BESTIARIO D’ITALIA – Leggende del Trentino-Alto Adige

Una ricca raccolta di mostri e miti della tradizione popolare trentina.

di Matteo Berta, Alessandro Sivieri e Giovanni Siclari

Dopo la pubblicazione del nostro Bestiario d’Italia (link diretto), ecco la seconda costola regionale dedicata al Trentino-Alto Adige. Come negli altri articoli espansi, in questo pezzo è possibile trovare mostri tagliati che per motivi di spazio e tempistiche non fanno parte del Bestiario principale. Nuove leggende e misteri vanno ad arricchire il patrimonio mitologico di una terra molto apprezzata qui in redazione, specie come meta di villeggiatura. Il suo folklore è affascinante e tagliente come il filo di una lama.

Caratterizzato da cime solitarie e da incantevoli valli, il Trentino ha molto da offrire sia agli avventurosi che ai bisognosi di quiete. La massiccia presenza di natura incontaminata, come boschi e grotte, insieme ai numerosi castelli, ha contribuito a formare un background folkloristico che risente di svariate influenze, tra cui quella germanica. Si tratta di una terra ricca di favole, a volte terribili, che fanno parte dell’offerta turistica locale. Si pensi ai Krampus, i celebri diavoli che sfilano nei cortei natalizi e che hanno ispirato addirittura un film. Non dimentichiamo poi le creature serpentesche come il Tatzelwurm, la leggendaria figura di Re Laurino e i condottieri delle cacce selvagge. Le gustose aggiunte comprendono giganti goffi e uccelli demoniaci. È ora tempo di incamminarsi tra le montagne.


IL KRAMPUS

Un essere demoniaco delle regioni alpine, particolarmente legato al folklore del Trentino Alto Adige. Viene celebrato anche nel Friuli  Venezia Giulia, in Austria, in Baviera, in Slovenia, in Croazia e in Ungheria. È protagonista di alcune manifestazioni popolari che vanno avanti da secoli e che coincidono con il periodo natalizio. Tali eventi sono ispirati alla mitologia cristiana e alla figura di San Nicola. Secondo la leggenda, il Krampus è un demone sconfitto dal santo e impiegato da quest’ultimo come servitore. La sua fama è giunta oltreoceano, dando vita al film horror Krampus – Natale non è sempre Natale, diretto da Michael Dougherty, dove il mostro perseguita una famiglia che ha perso lo spirito natalizio. Nell’immaginario collettivo ha l’aspetto di un essere peloso e animalesco, vestito di abiti laceri e munito di corna, campanacci e catene. Ne esiste una versione femminile, denominata Krampa. Essi si aggirano nelle strade, alla ricerca di bambini cattivi da rapire e trascinare all’inferno, mentre colpiscono con frustate la gente.

La festa di San Nicola, che si svolge il 5 dicembre, culmina solitamente in una sfilata per le vie dei paesi, dove il santo viaggia tra la folla a bordo di un carro, distribuendo dolciumi ai bambini meritevoli. Oltre a questo, deve tenere a bada i suoi servitori, ovvero i Krampus, che rappresentano la rabbia e la violenza represse nel resto dell’anno. Emettendo mugugni e grida, spaventano giovani e anziani, spintonano la gente e danno colpi di verga a chiunque incroci i loro passi. Quando il sole tramonta, San Nicola abbandona la sfilata e i demoni sono liberi di sfogarsi, inseguendo i ragazzini più temerari. Solitamente i costumi sono inquietanti e ricchi di dettagli. Secondo la tradizione, la maschera non deve essere mai tolta in pubblico, pena il disonore per lo smascherato.

In tutto il Trentino si tengono manifestazioni suggestive e personalizzate a seconda del paese, come a Bressanone, a Dobbiaco, a Levico Terme e in Val dei Mocheni. Nel comune di Brunico, in provincia di Bolzano, sfilano ogni anno circa 400 Krampus con tanto di carri diabolici, muniti di gabbie per per catturare bambini e adolescenti. Gli adulti vengono invece frustati con code di vacca e fascine di legno. A Vipiteno i demoni girano con veicoli motorizzati, tra cui il Carro di Satana, dove un Krampus alato cala il martello su un’incudine immersa nei carboni ardenti. I presenti che stuzzicano i demoni vengono solitamente percossi e ricoperti di grasso. Quali sono le radici di questa ricorrenza?

Si narra che tanto tempo fa, in un periodo di carestia, alcuni giovani si travestissero con pellicce animali, piume e corna, per poi terrorizzare i paesi di montagna. Irriconoscibili grazie alle sembianze demoniache, potevano rubare le provviste necessarie ad affrontare l’inverno. Un giorno si accorsero che tra loro vi era un impostore: il Diavolo in persona si era mescolato al gruppo, risultando riconoscibile solo grazie alle zampe caprine. Per esorcizzare il demonio venne chiamato il vescovo San Nicola, che da allora impiega i ragazzi travestiti per accompagnarlo nei paesi a distribuire doni e punire i malvagi.


IL TATZELWURM

Creatura leggendaria di montagna, descritta come un lucertolone con quattro o due zampe e la coda tozza. È assimilabile a un drago e il suo nome, in lingua tedesca, significa “Verme con le zampe“. È conosciuto anche nel Friuli, in Svizzera, in Germania e in Francia. In alcune versioni presenta caratteristiche feline e le sue dimensioni variano dai trenta centimetri ai due metri. Il Tatzelwurm sarebbe dotato di due grandi occhi e di fauci piene di denti appuntiti. La pelle è squamosa, ma vi sono racconti che la vogliono liscia o coperta da una sottile peluria. Come per il Basilisco, gli viene attribuita la capacità di infliggere gravi danni, o addirittura di uccidere, con il solo sguardo. Il suo alito è velenoso ed emette versi agghiaccianti. Tra le testimonianze più celebri sul suo conto troviamo quella del naturalista Ulisse Aldrovandi, che nel suo Serpentum et Draconum historiae riferisce della cattura, risalente al 1499, di un drago in territorio svizzero. Esso era munito di orecchie e presentava caratteristiche comuni tra i vermi. Secoli dopo, tra il 1931 e il 1934, la rivista altoatesina Der Schlern pubblicò tre articoli sul Tatzelwurm, con 85 casi di avvistamento. Le descrizioni della bestia erano abbastanza diverse tra loro e non furono trovate prove convincenti.

Nell’estate del 1969, presso il paesino di Longostagno, in provincia di Bolzano, un uomo riferì di aver incontrato un rettile di modeste dimensioni, simile a una salamandra, dotato di due zampe e in grado di gonfiare la gola. Nel settembre del 1971 il quotidiano La Notte parlò di una sorta di “drago delle Alpi“, un animale lungo circa 70 centimetri, grosso quanto un braccio, con la testa arrotondata e un paio di orecchie. Era dotato di due zampe piuttosto robuste. L’articolo includeva la testimonianza di una certa dottoressa Alice Hoose, che sosteneva l’esistenza di una colonia di questi esseri sull’Altopiano del Renon. Gli individui ammontavano a svariate dozzine e si cibavano di topi e lucertole, paralizzandoli grazie a ghiandole velenose. La studiosa aveva anche piazzato degli apparecchi fotografici per documentare la scoperta, ma secondo le ricostruzioni del giornale, venne minacciata da tre individui del luogo e derubata dell’attrezzatura.

Ancora oggi questo criptide rimane nell’ombra e non è mai stato immortalato. C’è da dire che già nel 1934 un uomo di nome Balkin diffuse la foto di uno strano serpente, ma l’immagine apparve come un falso di fattura grossolana. Numerosi anche i ritrovamenti di alcuni resti, appartenenti ad animali diversi e conosciuti. Lo studioso Jakob Nicolussi ipotizzò che fosse un animale imparentato con gli elodermi americani e propose di chiamarlo Heloderma Europaeus. Altri ne suggerirono la natura anfibia. Le descrizioni sono invero così eterogenee da confondere le idee su questa creatura, che a livello mitologico non ha ancora un aspetto universalmente accettato. Verme, serpente, felino o lucertola? Se siete in vacanza dalle parti di Bolzano, tenete pronta la macchina fotografica: non si sa mai.


RE LAURINO

La tradizione popolare delle Dolomiti comprende la saga altoatesina di Re Laurino, il mitologico sovrano delle popolazioni Ladine. Questa leggenda include una spiegazione dell’enrosadira, ovvero l’attitudine delle montagne dolomitiche a tingersi di rosa durante il tramonto. Si narra che, nascosto nella catena montuosa del Catinaccio, vi fosse un giardino di rose, detto anche Gartl. Il proprietario era Laurino, al comando di un popolo di nani che scavava nelle viscere dei monti, alla ricerca di cristalli, argento e oro. Oltre a questo, il sovrano possedeva due armi magiche di incredibile potenza: una cintura che gli forniva la forza di dodici uomini e una cappa in grado di renderlo invisibile.

Un giorno il re dell’Adige decise di dare in sposa la sua bella figlia, Similde. Invitò tutti i nobili locali a una gita di maggio, tranne Re Laurino. Quest’ultimo decise di partecipare in incognito e, durante un torneo cavalleresco, i suoi occhi si posarono su Similde. Innamoratosi perdutamente di lei, decise di abbandonare il campo e rapirla. Tutti i nobili si lanciarono vanamente all’inseguimento del fuggiasco. Hartwig, promesso sposo della principessa, radunò i suoi guerrieri e salì sul Catinaccio con l’appoggio del re dei Goti. Re Laurino, ormai assediato, indossò la cintura e affrontò gli invasori.

Nonostante la sua immensa forza, capì che non poteva battere tutti quegli uomini e decise di rendersi invisibile grazie alla cappa, saltellando da una parte all’altra del giardino di rose. I cavalieri lo individuarono osservando il movimento delle piante e, dopo averlo catturato, tagliarono la sua cintura magica e lo fecero prigioniero. Laurino, adirato per la sua malasorte, si voltò verso il Rosengarten, il giardino che lo aveva tradito, e gli lanciò una maledizione: né di giorno né di notte alcun occhio umano avrebbe potuto ammirarlo. Peccato che, accecato dalla rabbia, dimenticò di menzionare il momento di transizione tra giorno e notte, ovvero il tramonto. Da allora, il Catinaccio si tinge di rosa quando il sole lo abbandona e quando si appresta a rischiararlo.


IL GIGANTE GRIMM

Secondo la leggenda, Grimm era il nome di un gigante buono che abitava nei boschi del Passo degli Oclini. Data la sua stazza, doveva rimanere immobile per non infliggere danni a cose o persone, distruggere le malghe, calpestare le mandrie e mettere fuori uso i ponti. Un giorno gli abitanti di Daiano, di Varena e di Cavarese chiesero aiuto a Grimm per sbarazzarsi di un crudele drago. Il gigante accettò e, dopo aver dato la caccia alla bestia su e giù per la Val di Fiemme, lo uccise sulle rive di uno dei laghetti del Lagorai. Quando si voltò per andarsene scoprì che la lotta con il drago aveva causato enormi danni: la valle era praticamente distrutta. I contadini non se la presero e, mettendosi a ricostruire strade e villaggi, supplicarono Grimm di non muoversi più dal Passo degli Oclini. Qualche escursionista intrepido potrebbe incontrarlo, amichevole e sorridente ma completamente immobile.


LA CACCIA SELVAGGIA

Ebbene sì, parliamo dello stesso mito che ha ispirato il videogioco The Witcher 3: Wild Hunt. Quello della caccia selvaggia ( in tedesco Wütende Heer) è un racconto diffuso in gran parte d’Europa, incluse la Gran Bretagna, la Francia, l’area scandinava e soprattutto la Germania. I protagonisti cambiano in base al periodo storico e al folklore locale, ma la natura della caccia e le circostanze in cui si palesa sono grosso modo le stesse. Trattasi di una cavalcata di esseri spettrali (spesso demoni, divinità, morti viventi o grandi eroi del passato) che di notte percorre le valli e le foreste senza sosta. Solitamente viaggiano in groppa a creature mostruose, come cavalli di fuoco, e vengono accompagnati da mastini infernali e servi non-morti. L’apparizione della caccia selvaggia viene vista come un presagio di catastrofi e sventure. Si dice inoltre che i mortali incontrati lungo il cammino vengano rapiti dal corteo e portati nell’oltretomba.

La figura ancestrale all’origine della caccia è il dio germanico Wotan, ovvero Odino. Secondo il mito, nei giorni successivi al solstizio d’inverno, egli si aggira in sella a Sleipnir, il suo destriero dotato di otto zampe, conducendo le anime dei soldati morti in battaglia in una furiosa processione intorno alla Terra. Accenni alla caccia si trovano anche negli autori classici come Ovidio e Tacito. I popoli europei hanno poi rielaborato il racconto in base alla loro storia e alla collocazione geografica: ecco che, al posto di Wodan, il leader dell’esercito spettrale è Diana, Re Artù, Lancillotto, Carlo Magno, il Conte Arnau, Francis Drake, Arlecchino o Satana in persona. La leggenda ha preso piede anche nella penisola italica, specialmente nelle regioni nordiche, dove ha subito alcune contaminazioni. Nella zona alpina il capo-caccia è spesso Re Beatrik, associato alla figura di Teodorico il Grande. Le apparizioni del suo corteo sono spesso anticipate da folate di vento gelido, grida e luci lontane.

Il corteo fantasma (Cazza Selvadega o Ciaza Mata)  ha una certa importanza nel folklore del Trentino e assume svariate declinazioni di valle in valle. A Tione, in provincia di Trento, il capo-caccia è un crudele signore tedesco di nome Baticlèr, che si fece costruire una fortezza sfruttando centinaia di uomini delle valli circostanti. Ultimata l’opera, per mantenere sottomessi gli abitanti locali, pensò bene di inscenare delle cavalcate notturne, accompagnandole con urla e latrati di cagnacci. Anche Molina di Fiemme era un paese letteralmente accerchiato dalle cacce selvagge, che infestavano i boschi circostanti. Spesso i protagonisti corrispondevano ai nomi Pataù o Teatrìco (simile a Beatrik). Se qualche disgraziato osava aprire le imposte o la porta di casa, domandando ai cacciatori una parte delle loro prede, la mattina dopo si ritrovava la casa bloccata da terribili sortilegi. Bisognava allora aspettare il nuovo plenilunio e invocare gli spettri affinché si riprendessero la selvaggina. In Val di Cembra il corteo appariva tra il crepuscolo e la mezzanotte ed era composto da scheletri e antichi eroi, guidati da Teodorico, da Odino o da donne come Frigga e Holda. Si teorizza che in Val di Non la leggenda derivi dai massacri e le violenze durante le guerre dei contadini scatenate dalla Riforma protestante.


L’HABERGEISS

Creatura dell’immaginario popolare altoatesino, il cui mito è diffuso anche in Germania e Austria. Secondo le descrizioni è un gigantesco uccello a tre zampe, con una testa caprina e un corno acuminato sulla fronte. Ama comparire durante le tempeste e nei luoghi isolati. Può infiltrarsi nelle case passando dalla serratura della porta e si comporta come un incubo, appoggiando il testone sul petto delle persone per disturbargli il sonno. Altri racconti gli attribuiscono una natura vampiresca: in questo caso gli attacchi notturni servono a prosciugare il sangue, il latte materno o anche il seme delle vittime. L’Habergeiss non esita nemmeno a dissanguare i capi di bestiame con la complicità delle tenebre. Si narra che un antico eroe tentò di uccidere la bestia tagliandole la testa, ma poco dopo vide spuntare dalla ferita tre mostri identici.


IL MILAURO

Una mitica bestia con le sembianze di un rettile alato, diffusa a Bolzano e nel Sud Tirolo. Alcuni racconti lo descrivono come l’ibrido tra un drago e un essere umano. Ha un viso da bambino e ama starsene attorcigliato sui rami di nocciolo. Generalmente ha una connotazione grottesca e si dice che sia molto raro. Nei tempi remoti era una preda ambita dai cacciatori, poiché si dice che chiunque si nutra della sua carne (precisamente di un pezzettino della coda) può acquisire l’immortalità e la capacità di comprendere il linguaggio degli animali. Pare inoltre che, porgendole il portafogli, la creatura lo riempia d’oro come per magia.


LA NINFA DEL LAGO DI CAREZZA

Molti anni fa nel lago di Carezza (Karersee in tedesco), situato in Val d’Ega e non lontano da Bolzano, viveva una splendida ninfa che deliziava i viandanti con il suo armonioso canto. Un giorno passò per la valle lo stregone di Masaré, che la sentì cantare e se ne innamorò perdutamente. Impiego tutte le sue arti magiche per conquistare la fatina, ma senza esito positivo. Disperato, l’uomo chiese aiuto alla strega Langwerda, che architettò un piano per lui: avrebbe dovuto travestirsi da mercante di gioielli e stendere un arcobaleno tra il Catinaccio e il Latemar, due montagne locali, per poi recarsi presso il lago di Carezza e attendere che la fanciulla si avventurasse fuori dalle acque.

Lo stregone creò allora l’arcobaleno più bello mai visto, posizionandolo tra le due cime, e si recò al lago. Peccato che dimenticò di travestirsi. La ninfa rimase incantata dall’arcobaleno di gemme preziose, ma una volta riconosciuto il suo corteggiatore, si immerse nuovamente nelle acque. Da allora non fu più vista da anima viva. L’uomo, distrutto dalla perdita, strappò l’arcobaleno dal cielo e lo distrusse, spargendo le gemme lungo la superficie del lago. Per questo ancora oggi il Karersee splende di tutti i colori alla luce del sole, dal giallo, al verde e all’oro. Nell’idioma ladino viene anche chiamato Lec de Ergobando, ovvero il Lago dell’Arcobaleno.


L’UOMO SELVAGGIO DI MONTICOLO

Quando parliamo dell’Uomo selvaggio, o Uomo selvatico, ci riferiamo a un mito presente sia nell’arco alpino che negli Appennini, con le dovute varianti. Viene dipinto come un essere umano corpulento e ricoperto di una folta peluria, che vive lontano dalla civiltà e può assumere caratteristiche primitive o bestiali. Taluni lo associano al dio Pan, mezzo uomo e mezzo caprone, per via dei tratti animaleschi. Essendo forte e robusto, ci sono poche cose che lo spaventano. In Val d’Aosta teme il vento e si nasconde in luoghi remoti. L’Alto Adige ha il suo Uomo selvatico, detto anche Wilder Mann. Pare che sia particolarmente crudele e che abiti nei boschi di Monticolo, località lacustre.

La leggenda vuole che in una casetta isolata vivesse un eremita di statura elevata e incommensurabile ferocia. Tutti evitavano quel luogo, ma ogni tanto giungeva notizia di qualche vittima. Un giorno una donna anziana si recò nel bosco per raccogliere rami secchi, ma a notte fonda non fece ritorno. Quando all’alba i compaesani si misero a cercare la signora, trovarono resti umani proprio vicino alla casa solitaria. Un altro aneddoto vede l’Uomo selvatico affittare alcuni buoi da una stalla, per trasportare delle pietre sulla collina. Il contadino lo seguì e vide che gli animali venivano maltrattati senza pietà.

Per la paura non osò rimproverare l’eremita, ma il giorno dopo ritrovò i buoi nella stalla, più grassi e forti di prima. Un’ultima favola parla di alcune persone che, recatesi nel bosco per raccogliere fogliame, trovarono la casa dell’omaccione con la porta spalancata ed entrarono. All’interno scoprirono una grandissima caverna e iniziarono a scendere. A un certo punto le pareti presero a girare vorticosamente e si tramutarono in oro. Tutto ciò su cui gli intrusi posavano gli occhi brillava come un ricco tesoro. La gente scappò fuori spaventata e, volgendosi indietro, vide solo una fossa vuota.


CONTURINA

Una storia della Val Contrin, in provincia di Trento, che ha per protagonista una sorta di Cenerentola. Parliamo di Conturina, una ragazza estremamente bella che viveva in un castello con due sorellastre e una perfida matrigna. Costei era la padrona di casa e nutriva una profonda invidia per il fascino della giovane, motivo per cui la maltrattava e le ordinava di tacere in presenza di ospiti. Molti principi e giovanotti visitavano il castello e ignoravano le due sorellastre, poiché rapiti dalla bellezza di Conturina, nonostante la matrigna dicesse loro che era stupida e muta. Impose perciò alla ragazza di restare immobile nel caso altre persone mettessero piede in casa. Iniziò a dire a tutti che la figliastra era sia muta che paralitica.

I nobili pretendenti continuavano a rimanere incantati dalla giovane, cosa che fece infuriare la matrigna, al punto da farle chiedere aiuto a una strega. La megera giunse al castello e trasformò Conturina in una statua. Nemmeno questo servì, perché gli ospiti si fermavano per ammirare la perfezione di quei lineamenti di pietra, ignorando le sorellastre. La matrigna perse definitivamente la pazienza e ordinò che la statua fosse portata sulla rupe che si affaccia sul Passo di Ombretta, per poi incastonarla nella roccia e abbandonarla lassù. Per anni i pastori locali udirono il canto della povera fanciulla, in cerca di aiuto. Un giorno un soldato, attratto dalla dolce melodia, si arrampicò sulla rupe e trovò Conturina. Questa gli rispose che era troppo tardi, poiché erano trascorsi sette anni e l’incantesimo era già diventato permanente. Era quindi condannata a vivere lì per sempre, con le fattezze di una statua. Ancora oggi, specialmente di sera, si ode il canto disperato della giovane.


IL GIGANTE ORTLES

Pare che in tempi remoti la Val Venosta, in provincia di Bolzano, fosse abitata da giganti che abitavano grotte inaccessibili agli umani. Tra questi vi era un giovane esemplare di nome Ortles, che cresceva ogni giorno di statura, al punto da superare facilmente i suoi simili. La sua arroganza aumentava di pari passo e si reputava superiore alle piccolezze che lo circondavano. Un giorno un furbissimo gnomo di nome Nudelhopf decise di attaccarsi alle gambe di Ortles e arrampicarsi fino alla testa. Qui iniziò a fargli un gran solletico e a schernirlo con canti e danze. Il gigante tentò di scacciarlo, ma si accorse che il suo corpo stava lentamente mutando in ghiaccio e roccia. Infine si trasformò in un monte, che ora porta il suo nome. Il monte Ortles si trova in Val Martello ed è il più alto di tutto l’Alto Adige.


LA BREGOSTANA

Una donna selvaggia e predatrice, caratteristica delle leggende ladine e simile a una versione femminile dell’Uomo selvatico. Ha il corpo ricoperto da uno strato di peluria e vive nelle caverne. Si aggira per foreste e pascoli e ruba qualsiasi cosa, arrivando addirittura a rapire bambini in fasce. È particolarmente attiva nelle ore notturne e per arginarla è opportuno dotare le finestre di sbarre di ferro con uncini. Pare che queste megere abbiano paura dei cani. Si racconta che una giovane serva stava portando le mucche ad abbeverarsi, quando incontrò una Bregostana che la afferrò per la vita e la portò nelle grotte di Paula. Il suo padrone, vedendo che la ragazza non ritornava, nascose un cane nel proprio zaino e partì. Per strada incontrò la Bregostana, che gli chiese cosa portasse nello zaino. L’uomo rispose che si trattava di un ceppo per il camino e proseguì. Dopo essersi nascosto dietro un albero, liberò il cane, che si avventò sulla strega e la fece a pezzi. Infine la fanciulla venne trovata in fondo a una spelonca e tratta in salvo.


Siamo alla fine di questo nuovo Bestiario espanso dedicato alle regioni italiane. Ricordandovi ancora una volta di dare un’occhiata al pezzo principale, vi invitiamo a segnalarci eventuali creature dimenticate che possono essere incluse nell’elenco. Sperando di non essere trascinati via dalla Caccia selvaggia, vi diamo appuntamento al prossimo episodio. Tutti i Bestiari del sito sono inoltre reperibili tramite questo link. Buona permanenza nella terra dei mostri!

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