ALIEN – Analisi dei sei cortometraggi fanmade

Il quarantesimo compleanno dello Xenomorfo e i corti prodotti dalla Fox.

di Alessandro Sivieri

Il 2019 non è stato un anno qualunque per il nostro amato Xenomorfo. Si tratta infatti del quarantesimo anniversario del film originale di Ridley Scott, dove la creatura progettata da H. R. Giger e Carlo Rambaldi si mostra per la prima volta al pubblico e bracca una giovanissima Sigourney Weaver in veste di eroina spaziale. Una pellicola che dal 1979 non smette di stupire la crudezza, la regia elegante, le scenografie e l’alto tasso di tensione. L’estetica, la ferocia e il ciclo vitale dell’alieno materializzano sullo schermo le nostre paure inconsce, corroborate da musiche disturbanti e corridoi tenebrosi. Nel tempo si sono succeduti vari sequel, tra cui la virata action di Aliens con James Cameron e il bistrattato Alien 3 di David Fincher (poi risistemato con l’Assembly Cut). Recentemente abbiamo potuto gustare l’ottimo tie-in Alien: Isolation e i prequel dello stesso Scott, che pur esplorando le origini degli Xeno non hanno replicato il successo del progenitore.

In occasione del 40th Anniversary, la Fox ha voluto omaggiare il franchise producendo sei cortometraggi live action ambientati nell’universo di Alien. Collaborando con la comunità creativa globale Tongal, sono stati esaminati più di 550 soggetti inviati da filmmaker indipendenti in giro per il mondo. Sono state selezionate sei storie fedeli allo spirito della saga ma eterogenee per ambientazione e soluzioni narrative. I registi vincitori hanno avuto accesso a materiali esclusivi come documenti di design, costumi e scenografie per dare vita a questa mini-antologia, che è stata rilasciata gratuitamente su YouTube (gli ultimi due capitoli sono stati proiettati il 26 aprile in occasione dell’Alien Day).

Sebbene si parli di corti fanmade, abbiamo a che fare con autori emergenti che hanno ricevuto il sostegno (finanziario e pubblicitario) della Fox, quindi non ci riferiamo di certo a un paio di studenti di cinema che hanno girato con tre maschere in cantina. Il budget c’è e lo si nota soprattutto nella qualità del girato e negli elementi scenografici, anche se talune scelte registiche mostrano il fianco all’amatorialità. Questi short film sono gradevoli addizioni alla mitologia xenomorfica e, come avevamo fatto per i tre cortometraggi prequel di Blade Runner 2049, li passeremo in rassegna per evidenziarne forze e debolezze. Apparecchiate la tavola e accendete i rilevatori di movimento, perché verrete ingozzati con pillole di terrore.


ALIEN: CONTAINMENT di Chris Reading

Già l’introduzione ci catapulta in scenari familiari, con strizzatine d’occhio all’Alien che tutti conosciamo. Il titolo compare sullo schermo con un pianeta sconosciuto a fare da sfondo, mentre una nave cargo senza nome va in mille pezzi. I superstiti si lanciano con una capsula di salvataggio che presenta svariate similarità con la Narcissus di Ellen Ripley, sia per la struttura che per il design rétro dei pannelli di controllo. I passeggeri, due uomini e due donne, si riprendono dallo shock e fanno il punto della situazione: in seguito al diffondersi di un’epidemia, si è resa necessaria un’evacuazione d’emergenza con relativa distruzione del vascello. Preso atto che chiunque di loro potrebbe essere infetto, i superstiti iniziano a litigare, in un gioco di sospetti che richiama La cosa di John Carpenter.

Per non tradire il canovaccio, a venire additato come pericolo è l’uomo privo di sensi, mentre in realtà a fare le spese del contagio sarà proprio l’individuo più esaltato, il primo a puntare il dito senza riflettere. Vi è una buona gestione degli spazi angusti con uso di camera a mano, mentre a soffrire di prevedibilità acuta sono le dinamiche di gruppo degli interpreti, in particolare per la recitazione sopra le righe di Theo Barklem-Biggs, che simula un delirio paranoide. C’è una bella componente gore con l’emersione di un Chestburster, che non viene mostrata direttamente. Per limiti di risorse anche il mostriciattolo viene solo suggerito a livello visivo, ma in fondo ne abbiamo visti parecchi. Al finale dall’impronta cinica segue una scena post-credits dal taglio ironico. Fedele nel sound design ma pigro nell’inventiva, questo corto esaspera la pericolosità del Chestburster, da sempre più propenso a nascondersi che ad attaccare a viso aperto.


ALIEN: NIGHT SHIFT di Aidan Brezonick

I sobborghi di una colonia mineraria su un pianeta remoto colpiscono subito per l’atmosfera di degrado. Un camionista spaziale ritrova il suo collaboratore abbandonato in un vicolo, in evidente stato confusionale. Mentre sullo sfondo un cargo simile alla Nostromo si libra in volo, notiamo in primo piano il cadavere di un Facehugger e capiamo immediatamente che presto accadrà il peggio. L’uomo, ignaro del pericolo, raccoglie l’amico e gli consiglia di farsi un bicchierino per riprendersi. Data l’ora tarda, la coppia è costretta a chiedere asilo in un deposito di rifornimenti presidiato da una giovane donna (Amber Gaston) e dal suo anziano collega.

Per una manciata di minuti abbiamo l’occasione di osservare le interazioni tra i coloni e la loro routine lavorativa, in pieno spirito da scena tagliata di Aliens con la famiglia di Newt. Giunge l’inevitabile morte del malcapitato con la nascita del Chestburster, più esplicita e viscerale rispetto a quanto visto in Containment. Il camionista sopravvissuto tira fuori la pistola e riesce a fare più danni dell’alieno stesso, uccidendo uno dei magazzinieri e mandando in corto la struttura. Cedendo all’egoismo, fugge lasciando la ragazza ad affrontare il Chestburster, che dopo un breve gioco al gatto col topo slitterà verso di lei per farsi prendere a mazzate. Una comunicazione d’emergenza e un gran fracasso all’esterno ci svelano che è in atto un’invasione di Xenomorfi e che la nostra Zoe Saldana da discount dovrà procurarsi qualcosa in più potente di una mazza da baseball. Ci rivediamo al prossimo docu-reality sulla disinfestazione dei capannoni.


ALIEN: ALONE di Noah Miller

Una ragazza di nome Hope (Taylor Lyons) è l’unica superstite del trasportatore chimico Otranto e lotta per mantenere in salute sia la nave che il suo corpo. Durante i lavori di routine si accorge di un portello sigillato ermeticamente, che potrebbe nascondere un carico prezioso. Quando riesce ad aprirlo ne spunta fuori un Facehugger, che la ferisce per poi fuggire. Il comportamento dell’alieno (che non tenta la fecondazione) e la ferita sul braccio di Hope ci svelano che la donna è un sintetico, probabilmente un modello simile ad Ash (Ian Holm). Emulano i feticismi di David (Michael Fassbender), Hope fa amicizia con il Facehugger, unico essere vivente sulla nave. Mentre i suoi circuiti e la sua mente deperiscono, l’androide si preoccupa per la sopravvivenza dell’amichetto alieno e sovraccarica i motori della Otranto per giungere in una zona della Galassia più popolata. Arriva infine l’occasione d’oro: l’incontro con un astronauta interpretato da James Paxton (figlio del Bill Paxton di Aliens), stordito da Hope e sfruttato come ospite per far nascere lo Xenomorfo.

L’inizio fa ben sperare con una scenografia d’impatto, che si snoda tra corridoi abbandonati con un bel gioco di luci. Hope si improvvisa tuttofare in stile Amanda Ripley per tenere in sesto la nave, poi la scrittura inizia ad andare alla deriva: questo corto è narrativamente ambizioso e presenta una doppia sorpresa, quella del parassita a bordo e della ragazza-androide. La visione dell’alieno come animaletto domestico esplora un terreno già toccato da Alien: Covenant e pare che i sintetici, a prescindere dagli ordini della Weyland-Yutani, abbiano la tendenza a simpatizzare con gli esseri pericolosi. Questa declinazione più intima del rapporto uomo-mostro, in stile Guillermo Del Toro, ci mostra un Facehugger/pupazzo mentre osserva la protagonista e gorgoglia amichevolmente sui tavoli.

Il racconto funzionerebbe se non fosse per la messa in scena: regia e montaggio non sono all’altezza dei momenti più concitati (la ferita al braccio, la corsa attraverso il corridoio, la colluttazione con l’astronauta), rivelando un’occasionale goffaggine. Non aiuta la recitazione della Lyons, monotona e legnosa anche per gli standard sintetici, poco ispirata fin nei tic da malfunzionamento. Ad alzare lievemente il livello la presentazione finale del Drone adulto, con l’incolumità di Hope che rimane un’incognita: la risparmierà, riconoscendola come sua salvatrice, o la farà a pezzi? Non è che gli Xenomorfi brillino per empatia. Un’opera intraprendente che avrebbe beneficiato di una gestione attoriale più oculata e di qualche sessione aggiuntiva di editing.


ALIEN: SPECIMEN di Kelsey Taylor

Dai relitti spaziali ci spostiamo in una serra coloniale, dove la botanica Julie (Jolene Anderson) è impegnata nel turno di notte insieme al suo cane Maggie. All’improvviso l’animale è innervosito da un campione di terreno sospetto e il laboratorio va in corto circuito, intrappolando entrambi all’interno. Julie si ritrova braccata da un Facehugger in cerca di un ospite e dovrà dare fondo al suo sangue freddo per mantenersi viva. La caccia diventa un triello quando il cane della donna prova a proteggerla, avventandosi contro l’alieno nonostante l’acido molecolare. Il plot twist finale vede il ferimento del Facehugger a opera di Maggie, che si rivela essere un cane sintetico. Julie uccide il parassita con un badile e dà l’estremo saluto a Maggie, il cui corpo robotico è danneggiato in modo irreparabile.

L’ambientazione inedita è impreziosita da una regia solida e da un’illuminazione che alterna colori caldi e freddi, fino a immergerci nell’oscurità di una giungla in miniatura, dove il pericolo è dietro l’angolo. Jolene Anderson è forse il personaggio più carismatico di questa antologia ed è piacevole ammirarla in un breve segmento di work routine, con tanto di accompagnamento musicale. L’inseguimento nel buio mostra una crescente concitazione e il Facehugger è ben gestito, pur se digitalizzato in buona parte del minutaggio. Ciliegina sulla torta il cane sintetico e la sua carcassa danneggiata, che evidenzia un bel lavoro di effettistica. Tenendoci sulle spine mostrando solo il dovuto, questo corto è una perla con il pollice verde.


ALIEN: ORE delle Spear Sisters

Scendiamo nelle viscere della terra con Lorraine (Mikela Jay), operaia di una stazione mineraria che lavora per migliorare la vita di sua figlia e dei suoi nipoti. Al cambio di turno, la donna e la sua compagnia di proletari apprendono della morte di un collega, avvenuta in circostanze misteriose. Investigando nei tunnel, scoprono la presenza di uova e di uno Xenomorfo adulto, dall’aspetto simile ai Warrior di James Cameron. La creatura inizia a fare mattanza di operai e Lorraine chiede aiuto a Hanks (Tara Pratt), la direttrice che sorveglia le miniere dai monitor del suo ufficio. Quest’ultima intende prelevare gli operai e isolare il complesso, ma i suoi atti nascondono la volontà della Compagnia di impadronirsi degli alieni. Con spirito di sacrificio, Lorraine decide di restare nei tunnel e di combattere lo Xenomorfo insieme ai suoi amici.

Dalla marcata vena action, il corto delle sorelle Sisters presenta il cast più numeroso dell’antologia e un setting a metà tra la prigione Fury 161 di Alien 3 e l’Alveare di Aliens. Prima di scatenare l’inferno, la storia si prende il tempo di contestualizzare la vita quotidiana e affettiva degli operai, in contrasto con l’ipocrisia di Hanks, apparentemente conciliante ma in ultima schiava degli ordini superiori. In un caos claustrofobico i minatori iniziano a morire, come i Marines di James Cameron, ma sotto la guida forte di Lorraine, si coalizzano in uno schieramento testosteronico per affrontare a viso aperto la minaccia, terminando con un cliffhanger. La fotografia rievoca efficacemente i fantahorror del trentennio passato e la storia potrebbe tranquillamente diventare un film completo. Inoltre vediamo uno Xenomorfo in azione senza freni.


ALIEN: HARVEST di Benjamin Howdeshell

Chiudiamo il cerchio con un’avventura strettamente legata al film originale: l’evacuazione di una mietitrice dello Spazio profondo, pochi minuti prima dell’autodistruzione. Quattro superstiti (una coppia con gravidanza annessa, una tipa tosta e un tipo scorbutico) si aggirano cautamente per i corridoi scarsamente illuminati, con l’unica guida di un rilevatore di movimento. Ovviamente a dargli la caccia è un imprevedibile Xenomorfo. Tra sirene lampeggianti, griglie di ventilazione e anfratti insidiosi, questo inizio in medias res è un palese rifacimento della fuga di Ellen Ripley, con un pizzico di personaggi in più. Dopo il primo decesso, punizione esemplare per la separazione dal gruppo, tra i protagonisti inizieranno a sorgere dubbi e necessità di scelte difficili pur di portare a casa la pelle.

Dal punto di vista narrativo si riscontra una linearità che fa da trampolino a una tensione claustrofobica. Le strizzatine d’occhio al materiale d’origine sono incalcolabili ma vengono impiegate in modo coerente. L’estrema cura degli ambienti e della regia (non si rilevano incertezze coreografiche e di editing) proiettano lo spettatore in un mood che cinematograficamente pareva esaurito in questa saga, dove la presenza del mostro è percepibile anche quando non si materializza sullo schermo. I momenti in cui l’alieno attacca sono perfettamente dosati e la qualità visiva del medesimo è al top. Un po’ meno credibile è l’uovo nella capsula di salvataggio, compensato da un assaggio di Facehugger appena nato. La rivelazione finale, con il solito sintetico che vorrebbe preservare l’organismo ostile, è quasi superflua di fronte a un onesto ma intenso esercizio di stile. Harvest non innova, ma sfrutta le vecchie ricette senza bruciarsi.


Celebrato il compleanno mostruoso ed esaminate queste piccole addizioni al canone, resta da capire cosa abbia intenzione di fare la Disney (ormai proprietaria dei diritti) con l’eredità culturale degli Xeno. Abbiamo ragionato più volte sul futuro, non sapendo se Scott potrà concludere il ciclo dei prequel o se Neill Blomkamp potrà realizzare il suo fantomatico Alien 5. Nell’attesa di progetti concreti, questi sei cortometraggi fanmade non vanno visti solo in un’ottica di engagement, dove l’appassionato può contribuire attivamente al franchise, ma di un ingegnoso sondaggio di mercato: presentando sei storie con differenti ambientazioni e impostazioni narrative, i produttori possono farsi un’idea di quali spunti verrebbero meglio recepiti dal pubblico, in vista di reboot e spin-off. Per questo motivo, pur apprezzando tali opere semi-indipendenti, ci chiediamo dove finisca il tributo e dove inizi il marketing.

Potete trovare la nostra raccolta di articoli su Alien e Predator al seguente indirizzo:

ALIEN – Tutte le informazioni sul franchise

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