ISABELLE – Il poster demoniaco

L’ultima evocazione di una vicina guardona.

di Alessandro Sivieri

Nel pieno della calura estiva si va a caccia di un un po’ di horror a basso budget tra un blockbuster e l’altro, giusto per godersi l’aria climatizzata della sala. La nostra scelta è caduta su Isabelle – L’ultima evocazione (in originale The Wanting), pellicola canadese che riesce nell’ardua sfida di far pesare 80 minuti di proiezione, ponendosi al livello di un riempitivo da catalogo Netflix o di uno scarto della Blumhouse. Prodotto da Notorious Pictures, questo film può contare sulla svogliata direzione di Robert Heydon, regista di videoclip e documentari al suo esordio cinematografico. Nel ruolo di protagonisti troviamo due ex-interpreti di serie tv con il bisogno di riciclarsi: Adam Brody (ricordato principalmente per The O.C.) e Amanda Crew (15/Love, Silicon Valley e anche Final Destination 3). La storia narra di una giovane coppia, Larissa e Matt, in attesa di un bambino. Gli sposi si trasferiscono in un quartiere tranquillo, dove faranno la conoscenza di Ann (Sheila McCarthy), vicina taciturna in pieno delirio mistico, e di sua figlia Isabelle (Zoë Belkin), paralitica che si diverte a scrutare la gente dalla finestra.

Il sogno americano con papà avvocato e mamma insegnante di musica a tempo perso è in procinto di avverarsi, quando lo sguardo malefico della deforme Isabelle provoca un aborto spontaneo a Larissa, che rimane clinicamente morta per un minuto. Una volta svegliatasi, cade nella depressione più nera, ed è qui che lo script presenta degli spunti potenzialmente interessanti: l’elaborazione del lutto, la condizione emotiva di un’aspirante madre e la crisi coniugale. L’approfondimento psicologico viene annacquato da dialoghi grotteschi e da una gestione attoriale non all’altezza. Se la Crew ha sufficienti motivi per inscenare un ridondante bipolarismo e i tentativi di suicidio, il vero fenomeno è Adam Brody. Il suo Matt è un devoto cristiano che stalkera cappellani d’ospedale, lascia la pistola alla portata della moglie instabile e invoca un esorcismo su quest’ultima solo perché ha perso la voglia di vivere, salvo poi definire ogni altro rimedio “cose da fanatici”.

Sui due spaesati comprimari vigila la mefitica Isabelle, una specie di Samara in sedia a rotelle che da piccola è stata oggetto di “abusi sessuali e satanici”. Dalla finestra getta le peggiori sfighe sui vicini, ma la sua immagine sembra più un poster attaccato al vetro che un’attrice in carne e ossa. Quando si manifesta fisicamente per attaccare, sfoggia due occhietti a LED e il piglio da GIF imbruttita, vanificando una sequela notevole di jump scare. I giochi di specchi e un uso poco sapiente della camera a mano ci trascinano fino a un epilogo che non sa dove sbattere la testa: la colluttazione tra Matt e il poster maledetto è montata così maldestramente da non farci comprendere dove si trovino i personaggi nell’ambientazione, mentre il tanto agognato esorcismo ci viene risparmiato, forse per ragioni logistiche. Il plot twist di chiusura, a cavallo tra il sovrannaturale e l’onirico, vorrebbe stupire ma è solo il culmine di una scrittura confusa e affamata di escamotage. Era difficile farsi sorpassare a destra da opere come La Llorona, ma la gobba della porta accanto ci è riuscita senza sforzo. Come premio bonus giunge la frase “Scegli la vita”, spogliata di ogni ironia filo-Trainspotting e votata alla pubblicità progresso.

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