Zac Efron pompa i pesi e ci mette emotivamente alle corde.
di Alessandro Sivieri

Dobbiamo ammirare Zac Efron, seriamente. Si è spaccato di palestra fino a diventare quadrato come un comodino, o come la sua stessa mascella, quadratissima. Porta con disinvoltura dei capelli a caschetto che lo fanno sembrare addirittura più quadrato, se non cubico, un ammasso di fibra muscolare tiratissima che trascende le tre dimensioni da noi percepite. Tutto questo per cosa? Per essere pronto a interpretare He-Man, ovvio. Sembra in procinto di invocare il potere di Grayskull e spaccare culi con una voluminosa spada. Preferite altro? Tipo un remake di Flash Gordon? E invece no, è pronto a darsi anima e corpo al mondo del wrestling per raccontarvi la storia di una famiglia di lottatori dalla vita difficile. Bene, chi ha una minima conoscenza del settore sa che la routine di chi sale sul ring raramente è permissiva.

Quanti di voi sono cresciuti con WWE SmackDown commentato da Ciccio Valenti? Quanti hanno sperimentato una RKO outta nowhere sul fratellino e hanno idolatrato quella bestia di The Undertaker? Ecco, nonostante i 30 anni suonati possiamo considerarci dei fan relativamente giovani, perché andando a ritroso nei decenni si possono individuare delle vere e proprie ere attraversate da questo sport (ne abbiamo parlato qui e qui), nelle quali si sono delineate le tipologie di personaggi che fanno presa sul pubblico, la costruzione delle storyline e la spettacolarizzazione delle fasi pre e post-incontro. Il wrestling è la sintesi della prestazione fisica e della recitazione, ed è questa dicotomia a renderlo impegnativo: i wrestler devono essere atleti e attori, esercitarsi nelle coreografie, incassare i colpi senza riportare danni e calarsi in un ruolo, specie quando è il momento di impugnare il microfono davanti a migliaia di persone. Le trasferte e gli eventi vari lasciano inoltre scarso tempo per gli allenamenti, cosa che li costringe a cercare un “aiutino” negli anabolizzanti.

Purtroppo nessun tipo di aiuto, che fosse sentimentale, economico o sovrannaturale, è mai sembrato in grado di salvare i fratelli Von Erich dalla cosiddetta “maledizione” che affliggeva la loro famiglia. Il padre, Jack “Fritz” Von Erich (Holt McCallany), in gioventù era stato un lottatore la cui mossa caratteristica era la Iron Claw, una presa di sottomissione, e la cui decisione di cambiare il proprio cognome da Adkisson a quello di sua madre aveva portato a una serie di sfighe croniche e dolorose perdite. I suoi cinque figli (meno il sesto, morto in tenera età) vennero allenati e destinati alla vita sul ring, in modo da conquistare quei trofei e quelle cinture che il genitore era stato solo in grado di sfiorare. Una storia peculiare, ottima da vendere sul grande schermo. Detto fatto, arriva il regista Sean Durkin, precedentemente attivo nel circuito del cinema indie, e si imbarca con quel golem di Efron lungo il torrente di sofferenza di questa dinastia di wrestler, attivi tra gli anni ’70 e ’80.
La vera macelleria è fuori dal ring e si consuma in famiglia.
A dispetto delle botte con i colleghi in costume, è all’interno della famiglia che avviene un macello esistenziale, una riduzione dei rapporti umani – e dei legami di sangue – al puro rendimento economico e alla performance atletica: Fritz tiene i figli tra i suoi artigli di ferro e stabilisce addirittura una scala gerarchica, designando il figlio preferito in base al corso degli eventi. Questo clima anaffettivo penalizza, in particolare, il giovane Mike (Stanley Simons), che non ha gli attributi fisici dei fratelli e sogna di dedicarsi alla musica. Kevin (Zac Efron) è il maggiore, quello dalle fattezze più imponenti che veglia sugli altri come un angelo custode. All’inizio della storia è il preferito del padre ma verrà presto spodestato per via del suo carattere sensibile e della scarsa efficacia al microfono (un conto è lanciarsi addosso a un tizio, un altro è avere la presenza di spirito per il botta e risposta davanti alla telecamera). Non è in grado di ribellarsi all’autorità paterna (lo chiama “signore”, non “papà”) e perciò assiste, divorato dal senso di impotenza, allo sfacelo dei fratelli tra sforzi disumani e cadute nel tunnel della droga, tutto in nome delle ambizioni del cinico genitore texano.

Quattro fratelloni e un funerale
È chiaro che non siamo tanto dalle parti di The Wrestler, sebbene gli incontri vengano mostrati nella loro brutalità e possano vantare, sul piano coreografico, la consulenza di Chavo Guerrero Jr., il quale appare perfino come attore per impersonare The Sheik; altra icona mostrata sullo schermo è Ric Flair (Aaron Dean Eisenberg), l’esuberante Nature Boy che farà smarrire il senso della misura a Kevin Von Erich. Il wrestling che viene riportato in scena è quello dei campionati provinciali, degli eventi dal vivo gradualmente invasi dalle avide telecamere della pay-per-view, con ovvie ricadute sulla gestione dei lottatori e di chi, come il protagonista, dovrà fare i conti con l’aspetto manageriale del mestiere. Tutto questo c’è, per nulla documentaristico, scandito spesso dai rallenty, filtrato dalle interviste, prima di ripiombare nell’ambiente domestico e personale, più vicino a quel Warrior dal quale la distribuzione italiana prende furbescamente in prestito il titolo.

Facile trovare analogie con il padre-padrone incarnato da Nick Nolte e con quelle dinamiche relazionali in cui la tragedia intima si riflette sulla condotta nei match, tipo l’incazzatura per il parafango ammaccato che ti trascini fino all’ufficio, per poi ignorare gli avvertimenti del caporeparto e applicare una mossa scorretta alla fotocopiatrice. A differenza di Tom Hardy e di Joel “Zio Owen” Edgerton, però, i fratelli Von Erich hanno un legame simbiotico. Passano molto tempo insieme e non desiderano fare altro, al punto da rinunciare alle aspirazioni individuali pur di salvaguardare i consanguinei mentre inseguono quella maledetta cintura. Le invidie e i litigi passano in un attimo, ma a restare è quel senso di costrizione, l’urgenza di dover essere forti e portare a casa gloria & pagnotta. Eppure sembra che agli occhi di babbo Fritz i risultati non bastino mai, come la massa di Zac Efron non basta a proteggerlo dalla sua vulnerabilità. L’intera pellicola è focalizzata sulla sua sofferenza e sul suo bisogno di perdonarsi, di diventare abbastanza grosso da sopportare il peso delle lacrime.

Sean Durkin non è evidentemente arrivato per cercare le oscure verità dietro allo spettacolo o per abbagliarci con l’incontro del secolo; si tratta piuttosto di un percorso spirituale, della metabolizzazione del dolore e del rimpianto quando quei foschi presagi si avverano, portando le insicurezze di Kevin ad autoalimentarsi. La iattura dei Von Erich, quella autentica, risiede in un circolo di abusi mai spezzato, in un Saturno che divora i suoi figli pur di ottenere il plauso dell’arena. Il regista fa affidamento sullo sguardo appassito di Efron (al quale l’ottimo Jeremy Allen White fornisce l’assist per l’esplosione finale) e tratteggia una dura pastorale americana a suon di competizione sportiva, mettendo pure quella patina televisiva anni ’70 nella color correction. Non si tratta di mendicare pianti a buon mercato, e ce lo dimostra l’assenza del sesto fratello Von Erich, escluso perché il body count sarebbe salito al livello di una carneficina e il racconto avrebbe girato troppo a spirale. No, il succo di The Iron Claw è una domanda scomoda, la denuncia fatta a mezza voce di un malessere sociale che attanaglia i figli di ogni età e genere: ha davvero senso lavare i panni sporchi in famiglia?

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