Ridley Scott tenta un’epica al contrario basata su un clown tirannico.
di Alessandro Sivieri e Matteo Berta

“Angusto sarebbe il cielo per contenerla!”. Così si esprimeva il russo Vladimir Majakovskij nella poesia All’amato me stesso, alludendo alla sua metà ideale, ma anche all’immensità della sua anima, dei suoi pensieri, delle pulsioni ancestrali che vanno in contrasto – fino a esaurirsi – con un’esistenza mediocre, priva di qualsivoglia capacità di dare spazio a una personalità anticonvenzionale e debordante. Majakovskij, selvaggio e colossale, finisce per soccombere a se stesso, trascinando il suo “enorme amore” in una notte “delirante e malaticcia”. La grandezza vagheggiata si risolve perciò in una conclusione anticlimatica dove la quotidianità ci riporta con i piedi per terra; anzi, nel fango. Quel fango in cui sprofonda il volto di chi si crede un Golia e si scopre inutile. Proprio come Napoleone Bonaparte. E, dobbiamo dirlo, angusto sarebbe il cielo per contenerlo.

L’imperatore Corso è un personaggio complesso. Ha dedicato la propria vita a macchiarsi di grandezza, lasciando il segno nella storia come riformatore, intellettuale, genio militare e sconvolgitore delle logiche della vecchia Europa. Possiamo definirlo un pesce fuor d’acqua, uno stratega di umili origini che ha abbracciato gli ideali della Rivoluzione e che si è fatto strada tra i campi di battaglia e i salotti aristocratici fino a ottenere l’impensabile. Una figura pop sotto ogni aspetto, alla quale sono stati dedicati romanzi, opere teatrali, canzoni. Due ore e mezza sono in grado a malapena di scalfire la superficie di Napoleone, idem per le quattro ore di minutaggio riservate alla versione estesa che verrà rilasciata su Apple TV+. Diamine, perfino dieci ore o una miniserie ci restituirebbero un quadro parziale di Bonaparte, tenendo conto della sua rilevanza pubblica, della sua vita fatta di luci e ombre. Il pioniere del cinema Abel Gance ci provò per tutta la vita e partorì quattro film, dei quali il primo, datato 1927, dura più di cinque ore. I requisiti per distillarne l’essenza in un unico lungometraggio sono, in ordine sparso, due palle cubiche, una visione precisa e di una cospicua quantità di denaro.

Ne sapeva qualcosa Stanley Kubrick, che dopo il successo di 2001: Odissea dello Spazio pensò per molti anni di realizzare un progetto sul generale francese e si gettò in uno studio mattissimo e disperato: oltre 500 libri letti, la consulenza di esperti, la visione di affreschi e opere d’arte in modo da rendere credibile ogni dettaglio della scena. La maniacalità del regista lo spinse ad analizzare i bollettini metereologici dell’epoca, le abitudini alimentari del condottiero e a ingaggiare – almeno nei prospetti – 50.000 comparse per le battaglie più importanti. Insomma, Kubrick preparò la sua opera con una minuzia paragonabile a quella di Napoleone quando pianificava un’impresa bellica. Peccato che tale operazione cinematografica si rivelò infattibile quanto la campagna di Russia, con il rifiuto da parte di varie case di produzione, tra cui la MGM, di mettere a disposizione i fondi necessari. Le ambizioni di questo Napoleon primordiale erano troppo spaventose, sulla falsariga del Dune sognato da Jodorowsky. Nel 1975 uscì Barry Lyndon, che risentì in qualche modo della frustrazione di Kubrick per il kolossal mancato e che vide confluire al suo interno gli standard rigorosi stabiliti dal regista: le inquadrature studiate al millimetro, la luce naturale, i costumi d’epoca cuciti su misura. Si assottigliava il confine tra il lungometraggio e il documento storico.

Il celebre Bonaparte intanto rimaneva a digiuno di un adattamento in grande stile delle sue gesta, se escludiamo il Waterloo di Sergei Bondarchuck con l’ottimo Rod Steiger. Chi poteva raccogliere il guanto di sfida? Ecco che all’orizzonte si profila, con tanto di trombe, obici e cavalleggeri, un regista d’acciaio come Ridley Scott, un tizio che al suo esordio cinematografico con I duellanti omaggiò apertamente la fotografia pittorica di matrice kubrickiana. Chiaramente Scott ha fatto anche un altro paio di cose, tipo rivoluzionare il genere fantascientifico con due bombe chiamate Alien e Blade Runner, ma dategli in mano un film in costume e ne vedrete delle belle: l’esempio principe è Il gladiatore, proprio la pellicola che ha lanciato Russell Crowe e Joaquin Phoenix nel jet set hollywoodiano e che dà il meglio nel catapultarci indietro nel tempo, pur con innumerevoli licenze poetiche. La battaglia del prologo contro i Marcomanni evidenzia tutta l’abilità di Scott e dei suoi collaboratori nel gestire le scene di massa, alternando un punto di vista globale a quello del comandante di turno (il protagonista Massimo Decimo Meridio che si prepara a scatenare l’inferno). I costumi, la fotografia e la coordinazione di centinaia di comparse sono allo stato dell’arte e hanno permesso al film di fare incetta di Oscar, oltre che di settare uno standard.

La medesima cura per il reparto scenografico e la ricostruzione storica si trova nel recente The Last Duel, che propone guarda caso l’eterna rivalità tra due uomini d’arme, destinata a sfociare in una resa dei conti, proprio come agli esordi di Scott. Ecco, per le battaglie campali e le vicende politiche di Napoleone serve proprio quel tipo di regia in grado di bilanciare gli scontri sanguinosi con uno sguardo più intimo, guidato da un focus su un particolare aspetto dell’esistenza del personaggio: lo rendiamo un soldato? Un affabulatore? Un amante? Un sognatore? Bene, è un’impresa titanica, ma ci pensa Ridley. Il burbero sgobbone può essere l’uomo giusto per il lavoro, a meno che non si stia rincoglionendo. Oh no, si è rincoglionito!

Nella prima mezz’ora la visione di Scott e dello sceneggiatore David Scarpa si mostra carica di aspettative: i tumulti della Rivoluzione francese, Maria Antonietta che perde letteralmente la testa e un giovane capitano d’artiglieria di Ajaccio che riceve, grazia all’intercessione del fratello, il delicato compito di strappare alle forze britanniche il porto di Tolone. La giovinezza attoriale resta sulla carta e viene affidata a trucco e parrucco, in quanto Phoenix ha passato i cinquanta e si dimostra più adatto a un antieroe sul viale del tramonto piuttosto che a un militare rampante, al netto della sua leggendaria capacità di trasformismo. E dire che all’inizio riusciamo a scorgere del potenziale nella sua personalissima resa di Bonaparte: un ufficiale che ansima nelle retrovie e ripete ossessivamente il suo piano a mezza voce, come se nel suo cervello viaggiassero così tante informazioni da strabordare per il cavo orale senza filtri e farlo sembrare un tourettico. Colpi di cannone che squarciano la tenebra, assalto brutale in pieno stile Scott e BAM, il forte appartiene ai francesi. Napoleone viene nominato generale di brigata per meriti sul campo, tira fuori una palla di ferro dal suo defunto cavallo e la fa spedire alla mamma come bomboniera.

La scalata al potere, almeno per i tempi narrativi di un lungometraggio, è rapida: Bonaparte reprime con la polvere da sparo un’insurrezione di realisti, esce vittorioso da una campagna d’Italia off-screen dove la gente si è arresa senza combattere e parte alla volta dell’Egitto. Nel mentre frequenta i salotti della nuova élite francese, dove ha l’occasione di conoscere l’affascinante Giuseppina di Beauharnais (Vanessa Kirby). Più vecchia di lui, vedova di un marito ghigliottinato dai giacobini, Giuseppina rimane colpita da questo generale che si muove impacciato come un estraneo tra faccendieri e nobili, senza mai separarsi dall’uniforme; egli è convinto di essere un predestinato (un uomo fatale, come diceva Alessandro Manzoni), avviato a un percorso di grandezza, ed è bisognoso di una consorte in cui si rispecchi la sua gloria. Non passa molto prima che questa donna dai lineamenti algidi, dallo sguardo magnetico e dalla nient’affatto celata sensualità si faccia strada nel cuore del generale. I due convolano a nozze e la loro relazione diventa la chiave di lettura di tutto il film, specie nei suoi lati tossici.

Entrambi traggono sicurezza dall’ascendente che hanno sul partner e non disdegnano le scappatelle nei periodi di lontananza. Napoleone ha un bisogno spasmodico di dominio, di sentirsi l’unica persona nella vita di qualcuno, accompagnando a questa dipendenza un rapporto immaturo con il genere femminile e una certa difficoltà a recidere il cordone ombelicale… in poche parole è un cocco di mamma. Giuseppina non è certamente un elemento più stabile e alla frequentazione di giovani maggiormente virili del consorte unisce un’ambizione sfrenata. Dimostratasi incapace di dare un erede all’Imperatore, deve subire l’onta del divorzio e si ritira nel castello di Malmaison, poco fuori Parigi, dove continuerà a intrattenere un rapporto ambiguo con l’ex-marito. Vanessa Kirby sfodera le sue capacità attoriali man mano che la figura di Giuseppina è soggetta a un’oggettificazione che la inquadra come una incubatrice per gli eredi al trono, con tanto di scenate e rimproveri di fronte agli ospiti per la sua sterilità. Al netto degli abusi e dei tradimenti, nemmeno sul letto di morte cesserà di amare Napoleone, mentre quest’ultimo, percependosi lontano dall’unica donna della sua vita, metterà il mondo a ferro e fuoco, in un progressivo cammino di autodistruzione.

Tutto bello sulla carta, peccato per le pennellate di grottesco che riducono i protagonisti a un teatro dei burattini: le sfuriate di Napoleone e Giuseppina, a pari merito con le promesse di amore eterno, rimangono al livello di due sedicenni con problemi emotivi, tipo quei pischelli che si lanciano il cibo da un capo all’altro della tavola senza che vi sia un genitore in grado di rimescolargli i connotati con gli schiaffi. Bonaparte esce sconfitto da ogni scambio di battute, gettandosi in una Waterloo del carisma che fa pensare all’autoparodia. Forse non scherzava, Sir Ridley Scott, quando diceva di non aver letto libri su Napoleone, lasciando l’ingrato compito a “quel poveraccio dello sceneggiatore” e rispondendo alle critiche degli storici indignati con “Tu c’eri? No? Bene, non scassarmi le noci di cocco”. E nessuno gli vieta di prendere posizione, perché un film con una regia degna di tale nome, specialmente se parliamo di prodotti a tinte biografiche, deve avere un punto di vista, una lente che passi al setaccio alcuni aspetti di fatti, persone ed eventi a scapito di altri. L’abbiamo detto prima, serve uno sguardo intimo. E se parliamo dell’Imperatore dei francesi, si trattava di una figura di luci e ombre, un uomo con le sue debolezze, ma quanto può essere interessante renderlo un pirla totale?

“Ei fu. Siccome imbecille…”
È questo il ritratto che emerge dal Napoleone di Scott, un tizio che parte strano e diventa pure peggio, al punto da farti girare verso l’amico in poltroncina per chiedergli “Ma perché è un mentecatto?”. Ci viene da immaginare un regista prigioniero del suo attore, indeciso tra l’atteggiamento tirannico di un Commodo e la follia alla Joker, che nel dubbio tira fuori un Phoenix svogliato, un pagliaccio incapace di fare colpo sugli amici del bar, figuriamoci su un plotone di soldati che dovrebbero idolatrarlo. Bonaparte sembra ascendere al potere per sbaglio o per meriti altrui (quel fratello Luciano che a un certo punto si eclissa dalla storia), si addormenta mentre finge di ascoltare, consuma il matrimonio in setti secondi come un coniglietto ed emette dei versi di corteggiamento in stile NPC live… “C’amm fa ‘a campagna di Russia? E facimmola buona!”. Non è un tipo di messa in scena che fa ridere, casomai fa sentire in lieve imbarazzo per il soggetto, attingendo a piene mani dai pamphlet di propaganda britannica che mettevano alla berlina il protagonista e ne esasperavano le vicissitudini private.

La resa macchiettistica del personaggio è tale da intaccare la percezione dei suoi successi nelle sequenze di battaglia, che a livello registico e fotografico presentano una cura sontuosa. Austerlitz in particolare è il momento in cui abbiamo un assaggio non contaminato del Napoleone spietato e maestro della strategia, capace di attirare i nemici con l’inganno esattamente nel punto da lui designato e farli sprofondare nei ghiacciai con cavalcature al seguito. L’ingresso in una Mosca deserta e silenziosa è ugualmente d’impatto, creando uno svuotamento di senso delle ambizioni di conquista e di quella campagna che di lì a poco si rivelerà rovinosa. Notevole anche Waterloo, il cui esito tragico è nell’aria fin dal principio, dove perfino i fidatissimi veterani dell’esercito francese (all’epoca i soldati migliori del mondo) non possono nulla contro la selva di baionette messa in campo da Sir Arthur Wellesley (Rupert Everett), primo duca di Wellington, detto anche il duca di ferro, maestro delle tattiche difensive che risulta una delle figure più accurate e carismatiche del film, sebbene le sue frasi siano da sceneggiato televisivo. A perdere la testa, in una mossa disperata, è un Bonaparte che tenta una sortita con la spada in mano. L’Imperatore, ossessionato dal suo stesso mito, si crede incapace di commettere errori e risulta più imprudente di quei giovani ufficiali come Ney (John Hollingworth), i quali travisarono gli ordini e ridussero ulteriormente le chance di vittoria.

La grandeur bellica, in sintesi, è un godurioso esempio di epica cinematografica in quei pochi segmenti dove non siamo al cospetto del coniglietto irascibile di Phoenix, e lì basta veramente poco a farti domandare “È davvero su di lui che puntiamo i riflettori? È ‘sto palle mosce ad avere in pugno il destino dell’Europa?”. Incredibilmente sì, è questo tizio complessato che inciampa nella gloria, il combattente fuori dagli schemi che se ne infischia dell’etichetta e delle vecchie logiche di potere, e che sta sulle scatole ai sovrani stranieri perché non riescono a levarselo di torno. Una lettura potenzialmente interessante che manca di una narrazione coinvolgente e gira intorno a un Bonaparte troppo caotico e scemotto per darci l’idea che possa farcela. Il distacco emozionale – quello sì tipico di un prodotto orientato alla cronistoria – impedisce inoltre di immedesimarsi in Napoleone e Giuseppina quel tanto che basta a farci comprendere le loro scelte come persone e non come pedine dell’agone post-rivoluzionario. A inasprire le criticità ci pensano, infine, le statistiche che riportano i morti procurati dai conflitti di Bonaparte, uno schiaffetto sulle mani angloamericano che sembra dire “Cattivo, cattivo, hai fatto tanti pasticci ma ora ti abbiamo corcato di botte e ti confiniamo su un’isoletta a cantartele da solo come un villain debosciato di serie B”. Il focus sul dispendio in vite umane ci riporta alla mente una canzone dei Nomadi che calza a pennello, giusto per ricordarvi quanto il passato venga assorbito dalla spugna della cultura popolare.
“C’è un re, c’è un re
Che non vuol vedere
C’è un re, c’è un re
Che non vuol sapere”
No, Napoleone non vuole vedere il vuoto intorno a sé, non vuole accettare le sconfitte e nemmeno l’immenso palco di cervo che Giuseppina gli fa crescere sulla testa, preferendo lasciare senza dessert chi gli sbatte in faccia la verità. Poi ci ripensa e decide di delegare a qualcun altro la conquista egiziana per fare ritorno a Parigi e fare una piazzata da mercato rionale. A proposito della campagna d’Egitto, abbiamo modo di osservare un cannoneggiamento delle piramidi come affermazione di supremazia e un faccia a faccia con una mummia millenaria, giusto per sottolineare la fugacità della gloria, dopodiché si torna nel vortice che è il montaggio di questo film: un lavoro di accetta e di picconate, specialmente nel primo atto, dove la gran quantità di accadimenti spinge la produzione a liquidare intere sequenze con la dissolvenza in bianco, ad accennare side story senza approfondirle e a dimenticare personaggi per strada, rendendo frammentario quel racconto che, perlomeno all’apparenza, vuole mantenere lo schema origini – ascesa – caduta. L’edizione da quattro ore sarà più equilibrata? Ottimo, non è una scusa per una theatrical version schizofrenica e priva di mordente.

Stridente – non si capisce quanto sia voluto – è anche la colonna sonora, che rispecchia un approccio di Scott già osservato in Alien e una vera e propria abitudine del suo idolo Kubrick: utilizzare, ove possibile, brani di repertorio piuttosto che una soundtrack originale. Il compositore Jerry Goldsmith non la prese bene quando alcuni suoi brani vennero rimpiazzati da musica classica o da lavori utilizzati in altre pellicole. In Napoleon ascoltiamo musica da camera, inni, canti polifonici Corsi, che il musicista Martin Phipps (Black Mirror, The Crown, mica un cretino qualunque) cerca di amalgamare a un tema principale (spesso sentito al piano) che è quello di Orgoglio e pregiudizio di Dario Marianelli. Nessuno obbliga Scott – pena la ghigliottina – a usare ore e ore di spartiti inediti, ma qualcosa di più incisivo avrebbe giovato sia alle cariche dei soldati che al travaglio sentimentale della coppia reale.

Come la risolviamo, questa bagarre in costume? Che tipo di giudizio formulare su un’opera scaturita da tagli non sempre assennati a una director’s cut che vedrà la luce in streaming? Badate bene, sarebbe un vero fratello maggiore, non un ammasso di scene scartate. Prendendola come un prodotto autonomo, ne comprendiamo l’intento antiepico ma fatichiamo a immedesimarci, a trovare un epicentro analitico in una scrittura che sa dove andare a parare, però ci va sbattendo contro ogni spigolo, al limite del masochismo. Siamo sicuri che una grande storia – terribile ma grande, come direbbe mastro Olivander – sia sacrificabile sull’altare del taglia e cuci per dire che qualcuno ti sta sulle palle? Una sola cosa ci è parsa azzeccata, Rupert Everett a parte: il trittico Francia, Esercito e Giuseppina, le parole proferite da Napoleone prima di spirare, a ribadire quanto la relazione con la moglie abbia influito sulla sua esistenza e, per diretta conseguenza, sulla vita di milioni di individui. Un concetto che emerge, non sempre in modo brillante, dall’ultima fatica di Scott e dalle strofe di un’ennesima canzone su Bonaparte, riemersa dalla memoria mentre quest’ultimo esalava il mortal sospiro. Oltre la patina grottesca del film c’è un messaggio che rimane potente e che non può essere travisato: perdere un amore è come perdere un impero.
“Anch’io ho avuto la mia Waterloo
E ho perso tutto ciò che avevo conquistato
Ma soprattutto ho perso te, che per sempre
Per sempre m’hai lasciato”
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