Facciamo che è Mordor ma la coloriamo tutta di verde.
di Alessandro Sivieri
*ATTENZIONE: CONTIENE LIEVI SPOILER*

Dunque, c’è Jason Momoa che beve la Guinness con suo papà Temuera Morrison. A un certo punto c’è una battuta esplicita sulla Guinness. In verità diversi personaggi bevono la Guinness in circa due ore di minutaggio, perciò sappiate che quei cattivissimi uomini-squalo sono stati pagati grazie alla birra. Dicevamo, c’è Aquaman che si scola delle pinte generose e in più consiglia gli hamburger alla gente, poi quando c’è da esplorare delle rovine o menare le mani non lo vediamo mai a petto nudo come ai vecchi tempi. È sempre in armatura, in camicia o direttamente invisibile, calato nell’ultima tutina a tecnologia Predator, quindi si confermano i nostri sospetti: Jason ha la pancetta. Vai Jason, sei uno di noi e ti fai delle scofanate mari e monti pazzesche mentre cerchi di salvare il mondo. E non avete idea di quanto pesce compaia, tra polpi agenti segreti, balenone e cavalcature bioluminescenti. La varietà di fauna sottomarina è seconda solamente alle ispirazioni che James Wan va a pescare dall’immaginario sci-fi e fantasy per questo secondo episodio. I due concetti sono strettamente legati e ci portano alla mente un altro piatto: il cacciucco.

Trattasi di una zuppa tipicamente livornese che ha origini antiche e che ha il significato di “mescolanza“: i pescatori preparavano questa pietanza utilizzando pesci considerati di scarto, troppo poveri per fornire un reale guadagno al mercato. Dato che non si buttava via niente, nel cacciucco finiva ogni genere di cosa, dai moscardini alle gallinelle, ai palombi, agli scorfani. La formula si è arricchita nei secoli, includendo aggiunte più nobili, e ne esistono perfino delle varianti con la carne. Gli ingredienti, apparentemente così discordanti, trovano la loro armonia grazie a una preparazione sapiente e a poche spezie usate bene. Non so voi ma mi è venuto un appetito da squalo bianco. Cazzarola, che fame. Non sentite il bisogno di recarvi al porto per intingere i crostini nella zuppetta? E invece no, dobbiamo parlarvi di Aquaman and The Lost Kingdom come se fosse un ricettario da manuale, di quelli che puoi impiegare in mensa andando a colpo sicuro. Anzi, a polpo sicuro.

Partiamo da un’avventura alla Thor. Il mezzosangue Arthur Curry, ora legittimo sovrano di Atlantide, ci racconta in maniera scanzonata delle sue peripezie come supereroe, monarca, figlio, padre, marito e motociclista. Sembra effettivamente a un punto della sua vita dove puoi scambiarlo con il Chris Hemsworth delle ultime pellicole di Taika Waititi e notare poche differenze: si rompe le scatole al gran consiglio subacqueo, si fa pisciare in faccia dal pargolo, fa il consorte devoto con una Amber Heard che si finge felice e contenta, e che avrà recitato massimo due giorni davanti al green screen. Il vero divertimento di Aquaman, però, è spaccare teste. Gli riesce bene mostrare i bicipiti per cavarsi d’impaccio e non nasconde il piacere delle lotte clandestine contro i crostacei in una sorta di Thunderdome abissale. Meglio ancora quando compare a bordo di una nave container, tutto bagnato e cazzutissimo, e fa pentire una masnada di pirati di avere una testa attaccata al collo. Jason Momoa se la spassa, non gliene frega più niente, tanto lo Snyderverse è morto e sepolto.

A riprova di quanto detto, percepiamo dall’inizio alla fine il sapore di una storia alla Aquaman senza l’ingombro della Justice League, senza menzioni a scampagnate con i colleghi, non c’è nemmeno un Henry Cavill in pessima CGI o Ben Affleck che spunta da una limousine. A nessuno viene in mente di rivolgersi ad altri supereroi o di chiamare gente con il mantello, e per quanto ci riguarda potremmo essere in una diramazione del Multiverso dove non esiste altra roba fuori dal normale a parte Arthur Curry, la sua famiglia complicata e i Sette regni finora celati alla civiltà della superficie. E va bene così! Il distacco riguarda sia gli altri progetti cinematografici della Warner Bros. sia la stessa concezione di cinecomic, piegata per una precisa scelta alle logiche dell’action-adventure vecchio stile, con pennellate da B-movie. Il titolo Aquaman e il regno perduto evoca un sentore da Indiana Jones o da un episodio qualunque di Hercules, tipo Hercules e il dio del fuoco oppure Hercules e il ciclope. Dopo tanti hit and miss, dopo innumerevoli tentativi di accodarsi all’Universo Marvel, ben venga Aquaman e il tridente nero! Perdiana, girate subito Aquaman contro lo stronzo qualunque! Jason Momoa può fare cose e noi abbiamo l’opportunità di gustarci una espansione della lore atlantidea, di esplorare località mai viste. Certo, mai viste da Jason ma già viste dal pubblico nella tonnellata di blockbuster ispiratori a cui vi accennavamo.

La sinossi non è uno sforzo di genialità: c’era una volta Kordax, malvagio fratello di re Atlan che aveva fondato la città oscura di Mordor Necrus. A vederla sembra davvero Barad-dûr, con la torre fiammeggiante, il ponte e tutto il resto, basta dare una riverniciata di verde. Kordax, tirannico e paranoico, forgiò un anello tridente nero e si creò un esercito di non-morti, spadroneggiando con un outfit rubato dal guardaroba dell’Oscuro Signore. Atlan lo sconfisse e lo imprigionò con la magia in Antartide. Grazie al riscaldamento globale, i ghiacci si stanno sciogliendo e Kordax rischia di tornare al potere. Per farlo possiede il corpo di Black Manta (Yahya Abdul-Mateen II) e lo manda a bruciare il tossicissimo oricalco (pure quello è verde, sappiatelo, perché nei film una sostanza velenosa deve essere verde), oltre che a procurarsi il sangue degli eredi di Atlan per spezzare l’incantesimo. Aquaman non può farcela da solo e chiede aiuto al fratellastro Orm (Patrick Wilson), che impara a correre sulla terraferma come i ninja di Naruto e mastica gli scarafaggi.

A posto così. Che altro vi aspettavate, la Fenomenologia dello spirito? L’impianto narrativo modello asse da stiro va di pari passo con i temi già trattati nel capitolo precedente, qui espansi un pelino e legati maggiormente al fato dei personaggi: c’è la questione dell’ecologia, dove ognuno ha le colpe; si scopre che l’inquinamento dell’Antico regno a base di oricalco ha fatto danni analoghi a quello di superficie, acidificando gli oceani e scatenando epidemie, tant’è che Vulko (Willem Dafoe che aveva sicuramente meglio da fare) ci ha lasciato le penne. Torna poi il fattore della famiglia allargata e della cooperazione fraterna, a cui fa eco la responsabilità regale di costruire ponti invece che creare divisioni. È il momento di svelare Atlantide al mondo di sopra o è meglio starsene sui fondali senza dare troppo nell’occhio?

Capirai, ‘ste riflessioni sembrano l’atto conclusivo di The Abyss o tutt’al più il sequel in videocassetta di Atlantis della Disney. E infatti la potenza di fuoco cinematografica poggia su altro, in particolare su due elementi: il rapporto con il deposto re Orm e il design di contorno. Che Momoa fosse un giocoso beone lo avevamo capito e il suo accostamento con un Patrick Wilson rigido e pieno di pregiudizi sugli umani dà luogo a gustosi battibecchi; lo stesso Aquaman cita senza vergogna le schermaglie tra Thor e Loki, intrise di dinamiche da buddy movie natalizio. Dopo aver liberato il fratellastro dalla prigione dei Pescatori del deserto (soldati-scheletro usciti da La mummia in groppa a fighissime cavalcature mostruose), il protagonista si imbarca in una serie di peripezie che omaggiano prevalentemente Star Wars e i Guardiani della Galassia. Una delle sequenze più interessanti è ambientata in una Mos Eisley sottomarina dove tutto è al suo posto: tizi loschi di ogni forma e dimensione, una band musicale pesciosa, scagnozzi-squalo che ci fanno cantare Quattro pinne all’orizzonte e infine il boss locale, che si chiama Kingfish. È un leader dei pirati, è un pesce, quindi si chiama Re Pesce. Questo simpatico individuo è appollaiato sul trono come un Jabba the Hutt gelatinoso, circondato da ragazze squamose poco vestite, e sembra che abbia il corredo genetico del Re dei Goblin de Lo Hobbit e delle creature apparse in Valerian.

Ora iniziate a capire cosa rischiavamo, immergendoci nell’analisi in questo sequel: il listone della spesa. Siamo giusto all’atto centrale e abbiamo già evocato buona parte dell’immaginario science fantasy degli ultimi 50 anni. Quasi ci dispiace quando i fratelli evadono dalla colorata cittadella, ma si passa prontamente a Skull Island o a Isla Sorna, guardate un po’ voi. Ci sono pure gli animali giganteschi, frutto di una mutazione incontrollata. Da lì un paio di scazzottate con Black Manta – motivato a vendicare il padre e schiavizzato da un patto col diavolo – porteranno al bombardamento del Monte Fato emanatore di gas serra e alla resa di conti nel Regno perduto che dà il titolo alla pellicola. Ogni scenario è ricco di dettagli, incluse le foreste lussureggianti e le formazioni rocciose brulicanti di vita marina. Se i livelli qualitativi di James Cameron sono lontani, le ambientazioni restano credibili e gli effetti speciali da denuncia – osservati in produzioni analoghe – sono limitati e poco impattanti sull’esperienza generale.

L’intrattenimento non è frutto dell’inventiva quanto del riassuntone di cultura pop abilmente orchestrato, a scapito di scrittura e di regia, perché pare che James Wan sia fisicamente sul set solo quando Manta emerge minaccioso dall’ombra o quando i personaggi combattono e la camera azzarda qualche long take girandogli intorno a 360°. Cosa ci ha fatto entusiasmare, allora? Il Signore dei Tridenti? Una fuga rocambolesca dove mancava solamente uno Strisciateschio? Nope, è merito di quegli elementi marginali che evidenziano senza riserve l’ossessione geek dell’autore: i macchinari utilizzati dagli scagnozzi di Manta vanno a citare la fantascienza classica, quella de La guerra dei mondi (avete presente i Tripodi?) e gli sconfinati mondi di Jules Verne.

Scafandri e armature ingombranti riportano alla luce un Antico regno più grezzo, accostabile alle tecnologie di BioShock. Perfino il sottomarino dei cattivoni sembra un Nautilus a forma di pesce martello e ha una plancia vecchio stile, piena di leve, maniglie e grossi pulsanti colorati. Non solo, James Wan apprezza Terrore nello spazio. Sul serio, è fan di Mario Bava. Che altro motivo ci sarebbe per vestire l’equipaggio con delle tute identiche a quelle di un B-movie italiano del 1965? E lo ha fatto in un blockbuster della DC, chiedendosi quante persone avrebbero riconosciuto l’omaggio senza leggere interviste o chiedere allo zio cinefilo.

In un lungometraggio che si pone come lo shopping center del cinema fantastico, va a finire che i prodotti più allettanti sono quelli secondari, le rifiniture che ti fanno intuire un punto di vista, una base teorica solida e un guizzo di passione dietro al commiato del vecchio DCEU. Siamo di fronte a quel caso in cui le ambientazioni raccontano più dei personaggi, imbrigliati a confermare e rinnegare il primo film con enunciati di autoconsapevolezza: Aquaman che scherza di continuo sulla capacità di parlare ai pesci – come fa il suo bambino davanti all’acquario – e che si lamenta dell’ennesima esplosione sfruttata come chiusura di un momento di pathos, espediente del quale alcuni spettatori si erano lamentati. L’epilogo è aperto per quanto riguarda le scelte dei protagonisti e risolutivo per la sua attuale timeline, il contenuto è sui binari, l’estetica è studiata per piacere; anzi, è così pregna di ammiccamenti da offrire una nota succosa per ogni palato. Si deve pretendere di più? Mille volte sì, e il genere di riferimento non è una scusante. Perlomeno, leggendo lo scontrino, non vi sentirete truffati. Ora finiamo la pinta e balliamo tutti insieme la danza Maori per sollazzare il pupo.
Se vi avanza un crostino abbrustolito, intingetelo nella nostra audiorecensione del film:
Al link sottostante invece trovate vita, morte e frittura delle creature apparse nella saga:
Premessa obbligatoria: non ho ancora visto il film. Questo significa che mi sono goduta tutta la recensione senza “partire prevenuta” e me la sono goduta appieno (anche se adesso ho fame). Ora sono curiosa del polpo agente segreto, però.
Ma grazie! Ti consigliamo anche di assaggiare il brodetto alla termolese…