MOSTRI CLASSICI: La Cosa da un altro mondo, prima di John Carpenter

Il Frankenstein vegetale che ha preceduto il remake del 1982.

di Alessandro Sivieri

Prendete un po’ di mitologia mostrifera della Universal e aggiungete un quintale di Howard Hawks…

Come per Alien e Terrore nello spazio, anche l’extraterrestre mutaforma di John Carpenter ha avuto un antenato con parecchi elementi in comune. Il cult del 1982, che fece faville nel campo degli effetti speciali grazie a Rob Bottin e Stan Winston, si basa su un racconto di John W. Campbell dove una spedizione scientifica entra in contatto con un’entità ostile intrappolata tra i ghiacciai. La storia, con qualche variazione sul tema, era già approdata su pellicola con La cosa da un altro mondo. Datato  1951, vanta la regia di Christian Nyby, il fedele montatore di Howard Hawks. Costui altri non era che l’autore de Il grande sonno, dell’iconica commedia Susanna! e del primo Scarface. Tanto efficiente quanto versatile, Hawks era una delle punte di diamante della RKO Pictures, casa produttrice che anche in questo caso patrocina finanziariamente l’operazione.

L’incipit proietta il capitano Pat Hendry (Kenneth Tobey), ufficiale dell’aviazione americana, in un viaggio verso un avamposto situato al Polo Nord. Qui un team di studiosi, guidati dall’eminente dottor Carrington (Robert Cornthwaite), sostiene di aver individuato un velivolo di origini sconosciute sotto uno strato di ghiaccio. I militari che accompagnano la spedizione sono così imbranati da causare la distruzione del disco volante grazie all’esplosivo, ma uno dei piloti extraterrestri rimane intatto e ibernato in un blocco gelido. La creatura viene trasferita nel complesso in attesa di compiere i primi studi e comunicare al mondo la scoperta, ma essa si risveglierà grazie al calore e farà strage del personale, raccontando una specie di antefatto dell’epopea carpenteriana, dove la Cosa era scongelata da tempo.

Tesoro, mi si è scongelata la verdura…

A differenza del remake, l’alieno non ha proprietà di mutaforma, cosa peraltro difficilmente realizzabile con l’effettistica di quegli anni. L’aspetto del sinistro visitatore (interpretato dal corpulento James Arness) ricorda invece una sorta di Frankenstein vegetale, denotando una chiara affinità con i mostri classici della Universal. Come osserva l’estasiato dottor Carrington, la creatura è biologicamente più vicina alle piante che all’essere umano, scuotendo la filmografia monster con una ventata di freschezza e inedite riflessioni: perfino ai giorni nostri i ricercatori, tra i quali spicca l’italiano Stefano Mancuso, elogiano il percorso evolutivo delle piante, organismi modulari e adattabili che si dimostrano piuttosto “intelligenti” nell’autoconservazione. La Cosa è antropomorfa nell’aspetto, ma il suo ciclo riproduttivo e la sua anatomia la collocano fuori dai nostri parametri. Imprevedibile, feroce e quasi invulnerabile, l’Uomo-pianta si nutre di sangue e ci vede solo come un piatto da ristorante stellato.

Dal Frankenstein di James Whale non derivano le sole suggestioni visive, ma anche gli interrogativi sulla legittimità del progresso scientifico: Carrington dimostra un desiderio di conoscenza autodistruttivo, arrivando ad agevolare l’operato della Cosa e mettere a repentaglio la sopravvivenza dei suoi compagni, se non dell’intero genere umano. Sebbene il professore risulti superficialmente privo di scrupoli etici, è l’unico a scegliere un approccio non-violento, vestendo il ruolo di ambasciatore e tentando di comunicare con l’extraterrestre. La sua immolazione prometeica, in nome della ricerca, lo pone in contrasto ideologico con i soldati e il capitano Hendry, più propensi a sparare che a fare domande. Qui si gettano le basi scritturali del conflitto archetipico tra scienziato e militare, dove uno tenta di comprendere una scoperta potenzialmente pericolosa e l’altro di farla saltare in aria. Forse la verità sta nel mezzo… o comunque il più lontano possibile da un sedano bipede affamato.

In più frangenti fanno capolino i paradigmi hawksiani nella messa in scena, dagli uomini asserragliati in uno spazio sempre più claustrofobico, all’esaltazione del cameratismo e agli scambi di battute ipercinetici. Corre voce che sia stato proprio Hawks il principale occupante della cabina di regia, con il discepolo Nyby ridotto a semplice compagno di avventure. Invero i dialoghi risultano densi e impegnativi da seguire, come se ogni personaggio sullo schermo avesse uno o due turni per dire la propria. L’overlapping del parlato è una caratteristica forse ereditata dalle commedie brillanti e dà il meglio quando il capitano Hendry scherza con i sottoposti e viene bonariamente preso in giro per i suoi travagli amorosi con l’affascinante Nina (Margaret Sheridan).

A controbilanciare l’umorismo si presentano le speculazioni scientifiche che la sceneggiatura riserva al team di studiosi. Non si pensa solo a contrastare l’intruso, ma a comprenderne la natura e la forma mentis. Le frasi a raffica rischiano di spezzare un mood basato sulla tensione, ma intensificano il ritmo nelle fasi riflessive e pianificatorie, oltre a replicare un realistico scambio di ordini tra ufficiali e soldati. L’adattamento italiano si rivelò piuttosto ostico e molti studi di doppiaggio rinunciarono all’impresa.

Banana flambé per tutti!

Non mancano un paio di scene epiche dove la Cosa compare all’improvviso e attacca brutalmente i protagonisti. Un fiore all’occhiello il suo ingresso in controluce nel rifugio, quando crea il caos e viene data alla fiamme senza però subire danni considerevoli. James Arness sfrutta la sua stazza e il suo passato nelle forze armate per imprimere un’aura inarrestabile al suo mostro, che non viene mai inquadrato in primo piano per evitarne l’eccessiva umanizzazione. Un prototipo dello script prevedeva che l’alieno mutasse continuamente di aspetto, similmente a quello di Carpenter, ma i costi si rivelarono proibitivi. Un’altra invenzione degna di nota è il rilevatore sfruttato dagli scienziati per scovare la creatura, rielaborato in seguito da James Cameron per Aliens – Scontro finale.

Una scenografia austera e uno svolgimento lineare celano diversi spunti che faranno la storia degli sci-fi horror, tra cui i dilemmi etici, l’analisi della biologia extraterrestre, la messa alla berlina del militarismo e un crescendo di inquietudine che si concentra nella seconda parte. A quanto pare esisteva un montato di ben tre ore, ma la RKO costrinse Hawks e Nyby a operare diversi tagli. La pellicola è reperibile sia nell’originale bianco e nero che in un’edizione colorizzata. Consigliamo agli appassionati mostriferi di recuperarla, perché il gigante emofago di Arness non sarà uno Xenomorfo, ma a distanza di decenni ha ancora qualcosa da dire.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. kutukamus ha detto:

    Still remembering the 1982 version when Hallahan’s head grows legs and tries to escape (Russell: “You gotta be f. . .”) 🙂

    Piace a 1 persona

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