BLADE RUNNER 2049 – Ho visto sequel che voi umani…

Denis Villeneuve e un seguito che sta in piedi da solo.

di Alessandro Sivieri

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Quando uno squadrone di produttori decide di dare un seguito non necessario a un film molto amato, le alternative sono due: o assumono un prestanome per scimmiottare l’originale con qualche fuoco d’artificio in più, infischiandosene del buon senso, o si affidano a un autore di talento per creare qualcosa di nuovo. Fortunatamente per tutti, dietro Blade Runner 2049 c’è la mano di Denis Villeneuve, che con Arrival, Sicario e Prisoners ha sviluppato un solido marchio di fabbrica. Il canadese sembra non sbagliare un colpo e si muove agilmente tra il thriller e la fantascienza, scandagliando gli abissi interiori dei suoi personaggi, ammantandoli di una quotidianità ambigua e indifferente.

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Aggiungiamoci il ritorno di Ridley Scott come supervisore, di Hans Zimmer a richiamare le melodie di Vangelis, dello sceneggiatore Hampton Fancher e di Harrison Ford ad affiancare la new entry Ryan Gosling, ed ecco che nasce un’anomalia del circuito hollywoodiano: un sequel con un’anima, che espande l’originale a livello narrativo e intellettuale mantenendo la propria identità. Salvo qualche sprazzo di citazionismo sopra le righe, Villeneuve dà vita a una storia personale, emozionante e visivamente sbalorditiva (Roger Deakins alla fotografia non è certamente passato di lì per caso).

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Il mondo in cui si muove l’Agente K di Gosling è il degno erede della Los Angeles del predecessore: una terra inquinata dove la civiltà è sul punto di crollare, con una nuova generazione di Replicanti sfruttati e discriminati. Lo spazio del racconto non si limita alle celebri strade al neon, invase da giganteschi ologrammi pubblicitari affini a Ghost in the Shell: possiamo ammirare paesaggi post-apocalittici, una dimensione metafisica, desertica, dove compiamo un pellegrinaggio in compagnia del protagonista per decifrare gli enigmi del passato. I vivi incontrano i morti, i fantasmi in preda al rimorso, ma siamo sicuri che esista una reale differenza tra i due? Chi può affermare di aver vissuto veramente? A renderci umani è il patrimonio genetico o la presenza dei ricordi, la consapevolezza delle scelte che abbiamo compiuto? Citando il primo film:

It’s too bad she won’t live. But then again, who does?

Se il detective solitario Gosling punta a rintracciare Rick Deckard per far luce su un segreto sconvolgente, il focus rimane sul suo Agente K, un personaggione a tutti gli effetti. Evitando di svelare dettagli succosi, lo spessore e le implicazioni filosofiche che accompagnano il protagonista sono da applausi, intrecciandosi con quell’imperscrutabilità che da sempre contraddistingue l’attore. K è introverso e non parla molto, ma è proprio nelle scene colme di silenzio che può lavorare con la gestualità e le microespressioni, come se stesse assaporando le emozioni per la prima volta e, di conseguenza, costruendo la propria personalità in tempo reale.

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Il cast di contorno non è da meno, con eccellenze sul versante femminile: Ana de Armas è folgorante nei panni della fidanzata-ologramma, così come Mackenzie Davis in veste di “modello di piacere”. Eterea e delicata Carla Juri, che interpreta una produttrice di ricordi artificiali. Piccola nota di demerito per Sylvia Hoeks, killer monocorde al servizio del Neander Wallace di Jared Leto. Quest’ultimo non ha molto screen time ma risulta convincente come presidente megalomane dell’azienda che ha assorbito la vecchia Tyrell Corporation. Sono piovuti elogi per la performance di Ford, ma il suo Deckard è abbastanza passivo e sui binari, fungendo da catalizzatore per scene nostalgiche. Similmente sprecato Dave Bautista, gigante buono che poteva contribuire maggiormente all’economia della storia.

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Tralasciando un terzo atto incerto e la voglia di strafare nello sbatterci in faccia gli amori perduti, siamo usciti sorprendentemente sazi da un sequel azzardato. Villeneuve è stato capace di far suo il mondo di Blade Runner,  ricodificandone le architetture e mantenendo un sapore agrodolce di fondo. Lo script tralascia alcuni dettagli ma continua a sorprenderci, ribaltando le nostre certezze e mettendo il calvario del protagonista sotto una nuova luce, così come le implicazioni etiche legate all’esistenza dei Replicanti.

Alcune sequenze lasciano a bocca aperta per la maestria nella realizzazione e per le corde interiori che riescono a toccare. In una di queste, il regista rispolvera un concetto già esplorato in Her di Spike Jonze, dove un’intelligenza artificiale si serve di un surrogato corporeo per fare una “cosa a tre” con il proprio partner. Un amplesso che unisce il naturale all’artificiale e che presenta una gamma stratificata di sentimenti e sensazioni, senza risultare volgare. Vengono fornite risposte intriganti all’epilogo aperto del primo film, mentre altri restano insoluti, insieme a nuovi spunti narrativi che giustificherebbero altri capitoli.

Mentre la sfera emotiva dei protagonisti ha un percorso autoconclusivo, varrebbe la pena esplorare il futuro del popolo Replicante in una storia di ampio respiro, ma se un Blade Runner 2050 fosse all’orizzonte, ci piacerebbe un ulteriore distacco da idee già sviscerate e da personaggi che hanno già detto tutto. In fondo, se Villeneuve ci ha dimostrato una cosa, è che si può approcciare un mostro sacro senza riscrivere monologhi che sono entrati nella Storia del cinema. 35 anni fa abbiamo versato lacrime nella pioggia, oggi le versiamo nella neve.

Non dimenticate la nostra recensione dell’originale e il commento ai tre cortometraggi promozionali.

Blade Runner 2049 (Steelbook) (Blu-Ray)

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