The Punisher, ovvero “Picchiami, stupido”

di Cristiano Bolla

Speriamo vivamente che Billy Wilder non si stia rigirando nella tomba, per questo modo scimmiottamento  del suo “Baciami, stupido” (1964), ma francamente è la battuta che meglio riassume la recensione di The Punisher, nuova serie della Marvel Television e Netflix. Per calarci nella parte, per ogni paragrafo picchieremo qualcuno a caso tra i lettori.

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Frank Castle is back in town: avevamo conosciuto il Punitore nella seconda stagione di Daredevil, di cui è stato per larghi tratti protagonista/antagonista principale, molto più della Mano, al cui scontro sono state poi dedicate altre due serie, entrambe tremendamente orribili (Iron Fist e Defenders). Il motore delle azioni di Castle è solo uno, vendicarsi di chi gli ha ucciso la famiglia, e il confine morale è sempre messo molto al di là di qualsiasi altro eroe tout-court. Così riparte The Punisher, lo stand alone di un azzeccatissimo Jon Bernthal: con lui che ammazza gente. Salvo poi finire la sua black list e passare dall’essere il vigilante con più uccisioni sulla fedina penale ad operaio con più ore di straordinario non retribuite della storia. Destabilizzante.

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Che la missione di Punisher non possa essere finita lo intuiamo dal fatto che sono passati 20 minuti di serie su 650 totali e infatti la pensata è corretta: questa specie di routine infernale in cui Frank si confina viene destabilizzata da qualche scazzo con i colleghi, prontamente “puniti”, evento che lo mette sul radar di Micro, un ex agente dell’NSA in possesso di informazioni che coinvolgono Frank Castle, il suo passato nelle Forze Speciali, una missione a Kandahar e sì, nuova gente da ammazzare per vendicare la sua famiglia. Da qui inizia la vera missione punitiva, condita di botte date e ricevute, compagni d’armi del passato e una riflessione parecchio americana sul trattamento dei veterani al ritorno dalla guerra e le loro difficoltà a re-inserirsi nella società dopo gli eventi traumatici vissuti sul campo di battaglia. Una sotto-trama sentita, che ha il difetto di risolversi nell’episodio peggiore della serie.

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The Punisher è generalmente un buon prodotto, paragonabile ai migliori dell’universo televisivo targato Marvel/Netflix ed ovviamente parliamo di Daredevil: dark, con ottimi combattimenti, una violenza cruenta ma credibile e una generale buona gestione dei personaggi. Peccato però per quell’episodio “salva euro”, quello che ha una povertà produttiva evidente dovuta probabilmente al bisogno di risparmiare sul budget per episodi più costosi e complicati. Tra le caratteristiche di questo tipo di episodi (che si può ricoonoscere anche in serie come Game of Thrones) c’è che di solito è ambientato in un unica location, per limitare appunto le spese di produzione. Così accade in The Punisher e, purtroppo, è l’episodio che coincide con il turning point più importante della stagione, che quindi risulta buttato lì, tra povere scene di un episodio brutto.

E dire che fino a quel momento aveva retto bene la botta: piccole cadute, ma una forza figlia della coerenza del personaggio, fedele a se stesso ed eroe popolare in quanto incarna il modo in cui tutti vorrebbero reagire alle ingiustizie della vita, ossia con la giustizia privata, quella violenta e senza regole. Per questo The Punisher ha così presa sul pubblico e per questo chi gli gravita attorno si piega anche solo parzialmente alla sua morale (Karen Page, l’agente Madani, Micro e gli altri). Per lo stesso motivo, molto manicheo (“c’entri con l’omicidio della sua famiglia? Sì, allora sei cattivo e ti odio”), la genesi di Mosaico funziona solo in parte, è un tantino forzata.

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Vale la pena di vedersi i tredici episodi (due di troppi, IMHO) perché è un riuscito esempio di serie costruita su un personaggio forte, interpretato bene e coreografato meglio. Tutto il contrario di quanto fatto con l’immondo Iron Fist, tanto per ribadire il concetto. E ora è il caso di chiudere la recensione, perché siamo già arrivati a cinque lettori da picchiare, Punisher style.

Ora sono sei.

Sette.

Otto, non ci fermiamo più.

Nove. Un penny, due pezzi, un penny e un decino. Con questo fanno dieci, ci accontentiamo della cifra tonda.

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