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Ed in effetti è proprio così: Batman avrebbe potuto vivere il suo trauma originario in modo completamente diverso, facendo di lui non l’eroe che è ma qualcosa di opposto. Questa cinica ma epifanica verità, che a noi spettatori arriva tramite il racconto della storia del Joker-uomo, getta sotto tutta un’altra luce il suo rapporto con Batman, il quale è convinto che la sua relazione con  Joker non possa risolversi diversamente che con l’annullamento reciproco: uno dei due ucciderà l’altro. Il suo tentativo di dialogo è frutto di una lunghissima riflessione e snodo fondamentale del loro rapporto che rimane sempre avvolto nel mistero:

“Come possono due individui odiarsi tanto senza conoscersi?”

In The Killing Joke quasi tutti questi nodi vengono al pettine fino ad una risoluzione finale in cui si assiste alla totale umanizzazione del Joker, al momento in cui è veramente lì sul punto di vacillare e accettare l’offerta di Batman, che fino alla fine prova a portarlo, agendo secondo la legge, di nuovo dalla parte del “bene”, senza che sia necessario eliminarsi a vicenda. Ma, ovviamente, è troppo tardi: in una delle scene più toccanti mai letta e ora vista (forse addirittura l’unica) tra un eroe e la sua nemesi, il Joker spiega le sue ragioni con la barzelletta che dà il titolo all’album gioiello di Alan Moore e forse di tutta la DC Comics, quello che (con un’intensità pari forse a Watchmen) riflette su temi densi e indaga la psicologia dei personaggi in modo mai così profondo:

“Sai, è buffo… Questa situazione. Mi ricorda una barzelletta: ci sono questi due tizi in un manicomio e una notte… Una notte decidono che sono stanchi di vivere in un manicomio. Decidono che cercheranno di fuggire! Così, salgono sul tetto e, dall’altra parte, vedono i palazzi della città distendersi alla luce della luna… Verso la libertà. Il primo salta sul tetto vicino senza alcun problema. Ma il suo amico, il suo amico non osa compiere il balzo. Perché… Perché ha paura di cadere. Allora il primo ha un’idea e dice : – Ehi! Ho preso la torcia elettrica con me! Illuminerò lo spazio tra i due edifici. Così mi raggiungerai camminando sul raggio di luce! -. Ma il secondo scuote la testa. E dice… Dice – Co-cosa credi!? Che sia pazzo? Quando sarò a metà strada la spegnerai!-”

Il Joker ride, Batman ride. Signori e signori: The Killing Joke.

The Killing Joke

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