STANLIO E OLLIO – Biopic all’acqua di rose

Le memorie di due comici sul viale del tramonto.

di Alessandro Sivieri

Al centro della scena vediamo un paio di porte. Due personaggi entrano ed escono da esse più volte, senza incrociarsi mai. Due amici affiatati che fingono di non riuscire a trovarsi per farci divertire. Si vede che lavorano insieme da parecchio e forse, prima del partner, devono ritrovare se stessi. Da un racconto che si fa omaggio, da spassose sequenze di improvvisazione simulata fa capolino il duo comico più celebre della Storia. Chi non ha mai guardato le videocassette di Stanlio e Ollio, alias Laurel & Hardy, ambasciatori di un’umorismo di altri tempi? Risate semplici, basate sulla fisicità e non asservite alla satira politico-sociale sulla quale si basava, per esempio, il collega Charlie Chaplin con Il grande dittatore. A rivaleggiare con il mitico Charlot, oltre a Buster Keaton, c’erano loro, amati in tutto il mondo e specialmente da noi, complice il doppiaggio di Alberto Sordi.

Un piano sequenza iniziale ci immerge nella Hollywood del 1937, durante le riprese de I fanciulli del West, pellicola cardine della coppia. Troviamo uno Stan Laurel (Steve Coogan) e un Oliver Hardy (John C. Reilly) all’apice del successo, intenti a discutere sul futuro. Abbiamo pochi minuti per ammirare le scenografie in allestimento e osservare i meccanismi produttivi degli studios (spesso velati d’ipocrisia), perché in breve arriviamo al dopoguerra, con i protagonisti impegnati in un ultimo tour attraverso la Gran Bretagna. La loro fama è in declino, insieme alla loro salute e alla fiducia reciproca. Ambedue sono reduci da problemi di alcol, da divergenze lavorative e da patologie che fanno capolino più facilmente nella terza età, come diabete e ipertensione. La serie di spettacoli teatrali dovrebbe essere una parentesi in attesa della realizzazione di Robin Hood, il loro prossimo film, ma Stan viene presto a sapere del rifiuto in extremis del produttore e decide di non rivelarlo a Oliver, per via del senso di colpa e dell’ipotetica reazione del collega.

Lontano dal palcoscenico, emergono i lati nascosti del duo, insieme ai vizi più chiacchierati: entrambi donnaioli, con svariati divorzi alle spalle, hanno trovato stabilità in due donne che ne tengono a bada i difetti, ma c’è una crepa nel loro rapporto simbiotico, per non parlare dei problemi economici. Oliver, da sempre amante degli agi e del gioco d’azzardo, non regge più i ritmi di un tempo. Stan, che dietro lo schermo si è costruito un personaggio ingenuo, è in realtà il cervello della coppia: alla stregua di Chaplin, con il quale ha fatto gavetta, vuole il controllo creativo in ogni aspetto, cosa che lo ha portato a litigare con il produttore Hal Roach (Danny Huston) e a imporsi in modo talvolta brusco su Oliver, concedendogli poche pause dagli impegni. Il regista Jon S. Baird, insieme allo sceneggiatore Jeff Pope (già premiato per Philomena), mette in scena l’avventura dolceamara di due amici che hanno raggiunto la vetta e toccato il fondo, non senza tradirsi e criticarsi aspramente. Il piatto forte è l’interpretazione di Coogan e Reilly, capaci di scomparire dentro Laurel & Hardy con il contributo dell’efficacissimo make-up.

Reilly è fantastico come Ollio, con tanto di tuta ingrassante in poliuretano, ma a brillare ancor più è il comico inglese Steve Coogan, in grado di replicare nel dettaglio la mimica di Stan Laurel e di donargli profondità psicologica. La trama corre su un binario unico, scandita da dovuti scontri e rappacificazioni, con un focus sull’atteggiamento dietro le quinte del duo. Pur di essere considerati, si ritrovano costretti a recitare anche nelle incombenze quotidiane. Da un’improvvisazione in hotel a un siparietto per divertire la stampa, emerge la loro difficoltà a essere spontanei di fronte a un pubblico attempato, che pensa a una gag anche quando li vede litigare. Senza abbracciare il cinismo, la commedia si tinge di malinconia e i protagonisti vengono circondati da comprimari più macchiettistici delle loro maschere teatrali, a partire dalle mogli (quella premurosa e la russa pragmatica) fino al manager paraculo. Un percorso poco movimentato ma ricco di riflessione, che mette alla prova un’amicizia granitica.

La scrittura si mantiene all’acqua di rose e crea una zona di comfort invalicabile, limitandosi a suggerire le condotte distruttive della coppia, per non parlare del marcio di una Hollywood perbenista. Siamo insomma lontani dal torbido Chaplin incarnato da un giovane Robert Downey Jr., ma la domanda è: c’era bisogno di spingersi oltre? Quante volte i biopic adattano la vita di un personaggio in modo selettivo, vivisezionandoli morbosamente e causando overdose di pathos? Forse è stata la stima per questi due mostri sacri da parte degli autori stessi, poco inclini a sporcarne l’immagine, o forse la verità è che Laurel e Hardy hanno avuto un’esistenza normale se paragonata a quella di certi esponenti dello star system. Il contesto diviene secondario perché Coogan e Reilly sono proprio come i geni che interpretano: fanno tutto da soli e si completano emotivamente, trascendendo il luogo, l’epoca, le mode e gli altri aspetti di una realtà spesso disillusa. È sufficiente? “Certo che sì”.

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