PARASITE – Arrampicatori sociali nel seminterrato

La tragicommedia classista di Bong Joon-ho.

di Alessandro Sivieri

Se non basta la Palma d’oro al Festival di Cannes del 2019 a cancellare i pregiudizi su un film coreano, ci pensa la filmografia di Bong Joon-ho, un curriculum di ferro composto dal monster movie The Host e dal distopico Snowpiercer. Con questo Parasite ci si cala nei bassifondi sudcoreani per imbastire una critica sociale senza frontiere, non senza una dose di umorismo surreale. La famiglia Kim è formata da quattro membri disoccupati e vive in uno scantinato fatiscente che meriterebbe gli applausi del conte Mascetti di Amici miei. La loro quotidianità si risolve in lavoretti malpagati, segnali wi-fi scroccati ai negozi e liti con gli ubriaconi che si fermano a urinare nel vicolo. In un mondo dove la condizione economica scatena divari insanabili, l’unico modo di sopravvivere è farsi furbi. L’occasione arriva quando un amico dell’università offre al giovane Ki-woo (Choi Woo-shik) di sostituirlo per dare ripetizioni a una ragazzina. Trattasi della primogenita della famiglia Park, che abita in una lussuosa villa in collina.

Ki-woo rimane colpito dall’abitazione e fa la conoscenza di Yeon-kyo (Jo Yeo-jeong), moglie del ricco imprenditore Nathan Park (Lee Sun-gyun). Ben presto si accorge che la donna non sa fare una “O” col bicchiere ed è facilmente raggirabile, al punto da convincersi che il figlioletto iperattivo sia un genio dell’arte. Malgrado la sua onestà (se lo compariamo ai parenti), Ki-woo coglie la palla al balzo e fa assumere la propria sorella Ki-jeong (Park So-dam) come terapeuta per il bambino. La spregiudicatezza e l’astuzia di Ki-jeong le consentono di falsificare documenti e architettare piani per far licenziare il resto della servitù domestica, in modo da sostituirla con i suoi genitori. In poco tempo, grazie a dei sotterfugi, l’intera famiglia Kim si ritrova a lavorare per i Park in vari ruoli, fingendo di non conoscersi.

Cornice di questo teatro degli inganni è la villa dei Park, costruita da un brillante architetto. L’uso della luce e le spazialità geometriche permettono alla fotografia parecchi virtuosismi e la lettura dell’azione secondo un preciso punto di vista. L’abitazione diventa simbolo di uno status di benessere e viene idealizzata dai Kim, finora costretti a vivere come scarafaggi. Inutile dire che né i ricchi né i poveri nutrono un vero rispetto per il lato estetico della struttura: i primi delegano ogni mansione e lasciano che i figli la usino come parco giochi, mentre i secondi ne sono morbosamente ossessionati. In fondo, una delle cose più importanti è un tetto sopra la testa, no? Peccato che non esista armadio senza scheletri, perciò anche la magione più lussuosa nasconde una cantina dove abitano, in modo parassitario, individui meno agiati.

L’ambientazione e la storia, che avanza a colpi di sconcertanti rivelazioni, diventano metafora di un’incomunicabilità tra classi, se non di una vera impossibilità a migliorare il proprio stile di vita. Il reddito ci marchia dalla nascita, sicché i benestanti hanno fin da piccoli la proverbiale puzza sotto al naso, cioè la facoltà di sentire l’odore dei poveri, mentre questi ultimi non possono imitare l’atteggiamento di un ricco senza rendersi ridicoli. Anche quando i Kim hanno uno stipendio fisso e la possibilità di spostarsi, continuano a scroccare pasti alle mense e a rintanarsi in un seminterrato dove le fogne straripano (affogandoci con i nostri liquami e con le ipocrisie che vengono a galla). L’unica dimora concepibile è quella sottratta a chi può permettersi ogni comfort, a chi è elegante e aggraziato in ogni occasione e trascorre più tempo al lavoro o a fare shopping che nel proprio salotto.

Due ore che scorrono agevolmente e che sembrano raddoppiare per la quantità di tematiche, contenuti ed emozioni che contengono. La satira è una componente fondamentale del mix e fa capolino anche nei momenti drammatici, colorandosi di nero. Il finale, una resa dei conti altamente simbolica, ricorda le tragedie greche ed è l’apice di una scrittura a orologeria, l’esplosione di un malessere che porta alla rovina collettiva. Oltre alle considerazioni sociologiche, il menù offre una sottotrama con un fantasma che scatenerà diverse risate, la tensione politica tra il Nord e il Sud della Corea, l’idolatria modaiola per tutto ciò che proviene dall’Occidente e un’appropriazione indebita dell’arte. Tanta carne al fuoco per questi Malavoglia con gli occhi a mandorla, combattenti scorretti in una trincea dorata dove si annullano le differenze tra vincitori e vinti, ma non tra chi viaggia in limousine e chi deve strisciare sottoterra.

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