IT OVVERO STRANGER CLOWNS

di Alessandro Sivieri

Immaginate di andarvi a gustare l’adattamento di uno dei romanzi più osannati di Stephen King, diventato in poco tempo il film horror con maggiori incassi della Storia del cinema e incensato da gran parte della critica. Vi accomodate sulla poltroncina e trascorrete metà del tempo a grattarvi la testa e l’altra metà a sghignazzare di gusto. C’è indubbiamente qualcosa che non va, e non è per forza colpa vostra.

Se non vuoi spaventarmi, devi almeno farmi appassionare. Intendiamoci, il materiale d’origine non si prestava facilmente a una trasposizione, contando oltre 1000 pagine appesantite dalla sovrabbondanza descrittiva tipica dell’autore. Già la miniserie degli anni ’90 fu un buco nell’acqua, con l’unico pregio dell’interpretazione di Tim Curry. Purtroppo questa pellicola di Andrés Muschietti, preceduta da una campagna marketing efficace e da alte dosi di hype, si rivela un prodotto con seri problemi di scrittura, montaggio e sound design, non riuscendo a essere né un film horror né un viaggio di formazione adolescenziale, a cui perle audiovisive come Stranger Things ci hanno abituato.

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Il maggiore spreco riguarda proprio il Pennywise di Bill Skarsgård, che grazie alla performance dell’attore (inquietante anche senza trucco) e al lavoro di make-up ha una presenza scenica fenomenale ma pessimamente sfruttata. It è prima di tutto una minaccia psicologica, un essere che si nutre delle paure altrui e che possiede un distorto senso dell’umorismo, ma esasperando le sue proprietà di mutaforma e rendendolo eccessivamente istrionico, se ne riduce il potenziale, relegandolo alla bidimensionalità. In una logica da slasher, Pennywise diventa uno zombie, sfodera zanne e artigli e corre gridando verso le vittime fino allo sfinimento.

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Dialoghi piatti, un abuso di jump scare e poca inventiva nel sound design (si limita a cigolii, risate infantili e qualche ringhio) impediscono alla paura di decollare. La prima parte del film è estremamente frammentata, piegata alla necessità di presentare i membri del Club dei Perdenti e il loro primo incontro con Pennywise: ogni volta che l’azione si sposta su un nuovo protagonista, sappiamo già che lo spavento è dietro l’angolo. Solo un paio di sequenze risultano incisive, come quella del piccolo Stan (Wyatt Oleff) alle prese con un quadro deforme o di Ben (Jeremy Ray) in biblioteca.

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Parlando dei giovani Perdenti, pochi di loro risultano memorabili, come la Beverly di Sophia Lillis, ragazza pubescente con un passato di abusi, e il Bill di Jaeden Lieberher, all’incessante ricerca del fratellino scomparso. Il resto del gruppo rimane ai margini, a partire da Ben, impiegato come tenerone sovrappeso e chiarificatore della trama (la documentazione sulla storia di  Derry), in modo così forzato da risultare irritante. Dato che è anche in grado di passeggiare bellamente con degli squarci sul ventre, sospettiamo che dietro il suo strato adiposo si nasconda un Terminator. Non parliamo poi di Richie (Finn Wolfhard), battutista ossessionato dai piselli. La stessa formazione del Club si regge su presupposti poco credibili: l’unica cosa che accomuna i ragazzi, a parte le visioni inquietanti, è vivere in una città di stronzi. Farmacisti perversi, genitori degenerati e bulli stereotipati (l’Henry Bowers di Nicholas Hamilton è così sopra le righe che non sfigurerebbe nell’Isis) rappresentano il microsmo di Derry, che nell’ottica di King è lo strisciante epicentro del Male, mentre nel film diventa un circo dove la figura più gradevole è quasi il pagliaccio.

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Persino il padre pervertito di Beverly, per necessità di minutaggio, è presentato in modo così caricaturale da portare alla risata. Nella seconda parte, in modo sbrigativo, i ragazzi ricollegano le visioni a un’unica entità, cioè It, e decidono arbitrariamente di cercare il suo nascondiglio partendo da una casa abbandonata, un tempo teatro di episodi tragici (come se il resto della città non fosse un manicomio). Comprendendo di poterlo sconfiggere restando uniti, faranno di tutto per separarsi, infilandosi in percorsi dell’orrore di matrice videoludica. Lo scontro finale, dove la bella viene salvata con un bacio e volano mazzate, non fa che riconfermare la povertà di idee. Già mi immagino i notiziari della polizia: “Banda di teppistelli prende a randellate un poveraccio vestito da clown”.

Quello che poteva essere un reboot con i controcazzi, con un antagonista che fa gelare il sangue, si rivela un prodotto derivativo e impostato come se risalisse a 20 anni fa. Lo si nota in primis dall’invadenza del comparto sonoro, con il compositore Benjamin Wallfisch, pupillo di Hans Zimmer, che scimmiotta Danny Elfman. Anche i sound designer devono aver sniffato colla: nella scena delle sassate, con pietre che causerebbero una commozione cerebrale a chiunque, l’impatto sui corpi ha il suono dei cazzotti di Bud Spencer. In questa favola nera con un inutile rating R nessuno, dal regista agli sceneggiatori, ha avuto il coraggio di uscire dai binari. Forse l’immeritato plauso della critica e gli incassi consistenti sproneranno la produzione a realizzare un secondo capitolo più solido. Riprendetevi pure i palloncini.

It Copertina rigida

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Austin Dove ha detto:

    sei uno dei pochi che ha smontato il film…
    a breve lo guarderò e se vuoi ti linkerò la mia opinione^^

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