DUNE – L’Asso piglia tutto

Denis Villeneuve va in spiaggia e costruisce un trono di sabbia.

di Matteo Berta

dune cast film villeneuve

La storia, come affermano diversi studiosi, è un ciclo che si ripete. Questo non comprende solo i fenomeni naturali, ma anche il comportamento umano. Nella nostra era, illuminata dalla democrazia, non potremmo mai concepire un sistema di governo basato sulla monarchia feudale, con immense proprietà terriere – se non intere nazioni – in mano a poche famiglie aristocratiche, le quali rispondono solo a una figura centrale, investita di un potere quasi divino. La fantascienza ci ha mostrato futuri dove le multinazionali dominano spietatamente l’universo (è il caso di Blade Runner), ma il ciclo di Dune di Frank Herbert fa un passo indietro, tratteggiando un’epoca dove il nuovo si mescola a logiche anacronistiche. Tecnologie avanzate e colonie planetarie coesistono con nobili dinastie, scontri all’arma bianca e profezie a sfondo religioso.

dune rebecca ferguson poster

La saga ha già avuto un celeberrimo tentativo di adattamento, portato avanti da Alejandro Jodorowsky. Il visionario regista non aveva intenzione di badare a spese, tirando in ballo i Pink Floyd per la colonna sonora, oltre a un casting che comprendesse personaggi del calibro di Orson Welles, Mick Jagger e l’artista Salvador Dalì. L’iniziativa non andò in porto, ma la sua travagliata genesi è così intrigante da aver ispirato documentari e interi forum di appassionati, dediti alle speculazioni sul vero potenziale del film. I rimasugli della produzione vennero affidati a un giovane David Lynch, ma il suo Dune (1984), sbilanciato dal punto di vista narrativo, venne aspramente criticato e sconfessato dallo stesso regista.

dune paul atreides david lynch

Un reboot della saga è stato affidato a Denis Villeneuve, ormai conosciuto come l’uomo delle missioni impossibili. Il canadese ha varcato le porte di Hollywood con dei thriller di gran pregio (primo fra tutti Prisoners), per poi approcciare la fantascienza cerebrale con Arrival e con Blade Runner 2049. Proprio il sequel del capolavoro di Ridley Scott, grazie ai suoi inaspettati pregi, ha reso Villeneuve un sinonimo di qualità, capace di tirar fuori il meglio dalle premesse più rischiose, tipo approcciare un mostro sacro della bibliografia sci-fi a decenni di distanza dall’ultimo tentativo.

dune denis villeneuve

Messo in stand-by il filone dei Replicanti, l’autore si è cimentato in un’impresa ancora più titanica: portare al cinema le avventure di Paul Atreides con la scala colossale che meritano. Che dire? Missione compiuta. In questo esordio titanico, all’insegna del world building, non brillano certo i sentimenti come nelle space opera di Christopher Nolan, ma questo Dune ha l’epica nel sangue, quel sapore che pervade i racconti cavallereschi e i miti delle civiltà millenarie. Benvenuti sul desertico Arrakis, sempre che non odiate la sabbia come Hayden Christensen.

dune chalamet zendaya

Il mondo di Herbert presenta delle sfaccettature difficilmente condensabili in un singolo lungometraggio. Per non prendere a sciabolate lo script e saggiare i gusti del pubblico, ci viene presentato un lungometraggio che ha tutta l’aria di un episodio pilota. Qualità visiva al top, libidine tecnica, valori altissimi, dalla recitazione ai tappetoni sonori di Hans Zimmer, totalmente immerso nell’opera, al punto da non potersi occupare di Tenet. L’accompagnamento musicale è efficace, pur se privo di temi portanti che ne rendano interessante l’ascolto separato. Le fondamenta di un nascente franchise vengono gettate in modo certosino, prendendosi il tempo necessario (più di due ore e mezza). Era da parecchio che non usciva una pellicola in grado di inondarti con una galassia inedita e lasciarti con il bisogno di assaggiarne ancora.

dune shai hulud verme film

Il cast corale è ben caratterizzato sul piano estetico, dalle figure eroiche ai tiranni senza scrupoli. Centrale è il Paul Atreides di Timothée Chalamet con la sua casata, eppure non abbiamo attori principali in senso stretto, bensì un nucleo di protagonisti legati alla loro terra d’origine e animati da dinamiche che strizzano l’occhio a Game of Thrones (senza uova di drago e nudità). La fotografia, nonostante la portata del progetto, non cerca lo spettacolo visivo fine a se stesso ma coordina ogni elemento dello scenario per costruire un’atmosfera. La composizione dell’immagine è asservita alla lettura di un setting credibile (dalle uniformi alle creature mostruose). Una dimensione tangibile, dove non fatichiamo a percepire le sferzate di sabbia sul volto e il pericolo imminente. La parola chiave è solennità: il silenzio ci introduce a un piacevole smarrimento tra il vuoto siderale, gli edifici monolitici e le distese infinite.

dune chani zendaya

Proprio una sostanza miracolosa, la cosiddetta Spezia, viene raccolta sull’inospitale pianeta Arrakis dal popolo dei Fremen, gente orgogliosa e dallo stile di vita nomadico. L’ecosistema è una miniera d’oro che anima gli obiettivi politici ed economici di casate come quella degli Harkonnen, spietati dominatori che tenteranno di appropriarsene e spazzare via i rivali Atreides. Un conflitto tra superpotenze diventa presto la cornice di un percorso più intimo e spirituale, come già accadeva nella trilogia originale di Star Wars.

dune deserto pianeta arrakis

Non è un caso che il destino degli Skywalker passi per il deserto, uno dei luoghi più mistici – e in un certo senso alieni – della nostra Terra, dove anche i profeti biblici si imbattevano nelle rivelazioni. Nel deserto l’uomo viene posto di fronte a se stesso, ai miraggi della mente e a un mare rovente di eternità. Si viene a creare un contatto tra la nostra esistenza transitoria e un percorso del quale non scorgiamo la fine. In poche parole, il deserto è sacro. È infatti la componente mistica a infondere carisma nel film, creando un ottimo contrasto con un’estetica di per sé molto asettica, militaresca.

dune film oscar isaac leto atreides

Un ciclo, come abbiamo detto, dove l’umanità compie viaggi interstellari e ha accesso a un lato ineffabile della sua natura, ma compie i medesimi errori di oggi: lo sfruttamento degli oppressi e dell’ambiente (già nella versione cartacea veniva posto l’accento sull’ecologia), la sete di dominio, l’autoreferenzialità dei potenti e la dipendenza da droghe. Nel caso di Villeneuve, nostro novello spacciatore di sci-fi postmoderni, la dipendenza sta diventando incurabile e l’unica terapia di gruppo possibile è recarsi al cinema. Chi controlla la Spezia, controlla il box office.

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