BLAIR WITCH – IL REMAKE MASCHERATO DA SEQUEL

di Alessandro Sivieri

Quest’anno è tornato in scena a sorpresa il progenitore del genere found footage (se escludiamo Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato). Il seguito del film horror di culto ha attraversato il proprio ciclo produttivo sotto il falso nome di The Woods, prima che la Lionsgate ne rivelasse la vera natura. Una mossa intelligente e utile all’hype, se pensiamo che la strategia di marketing dell’originale, basata sulle finte sparizioni dei protagonisti, non era più attuabile; è stato un fenomeno che ha scatenato le masse primordiali di Internet, l’alba del virale. Una cosa del genere l’ha replicata soltanto Cloverfield prodotto da J. J. Abrams, o perlomeno ci si è avvicinato.

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Il seguito partorito da Adam Wingard e Simon Barrett (accoppiata regista-sceneggiatore che ha inanellato qualche successo) si affaccia in un mondo differente, dominato dalla concorrenza. Il panorama è già saturo di fenomeni derivati come i vari Rec, Paranormal Activity, ESP e altre amenità. Il pubblico ha già da anni metabolizzato l’horror con camera a mano ed è diventato più esigente. Ciononostante il ritorno alla cittadina di Burkittsville, alle radici del mito della strega di Blair, possiede un carisma in grado di vendere ancora, come un wrestler leggendario che si riaffaccia sul ring. Personalmente sono un fanatico di The Blair Witch Project (qui la recensione per Monster Movie), che ai tempi ha scatenato le mie fantasie di ragazzino, e non vedevo l’ora di ritrovarmi in quei maledetti boschi in compagnia della strega, anche se la paura di vederne appiattito il mistero era tanta. I miei timori si sono rivelati, in parte, fondati. Blair Witch è senz’altro migliore dell’imbarazzante Book of Shadows, ma getta all’aria un sacco di potenziale, evolvendo il suo format nel modo più prevedibile. È in sostanza un remake più che un seguito, una di quelle operazioni degne di un Abrams (che probabilmente avrebbe anche richiamato i vecchi attori per un cameo).

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Il movente di questa nuova spedizione è la volontà del protagonista James (James Allen McCune) di ritrovare la sorella Heather Donahue, scomparsa nel primo film; il tutto dopo aver assistito a un criptico spezzone su YouTube. Evidentemente per il fratellino è plausibile che una ragazza scomparsa da 20 anni sia ancora illesa a campeggiare nello stesso posto. Wingard lima il lato documentaristico e non esplora ulteriormente la mitologia della strega, saltando quella fase di interviste agli abitanti Burkittsville presenti nell’originale. I pochi aneddoti intriganti, peraltro già conosciuti dai fan, vengono raccontati alla veloce da due membri della comitiva, come in un riassuntino per informare i profani. Il nutrito gruppo di giovani stereotipati si ritrova ben presto smarrito nelle foreste, impaurito dai primi segni di presenze sovrannaturali. La sequela infinita di alberi intricati, ben popolata dal sound design (che alla lunga diventa ridondante) non manca di mettere ansia, ma presto emergono tutti i limiti della produzione: grazie alla tecnologia di oggi abbiamo una moltiplicazione dei punti di vista, con l’ausilio di droni (poco sfruttati a livello registico) e telecamere a spalla. Nonostante questi accorgimenti ci si perde lo stesso, forse perché consultare il GPS o chiamare aiuti col cellulare è ancora un tabù (ma immagino che non ci fosse campo). Il gruppo si divide spesso e volentieri, cercando in tutti i modi di mettersi nei guai. Abbiamo un accenno di body horror buttato lì a caso, con strane radici che proliferano nelle ferite e gettate di pus, giusto per i nostalgici delle perdite di muco nel primo film. Per ogni morte che sorprende per brutalità ne troviamo una ridicola, come l’illogicità di arrampicarsi su un albero al buio e con una gamba fuori uso. Viene approfondito, ma a tentoni, quel concetto di dilatazione spazio-temporale che avevamo intuito nell’originale (e che spiega l’assenza di punti di riferimento e la presenza della casa di Rustin Parr). La vera pecca sta però nel mostrare troppo di tutto senza avere la maestria necessaria.

Nel vecchio film la strega non si vede mai, le sparizioni avvengono lontano dalla telecamera. Un sotterfugio efficace che ci toglieva il controllo, rendendoci impotenti. Qui c’è più violenza, insieme a un abuso di jump scare che nullifica la tensione: The Blair Witch Project non spaventava in senso classico, inquietava. Potevamo percepire la disperazione dei protagonisti di fronte a un orrore invisibile. Wingard invece arriva a mostrarci la presunta strega (anche se lo sceneggiatore ha smentito la cosa in un’intervista), e ha le sembianze di una vecchia zombie con arti allungati e pelle cadente; tutte cose già viste in Rec. Avremmo preferito qualche nuova stranezza occulta invece di mostri urlanti, ma ci ritroviamo con un epilogo simile all’originale, dove poco abbiamo capito e troppo abbiamo visto, senza avere più quel timore reverenziale per un cattivo senza volto. Gli autori si sono gettati nel bosco, andando a tentoni per inventarsi qualche spavento che funzionasse, consapevoli di girare un rifacimento omologante, lontano dal minimalismo. Ci sono sequenze valide, come quella nei tunnel o alcune notturne tra gli alberi, ma il resto vive di rendita. Forse era impossibile fare meglio con dei presupposti simili, ma voglio ancora sperare che un regista sappia comprendere cosa sia la paura primordiale, quella vera. Intanto, salvo sequel riparatori, ci siamo bruciati la strega.

Blair Witch (Blu-Ray)

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