COLOR OUT OF SPACE – Nicolas Cage mungitore folle di alpaca

Richard Stanley presenta un dramma familiare a tinte lovecraftiane.

di Alessandro Sivieri

Nicolas Cage con corpo di alpaca

C’era una volta Nicolas Cage in una fattoria. Coltivava gli ortaggi e allevava alpaca, sperando in una pace assoluta, lontano dal trambusto delle grandi città. Tra un colpo di zappa e un piatto cucinato malamente, condivideva la vita rurale con una moglie reduce dal cancro, una figlia wiccan e altri due marmocchi mezzi scemi. Ai margini della foresta abitava invece un ex-elettricista abusivo, che si sarebbe fumato perfino un pilone di cemento. Poi cadde un asteroide nel mezzo del cortile, che conteneva il colore viola (non quello di Steven Spielberg) e le cose iniziarono a tingersi di follia. Signori, il verbo degli Antichi è giunto sulla Terra. Dal redivivo regista Richard Stanley (Hardware, Demoniaca) arriva un adattamento di H. P. Lovecraft e della sua mitologia letteraria. L’ultimo emissario di una pletora di film che hanno omaggiato più o meno esplicitamente lo scrittore di Providence.

Color out of Space logo

Il colore venuto dallo spazio racconta di una meteora che precipita nella proprietà della famiglia Gardner. Dalla roccia aliena si fa strada un colore non classificabile in base allo spettro visibile che conosciamo (qui viene posto a metà tra il viola e il fucsia), e che contamina gli esseri viventi. Le piante sbocciano in anticipo, le creature mutano o vengono consumate, così come gli umani. Il gruppo impazzisce a piccole dosi e il tempo stesso sembra dilatarsi nel raggio d’azione di questo nemico ineffabile.

Meteorite di Color out of Space

Un autore come Lovecraft di base è poco filmabile: le divinità mostruose e le dimensioni perverse dei suoi racconti sono quasi sempre filtrate dall’instabilità mentale di chi narra i fatti, una persona ordinaria che ha perso la ragione per colpa del “primo contatto” con l’orrore cosmico. Dall’architettura della città di R’lyeh, con angoli acuti che poi si rivelano ottusi, a creature deformi e sostanze mai viste prima, il materiale ha bisogno di logica e inventiva per funzionare sullo schermo. In compenso il seme di quella paura è ovunque, dalle produzioni di Guillermo Del Toro a gente come Carpenter e Cronenberg.

Cthulhu su una spiaggia

Dopo venti anni di assenza dal settore, Stanley approccia quell’oscuro mondo, con un budget dignitoso e Cage in prima linea. Le citazioni sono, prevedibilmente, disseminate ovunque, dal Necronomicon su un tavolo, alla città di Arkham e al personaggio di Elliot Knight, un idrologo di nome Ward Phillips (riduzione di Howard Phillips Lovecraft). Sviscerate le premesse, passiamo al setaccio questa storia ambiziosa.

Nicolas Cage in Color out of space

Come in prodotti analoghi, tra cui Signs di Shyamalan, si traccia un parallelo tra la minaccia esterna e un dramma di famiglia. Il Nathan Gardner di Cage si è ritirato nella casa di campagna paterna in cerca di tranquillità, sperando che la moglie si riprenda da una brutta malattia. Sogna di coltivare la terra e di allevare i suoi morbidi, lanosi alpaca. Ha una vera passione per gli alpaca, tanto da tenere lezioni di mungitura agli estranei, perché il latte è bello saporito e bisogna essere gentili con la tetta.

Luke Skywalker in The Last Jedi con tetta

Nicolas Cage mentre si spreme la pagnotta.

La figlia Lavinia (Madeleine Arthur) è una cultista new age che trascorre i giorni tra rituali di protezione e nostalgia per i fast food, mentre il primogenito Benny (Brendan Meyer) si fa le canne nel fienile e non saprebbe distinguere una vanga da una frittata di cipolle. L’arrivo del colore smaschera, come un potente farmaco, la disperazione latente in un gruppo di persone provate dal recente passato. Cage funziona come padre depresso, ma approdato alla seconda metà ottiene campo libero e scatena quelle sfuriate che lo hanno reso celebre. I sogni a occhi aperti, i disturbi ossessivi e un abuso dei figli lo accostano a un Jack Torrance da salotto.

Color out of Space altro poster personaggi

Il punto di forza risiede in qualche invenzione visiva e in un montaggio sonoro azzeccato. Le foreste secolari e le paranoie celate subiscono il tocco di questo colore, che rimescola il DNA delle forme di vita. Il corpo celeste precipitato che trasfigura l’ecosistema è mostrato anche in Stalker di Andrej Tarkovskij e in Annihilation di Alex Garland. È forse quest’ultima l’opera esteticamente più vicina a Color out of Space, specie se parliamo di animali ibridati e di contrazioni spazio-temporali.

Poster con personaggi di Color out of Space

Il regista rallenta il ritmo, lavora di rumori, richiami simbolici e sfocature per provocare un disorientamento sensoriale nello spettatore. Lo spazio filmico viene invaso da una monocromaticità insana, abbagliante e che profuma della patina degli anni ’80. Vengono impiegati degli effetti prostetici di pregio, con una citazione diretta degli abomini genetici de La Cosa. La CGI si attesta su livelli discutibili ma è ben dosata, evocando tempeste violacee dai fossi o gettandoci in scorci di mondi extraterrestri, il regno degli Antichi che secondo i piani tornerà in altri film.

Mondo degli Antichi in Color out of Space

I fischi acuti e le voci sfasate vanno oltre l’economia audiovisiva, finendo per sfiancare l’udito del pubblico. Comprendo benissimo che il colore influenza le percezioni dei protagonisti e che la minaccia è onnipresente, ma devi farmelo sentire fino a quando non abbaia anche il cane dei vicini? Lo scivolone più evidente riguarda però i membri della famiglia Gardner e la loro credibilità. Sarà la volontà di concentrarsi su altro o una gestione degli attori poco oculata, ma il bipolarismo di papà, mamma e figli assume toni da commedia.

Color out of Space coniugi Gardner

“Tesoro, mi sono mozzata due dita. Vai a sistemare la parabola.”

A un certo punto non si capisce se le loro scelte assurde siano dovute alla fattanza cromatica o a qualche falla nello script. Nicolas Cage abbandona moglie e pargolo agonizzanti per assicurarsi che gli alpaca, i pucciosissimi alpaca siano nel loro dannato recinto. Il pigro Benny è pronto a scappare, ma gli sembra di sentire il suo cane in fondo a un pozzo e ci si getta dentro. Lavinia, darkettona e ribelle, rimane passiva senza sfruttare in alcun modo la sua conoscenza esoterica, che la rende speciale e in potenziale vantaggio. La sostanza inquinante vive di regole vacue e si manifesta come un lampo, una nebbia o una sfumatura negli occhi a seconda della necessità di spettacolo. Colpisce le vittime in modo differente, senza una motivazione intrinseca o una procedura definibile. È quindi la trama a piegarsi a pochi momenti calcolati, quando dovrebbe essere il contrario.

Color out of Space Lavinia

Si spendono preziosi minuti per trascorsi personali e conflitti che nulla aggiungono e nulla tolgono a chi ha un destino irrilevante. Il loro mestiere è mettersi nei guai, come se un tizio tornasse in cantina durante un terremoto perché ha lasciato la lavatrice accesa. Mattacchione per antonomasia, Nicolas Cage spoilera se stesso esistendo nel film. Trascorsa la sbornia violacea, ci si ricorda di un paio di segmenti monster ben strutturati, di quanto risulti più invitante il latte di vacca e poco altro. L’orrore di Dunwich, secondo episodio già pianificato da Stanley, potrebbe rivelarsi più coerente e costruire un universo condiviso come si deve.

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