ONLY GOD FORGIVES – La violenza ai tempi del karaoke

Una dinamica incestuosa tra psicanalisi e psichedelia.

di Alessandro Sivieri

Dopo la folgorazione di Drive, la gente si aspettava qualcos’altro dai lidi danesi di Nicolas Winding Refn. L’avventura con il taciturno Ryan Gosling era un tributo stilistico agli anni ’80, un araldo della corrente retrowave, dove la colonna sonora curatissima si legava a un romanticismo metropolitano. Accolto con fischi a Cannes, Solo Dio perdona è stato un ritorno alla zona di comfort per il regista, ma non per la novella fetta di pubblico che si era appena conquistato. Grande estimatore di Jodorowsky (una stima ricambiata dal cineasta cileno), Refn ha ripescato le atmosfere low budget di Pusher, amalgamandole alle suggestioni allucinate di Bronson e Valhalla Rising. Torna anche Gosling, muto come una cernia, in una dimensione umana ben diversa dalla pellicola precedente: non più uno stuntman sognatore, ma un criminale di basso profilo, invischiato in un rapporto materno dai risvolti castranti. Sullo sfondo una Bangkok intrisa di sangue e storie di vendetta.

Ryan Gosling e statua in Solo Dio perdona

A sinistra una statua di gesso, a destra pure.

Proprio “vendetta” è la parola chiave per decodificare, almeno in superficie, una trama orientata al revenge movie: i fratelli Billy (Tom Burke) e Julian (Gosling) spacciano droga usando un club di boxe thailandese come copertura. Billy ha un carattere feroce e squilibrato rispetto all’impassibile Julian, e in uno dei suoi scoppi di violenza uccide brutalmente una prostituta minorenne. Questo porta a una rappresaglia dove il poliziotto in pensione Chang (Vithaya Pansringarm), invocato per riparare al torto, giustizia Billy con la sua spada. Giunge in città Crystal (Kristin Scott Thomas), madre di Billy e Julian, distrutta dal lutto e imbufalita in egual misura. Il primo bersaglio della sua frustrazione è Julian, il fratello ancora in vita, che non sembra entusiasta all’idea di vendicare Billy. Tra i due infatti non correva buon sangue, poiché il primogenito era preferito dalla madre. A questo punto entrano in gioco così tanti sottotesti edipici da costruirci una palazzina di sei piani con parcheggio interrato.

Kristin Scott Thomas in Solo Dio perdona

“Hai finito di guardare tua madre, sporcaccione?”

L’arrivo di Crystal, genitrice dominante e autentica padrona delle attività di famiglia, dà inizio a una demolizione sistematica del protagonista di Gosling, valorizzato al massimo nella sua monoespressività: un uomo solitario, impotente, che barcolla tra sentimenti inespressi. Chiuso nella sua calma irreale, si guarda di continuo le mani, quelle armi naturali che impiegò anni prima per uccidere il padre; il surrogato fallico con cui immagina di penetrare le donne e di farsi strada nella tiepida consolazione dell’utero materno. Le sue sparute iniziative e le umiliazioni somatizzate hanno il mero scopo di compiacere Crystal, figura seducente e vessatrice, che non manca di ricordargli quanto Billy avesse più fegato (e anche più centimetri di membro).

Kristin Scott Thomas Crystal

“Stai ANCORA guardando tua madre? Schifoso…”

Non solo pretese e rimproveri: la madre si dimostra possessiva e determinata a preservare l’unico figlio che le è rimasto, lanciando attacchi verbali a qualunque ragazza vicina a Julian. Emblematica la sequenza al ristorante, dove Gosling sopporta con una ammirevole poker face le angherie genitoriali. Alla sponda opposta troviamo Chang, ex-sbirro onorevole e riverito da tutti. Un thailandese di mezza età, in apparenza ordinario, che cela un potere immenso e che non esita a estrarre una lama – come per magia – per punire i colpevoli. Il personaggio di Pansringarm assume una doppia valenza: innanzitutto un Dio dell’Antico Testamento, che applica in modo ineluttabile la legge del taglione. Solo lui può ergersi a supremo giudice, e di conseguenza applicare una pena. La sua seconda veste è quella del feticcio paterno, parimenti severo, che si contrappone a Crystal nel somministrare un castigo in nome del defunto papà di Julian.

Poliziotto Chang in Solo Dio perdona

Il mangiatore di spade.

Il protagonista, spronato dalla madre, si avvia alla resa dei conti con l’avversario, sapendo già di finire al tappeto, perché in fondo nessuno può sconfiggere un angelo della morte, al di sopra delle leggi degli uomini. Campi e controcampi, caricati a dovere dalle musiche elettroniche di Cliff Martinez, fanno da preludio al duello tra una formica e un gigante. La regia e il montaggio si fanno da parte per lasciare che il comparto gestuale conduca le danze.

Solo Dio perdona scena di lotta

Julian subisce una batosta, ma anche una liberazione dalle ossessioni che lo tengono prigioniero e da quelle appendici che distorcono le sue pulsioni primitive. L’azione è incisiva ma esibita col contagocce, mentre la porzione più intrigante del film si consuma nel subconscio di Julian, un limbo di corridoi in penombra e mutilazioni simboliche, dove Chang alberga ancora prima di palesarsi fisicamente.

Julian in Only God Forgives

Anticipando il successivo The Neon Demon, Refn accarezza i corpi in preda a desideri irrefrenabili e cannibalistici, mostrandocene l’esito fatale. L’autore danese ha una piena padronanza del mezzo espressivo, mettendo in gioco le sue cromaticità fluorescenti (il rosso e il blu) per immergerci in un torbido flusso di coscienza. Duelli di muay thai e sparatorie sono il contorno di una tensione statica, di un conflitto interiore e filiale nel quale Julian sembra crogiolarsi, pur con sofferenza. Nessun barlume di eroismo, ma un caos controllato che ci stende a colpi di misticismo. L’epilogo prevede un taglio netto, come si fa con un arto in cancrena.

Ryan Gosling Wanna Fight

“Wanna fight?”

Lontano dagli stilemi narrativi più in voga, lontano dal racconto gangster e pure dai cocktail a base di arti marziali, Only God Forgives è terribilmente vicino a Ryan Gosling mentre prende cazzottoni in faccia, utili a distillare qualche goccia di senso di colpa da un individuo profondamente turbato. Un’opera che non cerca di piacervi e di gettarvi in faccia riflessioni condivisibili, ma di catturare i vostri sensi. Perfino senza giocare a essere Freud si rimane affascinati dall’ambiguità morale e visiva di questo bizzarro sogno. Alla furia autodistruttiva e feticista si accosta una performance canora di Chang, stridente con i registri emotivi pregressi ma quasi catartica per lo spettatore disorientato. Se fai arrabbiare la mamma e fai i dispetti al tizio del karaoke, il perdono ha un prezzo salato.

Kristin Scott Thomas mamma

“A tavola, tesoro!”

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