GREEN BOOK – Quasi amici on the road

Viggo Mortensen italoamericano, il pianista di colore e gli Stati del Sud.

di Alessandro Sivieri

Dal veterano delle commedie Peter Farrelly (quello dietro a Tutti pazzi per Mary e Scemo & più scemo) arriva un road movie nell’America rurale degli anni ’60, quando vigeva la segregazione razziale e il costume popolare guardava con un misto di disprezzo e paura i neri, gli asiatici e gli italoamericani. In questa epoca, che fa da preambolo alle conquiste dei movimenti civili, si muove Tony Vallelonga (Viggo Mortensen), ex-buttafuori di un club di New York che deve mantenere la famiglia e campa di espedienti. Mortensen si cala di gusto nello stereotipo del mangia-spaghetti trapiantato negli USA: camicia inamidata, medaglietta di Sant’Antonio, capelli unti di brillantina e l’arte di fregare il prossimo. Il protagonista gesticola in continuazione, mangia come un dinosauro e alterna momenti di cafonaggine a lampi di saggezza. Le radici culturali degli emigranti si mescolano con i cliché italici dell’immaginario cinematografico statunitense ed è difficile non pensare alla caricatura, specie se il doppiaggio nostrano ha assegnato all’attore una cadenza sicula. La genuinità di Viggo, in qualche modo, tiene tutto a galla.

L’incontro con il pianista di colore Don Shirley cambierà le prospettive di Tony e lo costringerà ad affrontare i suoi pregiudizi. Mahershala Ali, salito alla ribalta con Moonlight, ha una gestualità raffinata e contenuta, mostrando la sofferenza di un uomo colto che viene emarginato per motivi razziali. Il suo personaggio suona nei teatri, nei ristoranti di lusso e nei salotti dei latifondisti, godendo dell’apparente stima del pubblico, ma quando scende dal palco torna a essere un nero come tanti altri, da salutare con imbarazzo. La coppia si mette in viaggio per un tour musicale negli Stati del Sud, dove vige il bigottismo più assoluto, e Tony va rapidamente oltre il suo ruolo di autista, diventando un confidente e un protettore. La coppia è costretta a frequentare hotel e negozi dove i neri sono tollerati, seguendo le indicazioni di quel Green Book che dà il titolo al film. Per ironia della sorte, Don non può nemmeno mangiare nei saloni dove si esibirà qualche ora dopo e viene visto come un fenomeno da baraccone, nonostante il suo talento pianistico sia immenso. Eppure è determinato a completare la tournée, nella speranza di cambiare la mentalità comune. Apprezzabile il modo in cui sorride alla folla mentre suona, in contrasto con i suoi silenzi serali, dove si abbandona all’alcool.

Come nella commedia francese Quasi amici, si alternano momenti amari e ilari nell’incontro tra due persone di estrazione sociale e culturale diverse. Tra i due nasce un profondo legame ed entrambi escono arricchiti dall’esperienza: Don si allontana dalla sua zona di comfort, toccando con mano la vita di neri meno “fortunati” di lui; impara a sciogliersi nei rapporti interpersonali e affronta la sua condizione con rinnovata fiducia, mentre Tony diventa meno rozzo e scopre un nuovo significato della parola “rispetto”, quello rivolto agli esclusi. Il finale è all’insegna della riconciliazione, con una “famiglia allargata” che rappresenta l’equità sociale, per certi versi mai raggiunta. Una visione piacevole ma registicamente neutra, che punta tutto sull’interpretazione della coppia principale e su una rappresentazione stilizzata di luoghi e persone. Ad attribuire nobiltà all’opera, la dicitura “Basato su una storia vera”. Chi l’avrebbe mai detto che Aragorn fosse un mangiatore seriale di hot dog?

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