Una Serie di Sfortunati Eventi – Lemony Snicket è su Netflix 

di Cristiano Bolla

Il contenuto di questo articolo non è piacevole e riguarda la recensione di una serie di orribili eventi accaduti a degli sfortunati bambini che qualcuno ha pensato bene di riprendere e mettere online su una piattaforma di stream-sharing a pagamento. Insensibili. Il mio consiglio è di non leggerla, perché sicuramente avete di meglio da fare e fareste meglio pertanto meglio a guardare altrove. – Lemony Snicket (?)

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Dal 13 gennaio 2017 su Netflix è disponibile “Una Serie di Sfortunati Eventi”, trasposizione televisiva della saga ideata da Daniel Handler sotto lo pseudonimo di Lemony Snicket. La data di uscita non è casuale, il numero tredici si ripete spesso nella storia di questi romanzi: tredici sono i libri da tredici capitoli ciascuno e l’ultimo è uscito il 13 ottobre 2006. Due anni prima, nel 2004, era uscito il primo e unico film finora dedicato alla saga e vincitore del Premio Oscar per il Miglior Trucco.

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Il film di Brad Silberling (con Jim Carrey, Emily Browning, Meryl Streep e Jude Law) si concentrava sui primi tre libri della saga, tra l’altro spezzando il primo per tenersi un finale più drammaturgicamente adatto ad un film. La serie Netflix, invece (con Neil Patrick Harris, Malina Weissman, Alfre Woodard e Patrick Warburton nei rispettivi ruoli) prende i primi quattro libri e li racconta in ordine cronologico, dedicando due episodi ad ogni libro e facendoci così presupporre che l’intera serie consterà di tre, forse quattro stagioni. Bene, molto bene, perché quanto visto nella prima ci è decisamente piaciuto.

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L’efficacia di “Una Serie di Sfortunati Eventi” deve senz’altro molto allo stile del libro, raccontato in prima persona dal personaggio Lemony Snicket. Il suo invito, letterario e televisivo, è quello di guardare altrove, di cercare un altro streaming se si vuole un lieto fine o una bella storia, perché quanto accaduto ai Baudelaire non è affatto piacevole ma orribile. Non è l’unico caso in cui, nel corso della serie, viene rotta la quarta parete: la sceneggiatura della serie tv è stata rinfrescata e adattata per creare ancora più quell’effetto straniante e di rottura quando vengono fatti riferimenti chiaramente meta-cinematografici, che escono dallo schermo e parlano direttamente allo spettatore. Lo fa in un modo decisamente auto-referenziale, esaltando la sua produzione: “perché andare al cinema quando puoi stare sul divano di casa?” è praticamente campagna pubblicitaria di Netflix all’interno di una sua stessa serie. Al momento non c’è un miglior venditore di se stesso di Netflix (seguire la pagina Facebook per credere: il social media manager è straordinario).

Questi giochini riescono a colpire nel segno perché sostenuti da tutta una narrazione che, riprendendo i libri, tiene un registro e uno sviluppo adatto sia ai piccoli che ai grandi. I primi, affascinati e appagati sicuramente dalle vicende di tre ingegnosi bambini che affrontano situazioni assurde, sfortunati eventi e che riescono comunque a cavarsela, trovano nella serie un genere che ha  riferimenti nell’infanzia di ognuno di noi: se provate a pensare al tema “giovane ragazzo/a se la cava contro il mondo adulto” la filmografia è parecchio lunga e piena di feels, un genere codificato ed efficace. I grandi, invece, possono guardare “Una Serie di Sfortunati Eventi” e restare affascinati dallo stile e dal registro frizzante, incalzante e che supera l’assurdità diventando divertente. Entrambi i tipi di pubblico vengono focalizzati sull’obiettivo primario “convincere il signor Poe e smascherare il Conte Olaf”, ma l’occhio dello spettatore trova cose nuove a seconda dell’età e questo la rende una serie intergenerazionale, la prima, come sottolinea la stessa Netflix.

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Lo stile, appunto. C’è una discussione in atto con il creatore di questo blog, una di quelle che porta a botte e macchine incendiate. La questione è questa: quanto Wes Anderson c’è in “Una Serie di Sfortunati Eventi”? Per chi scrive, tantissimo, per il boss per fortuna pochissimo. La mia tesi si basa soprattutto sul paragone con Grand Budapest Hotel: i colori pastello, il narratore dalla parlantina sciolta ma dal tono asettico, i movimenti minimi degli attori, le scenografie cartonate e gli effetti speciali volutamente “grossolani” esaltano la natura estremamente teatrale della serie. Sonia Saraiya di Variety l’ha definita come “cosa succederebbe se Wes Anderson e Tim Burton decidessero di fare una serie televisiva assieme” e i riferimenti sembrano decisamente azzeccati.

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Intergenerazionale, teatrale e Neil Patrick Harris: in tre parole ecco come potrebbe essere descritta la serie. Fresca è l’aggettivo di riserva, perché le sei ore scarse di visione lasciano una piacevole sensazione, quel divertimento misto a soddisfazione che è del tutto fuori luogo per una serie che da premessa vuole raccontare di sfortunati eventi e alla fine, invece, fa pure parecchio ridere. Insensibili.

Guarda subito la stagione 1

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Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi

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Un infausto inizio. Una serie di sfortunati eventi: 1 Copertina flessibile

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