RALPH SPACCA INTERNET – L’autocelebrazione della Disney

Principesse e Stormtrooper in una vetrina virtuale per piccini.

di Alessandro Sivieri

Perché gettarsi a capofitto in una dimensione vastissima se non si possiede una bussola? Per comprendere lo smarrimento di questo Ralph Breaks the Internet occorre tornare al primo film, di minore portata ma enormemente più funzionale. C’era una volta un’opera piena di idee e dedicata ai nostalgici del retrogaming, partorita dalla fucina Disney. Sviluppandosi in una sala giochi, l’impianto narrativo di Ralph Spaccatutto si ispira al modello di Toy Story e ci presenta un microcosmo di personaggi che, facendosi manovrare dagli esseri umani attraverso joystick e pulsanti, imbastiscono quella finzione che chiamiamo videogame. Una volta chiuso il locale, lontano da occhi indiscreti, scopriamo che i vari Sonic, Tapper e combattenti di Street Fighter formano una società parallela. Dietro gli schermi dei cabinati e attraverso le prese di corrente la vita in pixel scorre con le proprie routine quotidiane, che includono il “lavoro”, il riposo e i festeggiamenti. Gli innumerevoli camei e citazioni videoludiche erano il contorno di una storia solida, in grado di farci riflettere sugli stereotipi: Ralph (doppiato da John C. Reilly) è il cattivo del proprio gioco, ma nasconde un animo sensibile e un bisogno di socializzare che alla fine trovano il modo di esprimersi.

Il suo arco di sviluppo è tratteggiato in maniera limpida, insieme a quello dei suoi comprimari, il classico eroe Felix Aggiustatutto (Jack McBrayer) e l’adorabile Vanellope von Schweetz (Sarah Silverman). Sarà proprio con quest’ultima, emarginata per via della sua natura di glitch, che il protagonista stringerà un profondo rapporto di amicizia. Nell’epilogo del primo film i due riescono a sventare un complotto che minacciava la sala giochi e a integrarsi nei rispettivi mondi. Arrivato il sequel, si è deciso di ampliare la formula e gettarsi nell’assai più vasto mondo della Rete. L’incipit ci proietta in un quadro familiare, con Ralph intento a godersi una vita che considera perfetta, mentre Vanellope inizia ad annoiarsi per la monotonia e la mancanza di sfide. Tutte le guest star da gioco arcade vengono ripresentate in qualche minuto, per rassicurarci sulla componente gaming ma senza aggiungere nuove dinamiche alla formula.

Degna di nota, ma accantonata frettolosamente, la riflessione di Vanellope sulla natura dei personaggi digitali: sono esseri liberi e senzienti o delle sterili stringhe di codice? Ralph evita di interrogarsi sulla questione e pensa ad aiutare la sua amica, creando una nuova pista nel gioco Sugar Rush (omaggio a Candy Crush). Come nell’originale, la sua ingenuità finisce per mettere in pericolo gli altri. Nella corsa seguente assistiamo a un cambiamento nel rapporto uomo-videogame, con Vanellope che “prende i comandi” al posto di una ragazzina per divertirsi nel nuovo tracciato, fino a rompere il volante. Sorge la necessità di aggiustarlo, per evitare che il cabinato venga spento per sempre, rendendo tutti i suoi abitanti dei profughi. In questo senso è provvidenziale la nuova connessione di un cavo ethernet alla presa elettrica. Internet diventa accessibile ai protagonisti, ma viene presentato come una dimensione sconosciuta e pericolosa. Ralph e Vanellope decidono di accedervi ed ecco che vengono trasportati in una città virtuale, che mette in scena la vastità e la caoticità della Rete.

Sui grattacieli più imponenti svettano i prestigiosi marchi del panorama digitale: Google, Amazon, eBay e i social come Twitter e Instagram si posizionano in cima agli altri edifici, esponendo metaforicamente il loro primato nei motori di ricerca. Se alcuni di essi vengono resi in modo interessante (il browser logorroico, gli uccellini di Twitter), altri si limitano ad apparire, ed è qui che parte il grande distacco dalle radici di Ralph Spaccatutto: il cameo non è più un personaggio ma un brand. La metropoli futuristica appare scarsamente ispirata nel design (perfino i vari distretti sono poco differenziati), ma alcune idee vincenti, come i banner molesti e gli internauti rappresentati come avatar privi di volontà, mitigano parzialmente l’anonimato visivo. La reale portata di Internet è difficile da mettere in scena e viene solo sfiorata, così come i suoi lati più scottanti, come la pornografia e la DarkNet, ovvero il Web sommerso. Parliamo in fondo di un prodotto per famiglie, ed è qui che notiamo un evidente difetto: il lieve abbassamento del target, con una sceneggiatura che si fa progressivamente semplificata e priva di sorprese. Gli spettatori prediletti sono i ragazzini che navigano, condividono e giocano a Fortnite, ma senza quella scintilla creativa che animava l’epopea rétro di Ralph.

La fisicità di Ralph viene annullata dalla nuova ambientazione e l’asse narrativo si sposta su Vanellope, che è entusiasta del viaggio e vorrebbe rimanere nel gioco online Slaughter Race, violento ma divertente, che ricorda i vari Burnout e Carmageddon. I nuovi personaggi, come la Shank di Gal Gadot o Yesss, il capo di BuzzzTube, sono i tipici duri che si mostrano teneri, togliendo mordente alle avventure della coppia. Tutti sono fin troppo amichevoli e privi di secondi fini rispetto alla reale popolazione del world wide web, inclusi i truffatori e gli spacciatori di virus. L’unico fattore destabilizzante è la reazione di Ralph ai commenti crudeli sui video, che evocano il cyberbullismo. Il fulcro non è più il gaming, forse per non correre sulla scia di Ready Player One. Il mondo degli MMORPG viene mostrato superficialmente (con tanto di giocatore doppiato in Italia da Favij…), anche se le sequenze di corsa con Vanellope mostrano un bel tocco registico, imitando l’approccio cinematografico dei titoli di racing. Il vero obiettivo però è un altro: mostrare tutte le proprietà intellettuali della Disney, senza badare al medium di provenienza.

Buongiorno, fedeli sudditi. Io sono la Disney e possiedo Star Wars, la Marvel, i Muppet e il vostro vicino di casa. Inchinatevi al mio imperialismo pop!

Oh my Disney!

Mentre Ralph cerca di sfondare come youtuber, Vanellope si aggira in un regno web dove coesistono supereroi, Stormtrooper e le tanto pubblicizzate principesse Disney. È la prima volta che le vediamo tutte riunite e il loro ruolo è poco incisivo sulla trama, ma serve a sancire l’incoronazione di Vanellope a nuova principessa, con tanto di un segmento musicale all’interno di Slaughter Race, uno dei momenti migliori del film. La ragazzina, pur provenendo da un videogioco e non da una favola, entra metaforicamente nella famiglia reale di Topolino. Le sue compagne, da Elsa di Frozen ad Ariel de La sirenetta, hanno poco tempo per interagire tra loro e si limitano a raccontare se stesse in un paio di battute, che pur avendo un sapore più politicamente corretto ne mantengono intatta la natura. L’intera operazione Oh My Disney ha un’aura prepotente e autoreferenziale, annacquando l’universo diegetico con una vetrina che vuole ricordare a grandi e piccini l’egemonia disneyana sulla Rete e i prodotti di animazione. Pur emozionandomi nel vedere le principesse ciarlare in un pigiama party (questo la dice lunga sulla mia età mentale), non ho potuto fare a meno di fiutare la ruffianata, scorgendo in ogni sequenza un tentativo di marketing che va ben oltre l’easter egg.

Si giunge pigramente all’ultimo atto, appesantiti dalle citazioni, che risultavano meglio contestualizzate nel cyberspazio di Steven Spielberg. Non esiste un villain in senso stretto e questa potrebbe essere una mossa coraggiosa. La minaccia collettiva diventa l’attaccamento morboso, l’eccesso di affetto che deriva dalle proprie insicurezze. Ralph scopre di essere un potenziale stalker e combatte contro il suo lato peggiore, incarnato in un gigante virulento che omaggia King Kong nella battaglia finale. Il tutto viene sbrigato frettolosamente in confronto alla sfilata dei marchi registrati e la città di Internet rimane ancora una volta passiva, senza che ne vengano approfonditi i meccanismi. Il mondo dei cabinati aveva delle regole precise ed era illustrato più chiaramente cosa fosse possibile fare al suo interno. Un dialogo catartico riporta la situazione alla normalità e l’epilogo si divide tra chi torna a casa, accettando il distacco sofferto, e chi vuole vivere nuove esperienze. È rimandato al futuro l’impatto della connessione a Internet sulla sala giochi, con un parallelo tra l’intrattenimento live del presente e i titoli vetusti. Domina una sensazione di troppa carne al fuoco, con i pezzi migliori caduti fuori dalla griglia. Il vero virus è quello che ha colpito lo storytelling, contaminato dallo spam dei produttori. Un po’ come se ordinaste un calice di Chianti e l’oste vi inondasse la tavola con tutti i vini in suo possesso.

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