LE 5 DONNE MOSTRUOSE – PARTE 2

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LE 5 DONNE MOSTRUOSE – PARTE 2

di Alessandro Sivieri

Tremate, le gnocche son tornate e sono assetate di sangue. Nell’articolo di qualche mese fa vi abbiamo presentato una rassegna di quelle attrici che, secondo noi, hanno incarnato sul grande schermo una nuova tipologia di personaggio femminile, quello che riflette i cambiamenti sociali dell’Occidente, e di conseguenza del nostro cinema: la donna non è più un angelo del focolare, l’emblema dell’innocenza che deve proteggersi dal Male, ma è una figura tosta, in alcuni casi pericolosa, che non ha paura di esprimere la propria potenza e sessualità. Può essere attraente o ripugnante (nella maggior parte dei casi è una delizia per gli occhi), buona o cattiva, protagonista o comparsa, ma in nessun caso è da sottovalutare. Eccovi quindi una seconda carrellata di pellicole più o meno recenti che fanno bella mostra di signorine non del tutto umane:

PETA WILSON – LA LEGGENDA DEGLI UOMINI STRAORDINARI (2003)

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Se vi dicessi Nikita? Non il film cult di Luc Besson, ma la serie tv canadese basata su di esso. Fu forse il più grande successo della non strabiliante carriera di Peta Wilson, attrice, modella e accanita sportiva. Una donna di sicuro fascino, tanto da soffiare alla procace Monica Bellucci il ruolo della vampira Mina Harker ne La leggenda degli uomini straordinari, conosciuto come l’ultimo mappazzone con Sean Connery prima del suo definitivo ritiro dalle scene.

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Una trasposizione non certo nobile ma godibile dell’opera di Alan Moore (fumettista e mistico, autore dei capolavori Watchmen e V for Vendetta, che Hollywood ha portato in modo discreto sul grande schermo), che vede riunite svariate figure letterarie dell’800 come il capitano Nemo (Ventimila leghe sotto i mari), Dorian Gray, l’Uomo invisibile, Mister Hyde e via dicendo, ovviamente con dovute licenze poetiche. In questa squadra di Avengers dell’epoca vittoriana, Peta Wilson è Mina Harker, personaggio ispirato a Dracula di Bram Stoker. Letale, seducente e misteriosa, Mina/Peta reprime a fatica la sua sete di sangue in nome della sua missione, dimostrandosi lontana dai vampiri etici e sbrilluccicosi che vanno tanto di moda oggi. Ed è pur sempre un gran bel vedere.

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CARA DELEVINGNE – SUICIDE SQUAD (2016)

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Essendo un assiduo analista di cinecomic, era inevitabile la visione di Suicide Squad, ultimo nato in casa DC diretto da David Ayer, che vede riuniti alcuni cattivoni storici (in particolar modo antagonisti di Batman) in una missione ai limiti dell’impossibile per salvare l’umanità. Come per Batman v Superman, critica e pubblico si sono spaccati in due, anche se spiccano le interpretazioni della splendida Margot Robbie (Harley Quinn) e di Will Smith (Deadshot). Un po’ più incerto, da rimandare a future apparizioni, il giudizio sul Joker di Jared Leto.

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E poi c’è lei, la giovane Cara Delevingne, che nei panni della temibile e sensuale Incantatrice ha sfidato il mio autocontrollo. Da blasonatissima modella ad attrice pressoché esordiente, Cara è nel pieno dei suoi anni migliori è riesce ad ammaliare sia per il suo indiscutibile sex appeal che per una recitazione adeguata, nei panni della fragile archeologa June Moone e in quelli dell’entità sovrannaturale che ne possiede il corpo, contro la quale dovranno battersi i membri della Suicide Squad. Il personaggio è quasi su misura per lei, riflettendo la sua presenza scenica sulle passerelle della moda: un frutto proibito, dall’aria saporita ma velenoso. Spero di rivederla presto in qualunque altra salsa perché mi sono innamorato. Sarà per lo stile sbarazzino o per le sopracciglia…

Suicide Squad

KATE BECKINSALE – UNDERWORLD (2003)

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Torniamo ai vampiri, questa volta con una saga di B-movie dall’impronta action/sovrannaturale che avanza ininterrotta dai primi anni del 2000. In Underworld si riprende un topos tanto caro all’immaginario collettivo, quello dello scontro millenario tra vampiri e licantropi, con buona pace dei comuni esseri umani, relegati al ruolo di vittime collaterali, ostaggi o merenda per mostri. In questa saga lo scontro tra le due fazioni viene calato in un contesto contemporaneo, con una interessante dicotomia che fa pensare alla rivoluzione francese o alle lotte operaie: se i vampiri rappresentano il potere tirannico, l’aristocrazia decadente e altezzosa, i lupi mannari sono gli schiavi in cerca di riscatto, un ceto sociale considerato inferiore. In questo clima da guerra segreta, l’affascinante Kate Beckinsale è Selene, ultima rampolla di una potente stirpe vampiresca che porta avanti la propria crociata anti-licantropi.

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Scena dopo scena, film dopo film, la protagonista arriverà a cambiare schieramento, tradendo il proprio clan e rivalutando la causa dei lupi mannari. Come cocktail di mostri e pallottole che imposta l’estetica e le scene d’azione sul modello di Matrix (gotico e steampunk in ottima armonia), questa saga si è ritagliata il suo piccolo spazio, anche se nella sua ripetitività inizia davvero a stancare. La svogliata produzione non compie il minimo sforzo per aggiungere un po’ di dramma, un barlume di storia e di approfondimento psicologico (non sto chiedendo una roba alla Game of Thrones), quindi il tutto si regge sulla presenza scenica della sempreverde Kate, che nelle sue tutine aderenti continua a mietere vittime, tra mostri zannuti e spettatori sbavanti.

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DELPHINE CHANÉAC – SPLICE (2009)

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A Vincenzo Natali, regista canadese di italiche origini, piace sperimentare. Dopo The Cube, piccola gemma d’esordio che ha fatto storia, il suo nome non è più stato al centro dei riflettori. Dirige episodi per serie tv di successo (vedi Hannibal), entra in trattativa per adattamenti che non vedranno mai la luce (Neuromancer di William Gibson), a volte sforna lavori godibili che passano in sordina, gettati velocemente nel dimenticatoio. È questo il caso di Splice, che narra le discutibili gesta di una coppia di biologi (uno dei due è Adrien Brody, il caro vecchio pianista col nasone) intenzionati a creare una nuova forma di vita sintetizzando DNA umano e animale. Nasce così un vero e proprio paraumano, Dren (Delphine Chanéac), che i due allevano come una sorta di figlio all’insaputa di tutti.

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Modellato sulla bella Delphine, che per il ruolo ha dovuto rasarsi la testa, l’aspetto di questo ibrido presenta evidenti tratti femminili, turbandoci e affascinandoci. Come nella miglior tradizione dei film alla Frankenstein, la creatura si ribellerà a coloro che le hanno dato la vita, con conseguenze tragiche. In questo caso, prima di assalire i suoi creatori, Dren penserà bene di farci sesso (un po’ consenziente, un po’ no). La natura stessa di questo mostro, con sentimenti umani ma mosso da istinti primordiali, unico nel suo genere e perciò terribilmente solo, può avviare interessanti riflessioni sulla bioetica, sul transumanesimo, sulla creazione innaturale di una specie. O meglio, potrebbe, perché quello che ci viene servito si limita a una buona dose di tensione e alle succitate scene di sesso “strano”, che potrebbero impressionare i più suscettibili: come le classifichiamo? Come pseudo-zoofile? Io Delphine la porterei volentieri fuori a cena, ma senza coda appuntita e con gli occhi al loro posto.

SPLICE

SIGOURNEY WEAVER – ALIEN: LA CLONAZIONE (1997)

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Concludiamo con la protagonista di una saga che da sempre mi appassiona, la tosta eroina dai tratti vagamente androgini che ha trascorso vent’anni della propria carriera a massacrare alieni bavosi. L’abbiamo vista giovanissima in Alien, capolavoro di Ridley Scott, già rodata nell’altrettanto glorioso Aliens di James Cameron, esausta e pronta all’estremo sacrificio nel tenebroso e discusso Alien 3, pellicola d’esordio del talentuoso David Fincher, che non mancherà di disconoscerla e attribuirne i difetti all’invadenza dei produttori. Da qualche anno ne circola una versione estesa (non assemblata dal regista) che aggiunge scene significative e chiarisce molti dubbi, vi consiglio di recuperarla.

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Tornando a noi, siamo al quarto episodio della serie, la regia è affidata a Jean-Pierre Jeunet (quello che di lì a poco girerà Il favoloso mondo di Amélie). Il tocco europeo purtroppo non salva una pellicola pretestuosa e scialba, che alla tensione preferisce l’ironia. C’è però qualche scena da ricordare, e soprattutto c’è lei, Ellen Ripley. O forse no, perché la vera Ripley è morta alla fine del terzo film, venendo poi clonata da gente senza scrupoli per estrarre l’alieno che portava in grembo. Il problema è che nel processo di clonazione le cellule di Ripley si sono mescolate con il DNA alieno, dando alla luce un ibrido che ricorda il proprio passato ma sa di essere il prodotto di un esperimento.

Sigourney Weaver

Certo, Sigourney Weaver inizia a sentire il peso degli anni e appare un po’ stanca, ma riesce a rendere discretamente questa sua nuova incarnazione ambigua, combattuta tra il lato umano e quello alieno, in piena crisi di identità. Fortunatamente il film non si risparmia sulla componente psicologica, mostrandoci una Ripley che, ironia della sorte, si ritrova geneticamente legata alla creatura dei suoi incubi, arrivando quasi a comprenderla, comunicando con essa a un livello del tutto nuovo. Tra sangue acido e comportamenti animaleschi, è interessante il rapporto che arriva a stringere con la sintetica Call (Wynona Rider). Insomma, a furia di ammazzare mostri è arrivata a diventarne uno.

ALIEN LA CLONAZIONE

Giunge alla conclusione anche questa seconda carrellata di belle bestiali, in un ciclo che speriamo, soprattutto grazie ai vostri consigli e feedback, di portare avanti ancora, Storia del cinema permettendo. Ma non è ancora il momento, quindi chi fosse interessato a conoscere altre mostruose femme fatale è invitato a mettersi comodo con una birra ghiacciata e gustarsi l’articolo originale.

LE 5 DONNE MOSTRUOSE: QUANDO LA BELLA È LA BESTIA

 

 

 

 

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