FERRARI – Pupazzi da corsa

Michael Mann ci racconta il miglior marchio automobilistico del mondo nel suo anno più tormentato.

di Alessandro Sivieri

adam driver è enzo ferrari nel film di michael mann

Ci sono tre elementi: i film di corse, la Ferrari e Michael Mann. Il primo esige un adeguato compromesso tra l’adrenalina del circuito e i drammi umani che caratterizzano i piloti, le loro famiglie e gli addetti ai lavori. I blockbuster che si sono avventurati in questo terreno uscendone vincitori si contano sulle dita di una mano, e in proposito è opportuno citare l’ottimo Rush di Ron Howard – che ha mitizzato la rivalità tra Niki Lauda e James Hunt – e il recente Le Mans ’66 (in origine Ford v Ferrari), diretto dal tizio che poi si cimenterà coraggiosamente con l’ultimo capitolo di Indiana Jones. La chiave del successo è farti percepire l’ansia della gara, l’istinto sovrumano di chi conduce la vettura, l’odore della gomma bruciata sull’asfalto… il veicolo diventa quasi un personaggio fatto e finito, in simbiosi con i protagonisti.

ford v ferrari di james mangold protagonisti

Il secondo elemento è nientemeno che il marchio automobilistico più celebre del mondo, uno status symbol che comunica classe, successo, avvenenza. La Scuderia di Maranello è un’eccellenza nostrana e occupa i sogni sia degli appassionati di Formula 1 sia di chi ha un portafoglio abbastanza gonfio da potersi permettere un’auto lussuosa. Ora completiamo la tripletta e parliamo di Mann, un pioniere del cinema d’azione contemporaneo, nel cui curriculum figurano L’ultimo dei Mohicani, Heat e Collateral, ovvero la folle traversata notturna in taxi con un cazzutissimo Tom Cruise. Riconosci facilmente la mano di Mann, a partire dall’iperrealismo (effetti sonori registrati, per quanto possibile, in presa diretta) e dall’intensa preparazione degli attori fino alla camera a mano che mai abbandona le sequenze più movimentate. Talmente bravo in quello che fa che Christopher Nolan si è dichiarato un suo grande fan e ne ricalca spesso le inquadrature e i raccordi di montaggio.

tom cruise e jamie foxx in collateral

Bene, Michael Mann si mette in testa di agguantare la cinepresa, volare in Italia e di scavare a fondo nella vita e nella psicologia di uno di capitani d’industria più stimati di sempre, ovvero Enzo Ferrari. La sua fu una vita densa di ostacoli: dopo aver combattuto nel Regio Esercito e aver perso prematuramente il padre e il fratello, contrasse una pleurite e venne rifiutato dalla FIAT. Diventò un pilota automobilistico per l’Alfa Romeo, vincendo un discreto numero di gare prima di diventare direttore di scuderia. In questi anni nacque la sua tendenza principale, che non era quella del pilota duro e puro ma dell’uomo dietro le quinte: Enzo amava progettare veicoli, organizzare una squadra, portare avanti un’impresa. Fondò quindi l’Auto Avio Costruzioni, diventata poi pienamente “Ferrari” – insieme alla sua scuderia dedita alla competizione sportiva – dopo le asperità del dopoguerra. Detto anche “il Drake” o “il Commendatore” per via della sua determinazione e della rigidissima gestione dell’azienda, Enzo veniva ammirato perfino dagli avversari più accaniti e non scendeva a compromessi pur di aggiudicarsi quei trofei sportivi che contemplavano le quattro ruote motrici.

foto storica di enzo ferrari

Il prescelto per il ruolo è Adam Driver, che ci ha preso gusto a incarnare italiani illustri, sebbene la performance critica e commerciale di House of Gucci (quello con Lady Gaga in veste di Patrizia Reggiani psicopatica) non sia stata delle migliori. Dunque, si parte in quarta dopo essersi muniti di Adamo Guidatore e ci si focalizza sull’impresario numero uno nel suo anno peggiore. Scordatevi Henry Ford II che ce la mette tutta per battere il Cavallino a Le Mans, qui si naviga nella cacca: siamo nel 1957 e Dino, il figlio di Enzo e della moglie-socia Laura (Penélope Cruz), è morto da poco, a soli 24 anni, per distrofia; l’azienda è in crisi finanziaria, scossa da incidenti fatali, e il protagonista si vede affibbiare un inedito e poco piacevole soprannome, ovvero “il fabbricante di vedove”.

adam driver in enzo ferrari il drake

Enzo non accetta che il sogno di una vita vada in fumo, come non accetterebbe l’idea di obbedire a un investitore straniero e dividere il comando con qualcuno. Il Commendatore è una figura solitaria e impedirgli di fare le cose a modo suo equivarrebbe a ucciderlo. Certo, gli fanno notare che aumentare le vendite di auto da 98 a 400 unità annuali sarebbe d’aiuto, ma i consigli faticano a sedimentare nella mente di chi non corre per vendere auto, semmai vende auto per correre. Capito, luridi Paperoni della Jaguar?! Ferrari vuole che le sue “creature” brillino di luce propria e che ogni loro componente, dalla carrozzeria al motore, sia allo stato dell’arte per sbaragliare la concorrenza sul circuito, mentre lui si gode il risultato a bordo pista. Perciò, in vista dell’estate, decide di puntare tutta la reputazione del marchio sulla Mille Miglia, che si svolge nella stessa Brescia dalla quale stiamo scrivendo questa recensione.

penelope cruz laura ferrari

La preparazione alla corsa non è solo una extrema ratio per la sopravvivenza, è una fuga dal lutto, dal senso di colpa per la perdita del figlio, che ha compromesso in modo permanente l’unità familiare. Le visite al cimitero, il confronto con i fantasmi del passato mettono a nudo Enzo e Laura, che solamente in privato, davanti alle foto sbiadite dei congiunti, possono mostrarsi deboli, lasciar trasparire l’immenso peso che si portano dentro. Il protagonista piange l’erede scomparso e quello che, per cause di forza maggiore, non può riconoscere come legittimo, e qui si snoda ciò che può sembrare una side story e che invece scippa alla corsa automobilistica il ruolo di fulcro narrativo: la seconda famiglia. Enzo ha una relazione clandestina con la giovane Lina Lardi (una ottima Shailene Woodley), dalla quale ha avuto un bambino di nome Piero. Lo sa tutta Modena, non lo sa ancora Laura, chiusa nel suo dolore e nei conti aziendali; al massimo è convinta che il marito passi le notti con le prostitute, e va bene purché si faccia trovare a casa al mattino (presenziare alla messa degli operai è importante per l’umore generale).

lina lardi shailene woodley

Assistiamo così alla dissezione del triplo Ferrari, non l’eroe o l’antieroe ma l’uomo comune le cui quote esistenziali vengono ripartite tra Laura-Lina-Impresa. In compagnia dell’amante, alla quale ha donato un’abitazione fuori città, il Drake trascorre momenti sereni, parla dei propri dubbi, collabora alle faccende domestiche e stringe un legame progressivo con Piero, che venera il papà e lo vorrebbe più presente. Enzo assapora lontano da occhi indiscreti quel clima familiare che ha perso altrove, prima di rigettarsi nella mischia e di diventare il leader che tutti conoscono: progetta, pianifica, passa con scioltezza dalle istruzioni per i meccanici ai colloqui con visitatori pieni di soldi e ansiosi di comprarsi un bolide artigianale (vedasi Re Hussein di Giordania).

enzo ferrari e re hussein di giordania

Il dato interessante è che Adam Driver, assorbito l’impatto iniziale, funziona. Deve sembrare più vecchio e imbolsito, calarsi nei panni di un industriale italico che sta sprofondando nella disperazione senza volerlo ammettere, e ci riesce, sfruttando a suo vantaggio la falcata militaresca e le spalle da toro che si ritrova. L’attore si pone in tutto e per tutto come un tizio che lavora, uno che ha da fare, ed è in perenne movimento; una ramanzina di qui, una appuntamento di lì, una scappata in officina e percepisci quanto siano intense le sue giornate. Il protagonista non ha quasi il tempo di guardare in faccia le persone e pare altrettanto ansioso di sottrarsi alla camera, di uscire dall’inquadratura. Il suo contraltare è la moglie, una Penélope Cruz che riesce a dare due giri perfino a Driver, offrendo intensità e imprevedibilità latina senza dover ricorrere a screen time esagerati: Laura Ferrari ha in mano i conti in banca, le proprietà immobiliari, e sembra aver spento i sentimenti per proseguire la relazione col marito sul piano economico, salvo qualche minaccia con pistola puntata e le scopate arrabbiate.

enzo e laura ferrari a letto

La sceneggiatura non lesina sugli aspetti personali di Ferrari, inclusa la sua vita sessuale: Enzo e Laura si rimbalzano accuse e ricatti di natura pecuniaria, cosa che accende il loro lato kinky e li spinge a infervorati atti d’amore sul tavolo del salotto. Laura assume in più frangenti i toni di un villain, quando in realtà è una persona indurita dalle disgrazie e dalla difficoltà di stare insieme a un uomo che porrà sempre la passione per i motori al primo posto. La Cruz diventa pura energia e carica di pathos un terzo atto che, per quanto segnato da eventi drammatici, rischia di lasciare un sapore blando in bocca. E parlando di sapori, come viene costruita la cornice pizza & pasta intorno alla coppia reale? Sapete, quando Hollywood tenta di portare in scena l’Italia del secolo scorso incorre nell’effetto che da queste parti abbiamo ribattezzato Sicilia di Aquaman: il venditore di fiori, il venditore di arance, la bottega dei gelati, tovaglie a quadri bianchi, il tizio con la coppola che suona e gli scugnizzi che ti corrono intorno; agli USA piace vederci così, come una immutabile rievocazione da sagra paesana dove si sente il profumo del buon cibo e ogni personaggio aggiunge dieci di punti di gestualità enfatica anche solo per un Buongiorno.

piazza della vittoria brescia ferrari

Emergenza rientrata, cari Commendatori. Il contesto è credibile e l’ottimo lavoro di ricerca da parte del costumista Massimo Cantini Parrini ci fa digerire gli attori d’oltreoceano impegnati nelle disquisizioni calcistiche dal barbiere. Da autoctoni percepiamo una nota stonata ma nel complesso l’operazione vintage è misurata quanto l’interpretazione del protagonista; Mann cerca di creare uno spaccato, non caricaturizza, offrendoci un’opera ibrida che fa da tributo, nei limiti della sua confezione, al Made in Italy. La medesima cura è riservata alle auto d’epoca, che affiancano alle creature di Enzo la mitica Giulietta, le Maserati, le Mercedes e molte altre, pronte a buttarsi in gara da quella Piazza della Vittoria bresciana in cui ora la gente fa l’aperitivo. Le gare? Ah, giusto, le gare!

scena mille miglia in ferrari film

Sarà ormai chiaro che non siamo nelle lande di un Rush mai feticisti delle corse avranno di che gioire, specialmente durante la corposa sequenza della Mille Miglia, in cui traspare l’ispirazione visiva di Mann e del direttore della fotografia Erik Messerschmidt: le camera-car si alternano ai totaloni aerei dei veicoli che sfrecciano tra le colline, anche se la vera goduria sono i campi lunghissimi in notturna, dove i fanali fendono le tenebre; il binomio dettaglio-panoramica si ritrova, come è consueto per il regista, nei momenti in cui i volti degli attori invadono l’intero campo con un primo piano di lunga durata e vengono poi ridimensionati dalle architetture, dalla frenesia che hanno intorno e dalla vastità dei loro problemi.

adam driver in ferrari poster ombra

Questa perizia tecnica viene frenata dalle sbavature dei prop quando l’auto da corsa, invece di segnare un nuovo record, si riduce a un cumulo di fiamme e lamiere: nel film sono rappresentati gli eventi tragici della morte del pilota di punta della Scuderia, Eugenio Castellotti (Marino Franchitti), durante un test drive, e dell’incidente di Guidizzolo, in cui perirono Alfonso de Portago (Gabriel Leone), il suo copilota e nove spettatori che si erano posizionati vicino alla strada; tra questi vi erano nove bambini. Ferrari venne incriminato per l’accaduto, fattore che a livello filmico trasforma la vittoria della Mille Miglia in una vicenda dai risvolti oscuri e malinconici, perché se un agonista accetta i rischi del suo sport, il pubblico non dovrebbe pagarne le conseguenze. Una lenta carrellata percorre la scia di cadaveri e metallo, senza lesinare sullo splatter, e va bene, pure Jason Voorhees applaudirebbe. Va peggio quando i pupazzi saltellano sulle scarpate e vengono lanciati in aria come dei sacchi di merda.

ferrari automobile primo piano

A fronte di una ricercatezza formale e di una ampia potenza di fuoco produttiva, fanno storcere il naso i manichini buttati lì quando un pilota avversario finisce fuori strada, evidenziando l’assenza di peso e le mani palesemente fissate al volante col nastro adesivo; sono cose che sul grande schermo fanno a cazzotti con la sospensione dell’incredulità. A memoria un pupazzo ugualmente brutto era quello del colonnello Vogel, volato giù da una scarpata insieme a un panzer in Indiana Jones e l’ultima crociata. Beh, sapete che c’è? Quello era il 1989. Significa che Michael Mann avrebbe dovuto usare il digitale solo perché sono trascorsi 35 anni o ammazzare direttamente uno stuntman? No, significa rispettare la regola del mostrare ciò che è mostrabile con spirito pratico e lasciare il resto all’immaginazione. In fondo il punto forte del cinema è proprio questo: la percezione del mondo viene costruita dalla mdp, dal sonoro e dal montaggio, perciò se piazzi Adam Driver a osservare basito un Cicciobello che vola in aria, stai sbagliando miscela al benzinaio.

enzo ferrari con piloti film di michael mann

Intoppi a parte, le due ore abbondanti filano su un tracciato che non vive di cliffhanger e che si chiude in un finale tranquillo, quasi anticlimatico. L’intenzione non è quella di spararci nelle vene l’adrenalina degli sportivi ma raccontarci l’istinto di un altro tipo di agonista, lo slancio di vita di un uomo che avuto molto, ha perso altrettanto e talvolta ha sgretolato le ancore di salvezza tra le proprie mani; una scrittura priva di rischi per un personaggio che è un rischiatutto patologico, uno che ha nel DNA la fuga dal quieto vivere e che deve stare al passo in primis con la sua leggenda. Un’altra caduta dei giganti, in stile Alì e Nemico pubblico, con la differenza che il Drake viene rimesso in piedi dagli affetti trascurati, guarda caso le uniche sfide che aveva timore di affrontare.

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