BESTIARIO D’ITALIA – Leggende della Lombardia

Elenco dettagliato di mostri, fantasmi e misteri del territorio lombardo.

di Matteo Berta, Alessandro Sivieri e Giovanni Siclari

Dopo la pubblicazione del nostro Bestiario d’Italia (link diretto), ecco la prima costola regionale dedicata alla Lombardia. Questa antologia espansa propone creature già trattate nell’articolo principale, come il fantomatico Mostro del Lago di Garda, affiancate da un alto numero di bestie inedite. Nuove leggende metropolitane e racconti della tradizione popolare vanno a triplicare le dimensioni originarie della lista, che tocca da vicino noi autori di Monster Movie, poiché buona parte della redazione vive in provincia di Brescia.

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Il territorio lombardo è colmo di leggende ed eventi storici “mostruosamente interessanti”, dalle varie entità ectoplasmatiche che infestano i parchi fino alle ibridazioni animalesche più spaventose. In questa selezione di creature abbiamo cercato di prendere in esame figure emblematiche per il loro settore di appartenenza, includendo bestie lacustri, draghi e spettri femminili. Al campionario si aggiungono rettili creduti estinti da milioni di anni, orchi burloni, felini giganteschi e un parente della celebre Bestia del Gévaudan.


BENNIE – IL MOSTRO DEL LAGO DI GARDA

Nell’anno 2001. Proprio in quella data il mostro del lago raggiunse la fama. Non aveva certo l’aspetto di quello attuale, perché la sua consistenza era ben più solida. In quell’epoca come oggi, il lago di Garda aveva un rilevante problema di smaltimento dei liquami provenienti dai vari paesi della riviera. Fu allora che Andrea Torresani, giornalista di Garda, organizzò al Municipio di Verona, in collaborazione con il consigliere comunale Roberto Gianfreda, una conferenza stampa per illustrare il fenomeno di questo “Mostro del Garda”. Lo scopo era descrivere questa enorme opera edile come un’immane macchina mangiasoldi che, alla fine, da progetto per salvaguardare il lago era diventata un sistema inquinante. All’epoca i media diedero un certo rilievo a questa conferenza stampa.

Dopo quell’evento capitò a Torresani d’imbattersi in tale Domenico Pozzani, rinomato chef e profondo conoscitore del lago. Costui fece presente tra il serio e il faceto che, alcuni anni prima, il giornale di Verona “L’Arena” aveva parlato del fantomatico mostro del Garda. Non era descritto come un’opera fognaria riuscita decisamente male, ma come un essere vivente in carne e ossa che terrorizzava i pescatori del lago. Una ricerca presso la Biblioteca Civica di Verona permise al giornalista di mettere le mani sull’articolo di cui Pozzani aveva parlato. “Il mostro della Baia mangia quintali di sardelle” titolava il pezzo dell’agosto 1965, a firma del cronista Ivo Tolu. Un articolo dai toni ironici che narrava dello strano avvistamento di alcuni pescatori gardesani di una creatura mostruosa nella baia delle Sirene, incantevole insenatura posta in prossimità di San Vigilio di Garda (VR). Nello stesso periodo delle ricerche, due sub avvistavano nelle acque del Garda, a 25 metri di profondità, un pesce siluro di circa cinque metri. Sempre davanti a Villa Canossa, poco tempo prima, un pescatore riferiva di aver avvistato qualcosa di enorme nelle acque.

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In un’intervista a Telenuovo, il cameraman ed esploratore lacustre Angelo Modina dichiarava che una massa sinuosa era stata avvistata nei fondali. A prova di ciò presentava le scansioni di alcuni tracciati sonar. Nel frattempo emergevano nuove testimonianze, come quella di alcuni ragazzi in barca che avevano individuato una grossa massa oscura muoversi nelle acque; una signora riferì invece di aver avvistato due gobbe in mezzo al lago. Torresani iniziò a raccogliere le diverse testimonianze e si imbatté in due giovani pescatori che una mattina, sotto la Rocca di Garda, avevano preso all’amo un pesce siluro così grosso da costringerli a tagliare la lenza. A prova di ciò corredavano la loro esperienza con una fotografia in cui s’intravedeva la sagoma del pesce gigante sotto il pelo dell’acqua.

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Che fosse un pesce siluro fuggito da un vicino centro per l’itticoltura? O si trattava della famigerata creatura? In quegli anni sulla storia intervenne anche la trasmissione Mistero, che intervistò i vari protagonisti delle indagini. Al caso si interessò pure la televisione tedesca Zdf, che per narrare la vicenda utilizzò proprio un filmato di Torresani. Nel 2016 venne catturato da un subacqueo, nelle acque tra Sirmione e Lazise, un pesce siluro della lunghezza di circa 2 metri. Nell’ottobre 2016 la vicenda venne analizzata dal CICAP, il comitato che analizza i fenomeni paranormali presieduto da Piero Angela, che definì i tracciati radar di Modina come riconducibili a una massa di alghe che si muoveva nei fondali. Nel frattempo, sul Garda, la guida turistica Thomas Brenner pensò di creare un logo del mostro, battezzandolo Bennie e producendo gadget a tema. Il mostro diventò così un vero e proprio brand.

Anche l’ultimo biennio è segnato da testimonianze interessanti: in primis l’avvistamento nel 2017 di un essere serpentiforme all’altezza dell’Isola del Trimelone (Brenzone). Degna di nota anche la foto scattata da Davide Di Corato nello stesso anno, che ritrae la sagoma autrice di una fattispecie di risucchio nelle acque innanzi a Torri del Benaco. Nel 2018 il programma River Monsters, con il noto conduttore Jeremy Wade, gira un servizio sulla acque del Garda alla ricerca dell’enorme pesce. Servizio che andrà in onda nella primavera del 2019. Lo stesso Torresani ha ripreso fenomeni alquanto strani, tra cui una gigantesca macchia in movimento di fronte Villa Cometti e dei consistenti moti delle onde risalenti in superficie, generati da qualche sommovimento subacqueo.

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Nel lago non mancano pesci di stazza insolita esi può a questo punto classificare il “mostro” come un enorme pesce siluro che si muove con destrezza nelle acque. In questi anni diverse specie ittiche che hanno raggiunto dimensioni notevoli. Anche lucci, carpe e anguille hanno visto ingigantirsi le loro proporzioni. Appare poco credibile palesare la presenza di uno storione gigante, anche perché fino a oggi non ne è stato mai pescato o segnalato un esemplare. Mostro o non mostro, è certo che vi siano continui sommovimenti nelle acque, per non parlare di una modesta attività vulcanica nei fondali. Sembra improponibile l’ipotesi di un Plesiosauro o di un rettile risalente al Triassico. Può essere compatibile invece la presenza di qualche animale estraneo immesso accidentalmente nelle acque.

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L’idea del Mostro del Lago è stata sfruttata da un lettore e nuovo amico del nostro mondo mostruoso, ovvero Thomas Brenner, detentore del marchio di “Bennie“. Thomas è stato per anni una guida turistica e racconta che, dopo uno strano avvistamento in una grotta, in lui è scattato qualcosa, una scintilla mostrifera che lo ha portato a dedicare la sua nuova carriera alla commercializzazione di questa figura, con il sogno personale di portare in auge Bennie come la mascotte ufficiale del Lago di Garda.

Pagina del brand QUI.


LA DAMA NERA DI MILANO

C’è una leggenda che riguarda Parco Sempione, il parco più vasto del milanese . L’area verde nel XV secolo era un bosco molto grande situato accanto al Castello Sforzesco, ma dopo la caduta degli Sforza, il bosco divenne terreno agricolo e una piazza (Piazza d’Armi). Dal 1894 gli scopi bellici cessarono e divenne un parco pubblico, comprendente anche edifici e opere artistiche che rappresentassero la città di Milano. Una leggenda racconta che, al calar della sera, il parco venga attraversato da una donna bellissima vestita di nero, dal volto coperto da un velo quasi di stampo cerimoniale funebre.

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Essa è schiva e non ama essere disturbata. In caso di incontro da parte degli umani si dice che la dama si prenda qualche giorno di invisibilità, non facendosi trovare in quelle zone. Si tratta di un’anima in pena e appartiene a quella tipologia di fantasmi che molto probabilmente non riescono trovare pace per qualche situazione irrisolta. Si dice che chiunque incroci il suo sguardo rischi di cadere in uno stato di trance, che può portare alla dimenticanza di determinati ricordi o a veri e propri episodi di perdita di memoria a breve termine. Alcuni anziani riportano una parte della leggenda ai più non nota, ovvero una storia tenebrosa che rappresenta uno scenario lugubre in cui la dama, in caso di eccessivo disturbo al suo vagare, attiri i malcapitati in una sorta di edificio storico immaginario dove vi sono dei suonatori inquietanti che eseguono partiture proibite, causando traumi profondi all’animo degli spettatori. Molti riconducono l’identità della dama a Bianca Maria Scapardone, vedova di Ermes Visconti, vissuta nel ‘500.


IL LARIOSAURO

Il Lariosauro è un rettile acquatico vissuto una duecentina di milioni di anni fa. I suoi resti sono stati ritrovati principalmente in europa, in particolare in Italia e in Svizzera. Separata dall’esistenza storica documentata del dinosauro, il Lariosauro ha acquisto anche una sorta di notorietà leggendaria, fatta di testimonianze, avvistamenti e racconti pseudo-fantasy che riqualificano il rettile come un drago, per giunta attivo in tempi recenti.

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La leggenda del mostro del Lario nacque nel dopoguerra, quando nel 1946 il «Corriere Comasco» scrisse di un misterioso ed enorme animale apparso nelle acque del Pian di Spagna. Da quel momento in poi la psicosi del drago ha portato ad avvistamenti dello stesso nelle foreste lombarde, nei vari laghi (soprattutto quello di Como) e in svariate zone della pianura padana. C’è chi dice sia una specie non estinta di qualche rettile antichissimo, chi immagina teorie fantascientifiche sull’ibridazione di coccodrilli e volatili e chi è fermamente convinto che sia una creatura lacustre, dandogli un nome che ricorda il mostro di Loch Ness, adattato alla nostra etimologia, ovvero Larry, il mostro del lago di Como. Nella Chiesa di San Giorgio ad Almenno San Salvatore è presente un osso di balena, ma le dicerie a sostegno di Larry assicurano che quell’osso appartenga al Lariosauro stesso. I più devoti dicono che quella reliquia sia un trofeo di San Giorgio, responsabile dell’uccisione del mostro.


IL DRAGO TARANTASIO

Secondo la leggenda si tratta di un drago che in tempi remoti, nell’alto medioevo, dimorava presso il Lago Gerundo, in provincia di Lodi. Alcuni sostengono che fosse in realtà una Viverna, che nella descrizione del naturalista cinquecentesco Ulisse Aldrovandi appare come un drago a forma di serpente, con un solo paio di zampe e due piccole ali. A testimonianza del mito rimane Taranta, una frazione di Cassano d’Adda così denominata in memoria della creatura. Pare che Tarantasio, come i suoi simili, cacciasse gli umani per divorarli, in particolare i bambini. Oltre a ciò, fracassava le barche in transito sul lago e ammorbava l’aria con il suo fiato pestilenziale, diffondendo una malattia denominata febbre gialla.

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Una credenza vuole che il drago sia nato dai resti putrefatti di Ezzelino III da Romano, morto proprio in quelle terre e seppellito nella rocca sforzesca di Soncino. Costui era un condottiero alleato di Federico II di Svevia ed era conosciuto per gli atti di crudeltà, tra cui murare vivi i prigionieri e far cavare gli occhi ai fanciulli. Viene definito da taluni “il Dracula italiano” e non è difficile credere che dalle sue spoglie fosse nato un essere come Tarantasio. La mitologia attribuisce il prosciugamento del lago e la sconfitta della bestia ad alcuni santi, tra cui San Cristoforo, patrono delle acque, e San Colombano, che avrebbe attirato la creatura sulla terraferma per poi schivarne gli attacchi e colpirla con un lungo bastone.


LA GAMBA D’ORO

Leggenda della Valle Trompia che racconta di una madre con tre figlie molto meschine. Un giorno, mentre falciava nei campi, la donna si amputò di netto una gamba con la falce. Superato il trauma, decise di sostituire l’arto mancante con una gamba d’oro. Prese tutte le ricchezze accumulate in una vita e andò dal fabbro per farle fondere, ottenendo un arto dorato su misura. Poco dopo la donna si ammalò gravemente e, in punto di morte, ordinò alle figlie di seppellirla insieme alla sua gamba, minacciando terribili ripercussioni se non l’avessero ascoltata. Le ragazze, nottetempo, riesumarono il cadavere e asportarono la gamba, per poi tornare a casa. Erano una più avida dell’altra e si misero a litigare su chi dovesse tenere il tesoro, fino ad addormentarsi di botto.

A mezzanotte furono risvegliate bruscamente da una serie di colpi sulle pareti. Era lo spirito della madre, tornata a reclamare la gamba. Le tre figlie non avevano alcuna intenzione di riconsegnarla e, rese coraggiose dalla cupidigia, continuarono a litigare. Nella notte una voce cavernosa continuava a urlare “Rivoglio la mia gamba!”. Mentre bisticciavano, le donne finirono nello sgabuzzino dietro al caminetto e il fantasma della madre, per vendetta, le murò vive. Pare che ancora oggi si possano udire le loro urla mentre si contendono l’arto dorato. La donna dalla gamba d’oro viene ancora usata come spauracchio in Valle Trompia, per calmare i bambini chiassosi e per tenerli lontani dai luoghi oscuri.


IL GIGAT

Parente stretto del Gatto Mammone, è un enorme felino dalla natura malvagia. In alcune versioni ha le sembianze di una capra, richiamando il Dio Pan, o di un ibrido tra caprone e camoscio, in grado di attraversare un’intera valle con i suoi balzi. Abita nei luoghi bui e isolati, piombando sulle vittime per divorarle. Provoca orribili mutilazioni sia a uomini che ad animali. Se ne parla nelle tradizioni della provincia di Sondrio e presenta molte similarità con la Gata Carogna bergamasca. Si parla di avvistamenti da parte di alpinisti ed escursionisti solitari. È possibile che si tratti di un esemplare di gatto selvatico particolarmente corpulento o di una rarissima lince.


IL BARGNIFF

Una strada creatura che abita a ridosso del Po. Ha natura anfibia e viene descritta come un rospo peloso, grande quanto un bue e con gli occhi ardenti. È solito porre indovinelli ai viandanti che si attardano nei pressi degli acquitrini. Chi è in grado di rispondere può andarsene incolume, ma chi sbaglia viene scagliato nelle acque gelide e annegato dal Bargniff. Siccome le domande sono molto difficili, ben pochi ne escono vivi. Chi conosce questa creatura bada bene a non attraversare le paludi di notte, e se vi è costretto, cammina a passo sostenuto e con le orecchie tese. Il gorgoglio delle acque denota la presenza del Bargniff, pronto a porre i suoi diabolici enigmi.


LA BESTIA DI CUSAGO

Si tratta di una presunta lupa antropofaga, attiva nel bosco di Cusago nel Ducato di Milano, che uccise e divorò diverse vittime nell’estate del 1792. Già nel 1728 circolavano dei manifesti che ritraevano una bestia mostruosa, avvistata nei pressi di Novara e accusata di aver fatto strage di uomini e donne. Veniva descritta come un predatore con la testa di cinghiale e il corpo di un cane. Per dimensioni era paragonabile a un toro. Questa leggenda nacque negli stessi decenni in cui fu attiva la più celebre Bestia del Gévaudan, il criptide che terrorizzò le campagne della Francia, fino a costringere la Corona ad assoldare dei cacciatori. Nasceva l’archetipo dell’animale mangiauomini di natura sconosciuta.

La prima vittima ufficiale, il 5 luglio del 1792, fu un pastorello che perse una vacca nel bosco di Cusago. Il padre lo rispedì a cercarla ma il ragazzo non fece ritorno. Vennero rinvenuti dei calzoncini lordi di sangue, un cappello e gli avanzi del corpo. Qualche giorno dopo, a Limbiate, alcuni ragazzi vennero sorpresi dalla bestia e si rifugiarono sugli alberi, gridando a squarciagola. I contadini non si accorsero di niente e dopo un po’ di tempo i ragazzi scesero dalla pianta. La creatura, che era rimasta in agguato nell’ombra, afferrò un fanciullo di otto anni e lo trascinò nel bosco. Il villaggio avviò le ricerche e il piccolo venne trovato mezzo sbranato. La notizia delle aggressioni giunse a Milano e si scatenò un’isteria collettiva. Ognuno offriva una descrizione del mostro e si pensò che fosse in realtà una iena, portata in città come animale esotico e fuggita dalla gabbia. Le aggressioni non cessarono e sparirono diversi capi di bestiame. Alcuni uomini armati cercarono di abbattere la creatura, avvistata in un campo nei pressi di Cesano, ma questa si dimostrò astuta e corse via a grandi balzi.

Il 14 luglio un comunicato ufficiale della Conferenza Governativa avvertiva che una bestia antropofaga infestava le campagne circostanti ed esortò la cittadinanza a una caccia generale, promettendo addirittura una ricompensa. L’iniziativa fu inutile e la belva continuava a mietere vittime, prediligendo i bambini. Pare che ammazzasse le prede partendo dalla gola, come se volesse berne il sangue. Infine fu abbattuta una lupa di grossa taglia e con parecchie cicatrici, che venne identificata dai superstiti. Non furono più segnalate aggressioni. Ancora oggi non vi sono certezze sulla natura della bestia. Poteva essere un animale esotico fuggito da qualche gabbia o l’opera congiunta di più predatori.


LA MANDRAGOLA

Similmente a Tarantasio, ci sono altri draghi leggendari che amano vivere negli specchi d’acqua. Nei dintorni dell’Alta Valtellina, in particolare di Bormio, si parlava spesso della Mandragola, un drago che percorreva i fiumi e diventava visibile solo quando il sole colpiva le acque, creando dei riflessi. Si cibava dei bambini che osavano avventurarsi sulle rive dei torrenti. Quando si avvicinavano troppo, balzava in superficie e li trascinava sul fondale. Viene descritto come un mostro dalle alte creste violacee e le fauci spalancate. È probabile che venne inventato come spauracchio per tenere i bambini spericolati lontano dai corsi d’acqua più pericolosi.


L’ORCO DI TEGLIO

Sempre in Valtellina si narra di una creatura abbastanza inusuale: un essere a metà tra l’uomo e il mostro che si cibava di bambini e terrorizzava i pastori. Amava nascondersi nei boschi più fitti. Una versione più bonaria della leggenda lo descrive come un semplice orco burlone, che si divertiva a spaventare i viandanti presso la chiesetta di San Rocco di Teglio. Era molto alto, oltre i due metri, ma era anche sottile come un crine di cavallo, quindi era praticamente impossibile vederlo. In tal modo poteva aggirarsi indisturbato. Aveva poteri da mutaforma e si manifestava alle vittime in svariate sembianze. Pare che la sua forma preferita fosse quella di un asino.


LA CAURASCIA

Una sorta di Chimera, originaria della Valsassina (provincia di Lecco). La Caurascia è un animale a metà tra una capra e un volatile, che tende agguati nei boschi. Per attirare le vittime lancia un grido simile al richiamo di un pastore, alternandolo al belato di un capretto. Capita che il viandante, incuriosito dai suoni, si allontani dal sentiero per cercare l’ovino smarrito. A quel punto il mostro lo fa smarrire del tutto o gli si para davanti, terrorizzandolo a tal punto da farlo diventare calvo. Si dice che sia una creatura prevalentemente notturna e secondo alcune versioni consegna i malcapitati ai demoni infernali.


IL FOLLETTO PIRIPICCHIO

Si narra di strani accadimenti nel comune di Albosaggia, in provincia di Sondrio. A mezzanotte, piccoli folletti che abitavano i boschi circostanti si riunivano per ballare, cantare  e giocarsi qualche scherzo. Dall’altra parte della foresta, in una caverna, maghi e streghe gettavano ogni genere di ingrediente in un pentolone, preparando una brodaglia fetida. In un villaggio limitrofo, precisamente in una casa isolata, viveva un vecchio brutto e taccagno che, oltre a numerose monete d’oro, possedeva un anello ornato di un bellissimo diamante, dotato di poteri magici. Esso era in grado di rendere ricco il portatore e ridurre in schiavitù tutti coloro che incontrava. Il capo dei maghi era a conoscenza dei poteri dall’anello e organizzò un piano per derubarlo.

Una tra le streghe più brutte si rese invisibile e rubò il gioiello al taccagno. I folletti, tra cui Piripicchio, avevano osservato la scena dalle cime degli alberi e decisero che avrebbero annullato la magia dell’anello soffiandoci sopra, in modo che nessuno potesse usarlo per compiere malvagità. Accadde in seguito che due giovani fidanzati, in viaggio verso casa, incontrarono la strega travestita da mite nonnina, che gli mostrò l’anello. In cambio dell’oggetto, la megera chiese i capelli biondi della ragazza e gli occhi azzurri del ragazzo. I due rifiutarono e la strega puntò l’anello verso di loro, tramutandoli in due alberi. Piripicchio apparve insieme agli altri folletti e danzò attorno alle due piante, riportando i giovani al loro aspetto normale. I maghi e le streghe allora capirono che, a ogni tentativo di sfruttare la magia dell’anello, i folletti ne avrebbero annullato l’effetto.


LA DÒNA DEL ZÖCH

La Donna del Gioco è un personaggio immaginario che ha popolato la fantasia di svariate generazioni di giovani bergamaschi. Viene dipinta come una figura femminile alta, dai capelli arruffati e vestita con lunghe gonne nere. A volte veniva accompagnata da quaranta cani bianchi o da sette gatti, che portavano al collo un piccolo sonaglio. Appariva al crepuscolo e girovagava per le vallate a una velocità impressionante. Lanciava grida stridule e giocava brutti scherzi a chiunque avesse la sfortuna di incontrarla. Pochi l’hanno vista e ancora meno testimoni hanno avuto il coraggio di rivolgerle la parola, poiché avrebbero ricevuto in testa un mastello di acqua gelida. Pare che spaventasse soprattutto gli ubriachi usciti a tarda notte dalle osterie e che bagnasse da capo a piedi le lavandaie.


IL FANTASMA DI SIRMIONE

Secondo un vecchio racconto, nel Castello Scaligero di Sirmione dimora lo spettro di Ebengardo, fantasma di un nobile morto circa sette secoli fa. Di solito viene avvistato nelle notti di tempesta, mentre si dispera lungo le mura. La sua storia è pregna di tragicità e romanticismo: a quanto pare, insieme alla sua sposa Arice, prese dimora proprio nella Rocca e visse felicemente, fino a quando un viandante a cavallo non chiese ospitalità durante una tormenta. Disse di essere Elaberto, marchese del Feltrino, e venne accolto dalla coppia con gran premura. Peccato che l’ospite, una volta posato lo sguardo sulla bella Arice, si innamorò perdutamente e non chiuse occhio per tutta la notte.

Insonne e prossimo alla follia, il marchese si diresse alle stanze di Arice, trovandola addormentata. Ansioso di farla sua, la destò e le piombò addosso, ma la donna oppose resistenza. Irritato, Elaberto estrasse un pugnale e la uccise. Destato dalle grida, Ebengardo si precipitò negli alloggi dell’amata, ma la trovò in un lago di sangue. Esplose una colluttazione tra i due uomini, che terminò con la morte del crudele Elaberto. Ebengardo posò la lama e si rese conto che non avrebbe più potuto essere felice. Nemmeno alla sua morte si ricongiunse con Arice, poiché essendo colpevole di omicidio, gli fu negato l’accesso al Paradiso. Ancora oggi, in vesti spettrali, vaga nel luogo dove perì la sua consorte, destinato a rimanere in un limbo eterno.


LA PROCESSIONE DEI LADRI MORTI

Saviore dell’Adamello è un piccolo comune della Val Camonica, incastonato nelle montagne. Stando a una leggenda popolare, durante le notti invernali il paese è attraversato da una silenziosa processione di fantasmi. Tali ombre sarebbero ladri e criminali, condannati a restare sulla Terra per aver rubato in vita. Tra gli abitanti locali c’è chi giura di averli visti davvero. Avanzando composti in processione, gli esseri spettrali si fanno luce grazie a delle fiammelle che ardono sulla punta delle loro dita. Tali figure sono associabili ai Confinanti, ovvero anime in pena di persone che fino all’ultimo respiro non hanno avuto sentimenti religiosi.


LA SERPE BIANCA DI CHIAVENNA

Su diversi portoni della città di Chiavenna, in provincia di Sondrio, si può notare una serpe in ferro battuto. Tale figura ha un significato di protezione per gli abitanti del posto. Si racconta che in un tempo remoto il paese venne invaso da innumerevoli insetti, con drastiche conseguenze per le coltivazioni. La gente di Chiavenna, ormai disperata, chiese aiuto a un mago che abitava nei paraggi, famoso per i suoi potenti sortilegi. Lo stregone chiese enigmaticamente “Avete visto una serpe bianca?”. Gli ospiti risposero di no e il mago li invitò ad abbandonare la sua dimora.

I Chiavennaschi pensarono che lo stregone non volesse aiutarli, ma questi si presentò a sorpresa in città e ordinò che fosse preparato un grande falò. Una volta acceso il fuoco, il mago estrasse un curioso strumento e iniziò a suonare. In risposta alla melodia magica, tra le fiamme si formò una grande serpe bianca, che attirò a sé tutti gli insetti che infestavano i campi. I parassiti morirono bruciati, ma i contadini non ebbero il tempo di festeggiare, poiché il fuoco inghiottì anche il mago e la serpe, senza lasciarne traccia. Rimasero molti dubbi sul sortilegio e sulla natura di quello strano benefattore, ma da allora la gente di Chiavenna attribuisce al serpente bianco una forza protettiva.


Siamo arrivati alla fine di questo primo Bestiario espanso dedicato alle regioni italiane. Ricordandovi ancora una volta di dare un’occhiata al pezzo principale, vi esortiamo a esplorare le bellezze della Lombardia o, se ne siete a conoscenza, di suggerirci qualche leggenda dimenticata che può essere inclusa nell’elenco. Sperando di non essere inghiottiti da Bennie durante una gita lacustre, vi diamo appuntamento al prossimo capitolo. Buona permanenza nella terra dei mostri!

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