Perché Indiana Jones e il Tempio Maledetto merita una rivincita

Torniamo al palazzo di Pankot per gustare il secondo film sull’archeologo più tosto di sempre (e una doppia razione di serpente a sorpresa).

di Alessandro Sivieri

Indiana Jones tempio maledetto primo piano

“Fortuna e gloria, ragazzo… fortuna e gloria.”

Non ci sono rimaste molte certezze nella vita, ma tra queste c’è un tombarolo spaccaculi. Henry Jones Jr. (conosciuto anche come Indiana, in ricordo del suo cane) è il modello degli avventurieri cinematografici, un tizio che insegna archeologia in un’università di prestigio salvo poi scappare dalla finestra in cerca di nuove reliquie da portare al sicuro. Alla polvere delle aule accademiche preferisce quella dei sepolcri millenari e dei templi precolombiani. Il personaggio, che ha il volto (anzi, il ghigno) di Harrison Ford, venne concepito da George Lucas e Steven Spielberg alla fine degli anni ’70. Lucas lo chiamò inizialmente Indiana Smith e lo affidò all’amico Spielberg, per la serie “Ora è tuo, facci un po’ quello che vuoi”. Quest’ultimo detestò il nome e lo cambiò in Indiana Jones, ricordandosi che Lucas aveva davvero un cane con quel nome, caratteristica che trasmetterà al mitico archeologo.

Steven Spielberg e George Lucas

Ascendenze canine a parte, in origine era stato contattato Tom Selleck per la parte del protagonista: l’attore era troppo impegnato con la serie Magnum P.I. e si tirò indietro a tre settimane dalle riprese. Ve lo immaginate Indy con i baffoni e la camicia hawaiana? L’improvviso forfait costrinse gli autori a ripiegare (per la fortuna di tutti) su Ford, già apparso in Star Wars nei panni dell’iconico Han Solo. Da queste grottesche peripezie vide la luce, nel 1981, I predatori dell’arca perduta, primo episodio della saga e con tutta probabilità il miglior film d’avventura mai girato.

Poster di Raiders of the Lost Ark

La sequenza introduttiva, quella della grotta dell’idolo, è magistrale per il ritmo, l’atmosfera senza tempo e per la sua narrazione essenziale. Dal recupero della statuetta alla fuga ansiogena, osserviamo Indiana Jones in azione e comprendiamo che tipo di persona sia grazie alle sue doti: l’astuzia, la prontezza di riflessi, l’esperienza e, non ultima, l’ironia. Ogni inquadratura e ogni sguardo, all’insegna della regola “Show, don’t tell”, ci forniscono delle nozioni utili.

Arca perduta scena iniziale

L’aitante protagonista si è imposto nella cultura popolare sia per l’azzeccata caratterizzazione di Ford che per un set primario di accessori, senza i quali perderebbe una buona fetta della sua presenza scenica: la celeberrima frusta, il revolver e il cappello che viene sempre recuperato all’ultimo, prima che un pesante blocco di pietra schiacci la mano dell’eroe. Indy gira il mondo a caccia di tesori che dovrebbero stare in un museo, fa strage di cuori e prende a cazzottoni i nazisti.

Indiana Jones e l'ultima crociata nazisti

Le calamite per gli schiaffi si avviano al loro tragico destino.

Questi ultimi, in virtù della loro negatività storica e dell’impatto estetico, sono i cattivi perfetti per una pellicola in cui c’è bisogno di… bastardoni urlanti in uniforme. Qualunque blockbuster abbia nel suo catalogo un villain a capo di un regime totalitarista si è ispirato alle armate di Hitler. I veri nazisti erano la cosa più vicina a un mostro, e Spielberg ne esaspera i toni fino a caricaturizzarli, fornendo al professor Jones orde di soldati della Wehrmacht (o di punching ball, se preferite) che cadono come birilli, comandati da viscidi ufficiali con gli stivali in pelle e gli occhi spiritati.

Doc Savage poster fumetto

L’ispirazione principale di Spielberg e Lucas furono i fumetti degli anni ’40 come Doc Savage e Steve Canyon, oltre al Corto Maltese di Hugo Pratt e alle prime storie di Zio Paperone! Infatti il creatore Carl Barks, tra i più blasonati artisti disneyani, intendeva dare al personaggio di Uncle Scrooge un’aura da cacciatore di tesori. Per il look si nota una palese affinità con Charlton Heston ne Il segreto degli Incas, dove il divo, che interpreta un cacciatore di tesori, sfoggia un cappello e una giacca di pelle. Un altro riferimento primario è James Bond, e in effetti la figura di Indy è accostabile a uno 007 senza tecnologia e gadget avanzati. L’impronta marcatamente action, il pragmatismo e le abitudini da donnaiolo sono una diretta connessione con la spia britannica di Ian Fleming.

Sean Connery James Bond 007

Non è un caso che in Indiana Jones e l’ultima crociata il padre di Ford sia Sean Connery, il primo e insostituibile Bond. Il rapporto tra protagonista e il burbero Henry Jones Sr. rivela un’alchimia formidabile, alternando le manifestazioni di affetto ai conflitti spazientiti, per culminare nella reciproca comprensione e nel perdono dei torti passati. Un passaggio di testimone simbolico dove il vecchio divo si fa da parte e assume un ruolo di stampo più intellettuale. Centrale nel linguaggio spielberghiano è il legame padre-figlio, in bilico tra la trasmissione dei valori alla prole e la riscoperta di una dimensione ingenua nell’adulto.

Indiana Jones tempio maledetto scena ponte

Messa al sicuro l‘Arca dell’Alleanza in un hangar segreto e incassato il successo di E.T. L’extraterrestre, Spielberg decise di rimettere mano all’archeologo. I progetti per un sequel erano nati appena un paio di settimane dopo il lancio internazionale del primo film, ma Indiana Jones e il tempio maledetto, arrivato in sala nel 1984, è in realtà un prequel che si svolge nel 1935. Abbandoniamo l’Egitto per spostarci in un’India selvaggia, immersa nella vegetazione e nei culti mistici, presentata in un modo che i detrattori considerano stereotipato.

Tempio maledetto villaggio pietra Shankara

Una parte della critica (non fa eccezione quella nostrana) si concentrò su questa riproposizione arretrata, al limite del cartoonesco, della popolazione indiane, dimenticando che la quota minoritaria di contraddizioni interne e inesattezze storiche è parte integrante della formula che rende la saga vincente, specie se pensiamo alle sue origini fumettistiche. Spielberg e Lucas hanno solo raggruppato gli elementi esotici che si sono radicati nell’immaginario europeo, essenziali per il sense of wonder e per trascinare il protagonista lontano da ogni barlume di civiltà (e di possibili aiuti esterni).

Indiana Jones tempio maledetto elefanti

Le riprese si svolsero in Sri Lanka per via degli atteggiamenti poco accomodanti del governo di Nuova Delhi. A questo ostracismo produttivo locale farà seguito un risultato al di sotto delle aspettative al botteghino USA, dove rimarrà sotto i 200 milioni di dollari, diventando la pellicola meno redditizia della tetralogia. Lo stesso Lawrence Kasdan, sceneggiatore de I predatori e de L’Impero colpisce ancora, dichiarò di aver rifiutato l’offerta di scrivere il film e di averlo considerato “orribile” fin dalle premesse. Lo script venne infatti affidato a Willard Huyck e Gloria Katz, amici di Lucas e autori di American Graffiti.

Indiana Jones Molar ram villain del film

Cambiano i set e cambiano anche i nemici: ai nazisti subentrano i Thug, capeggiati dal crudele sacerdote Mola Ram (Amrish Puri). I membri di questa setta ci riportano ai romanzi di Emilio Salgari, dove il coraggioso Sandokan deve vedersela con gli strangolatori e con il loro maestro Suyodhana. Salgari era il tipico autore in grado di viaggiare in tutto il mondo pur restando seduto nel suo studio, e infatti non visitò mai le terre straniere delle quali scriveva. Questo lo portò a infondere nelle sue opere una carica melodrammatica e per certi versi sognante, alla stregua dell’ambiente in cui si muove Indy, dove si varca in punta di piedi il confine dell’impossibile e dell’onirico. Le sontuose scenografie non puntano al realismo ma servono a comunicarci il mistero e le avvisaglie di pericolo.

 

Grosso guaio al club Obi Wan.

L’incipit ci porta a Shangai, dove troviamo un professor Jones dal piglio più subdolo del solito, intento a trattare con un gangster cinese di nome Lao Che (Roy Chiao). Lo smoking bianco indossato da Indiana è un’altra citazione a James Bond, precisamente ad Agente 007 – Missione Goldfinger. La sequenza di apertura da musical evidenzia la passione di Spielberg per tale genere e, tramite un numero da avanspettacolo, sfoggia un orientalismo in stile Broadway per intrattenere, come d’altronde farà il film stesso. La sensazione è quella di una spia in missione in un sinistro night club (il cui nome è un tributo a Star Wars), ma una fuga rocambolesca proietta Indy in contesti più affini: accompagnato dal piccolo assistente Shorty (Jonathan Ke Quan) e dall’affascinante Willie (Kate Capshaw), Indiana si lancia da un aereo e plana su un canotto fino a piombare nella giungla. Inizia il cammino verso un villaggio impoverito e poi verso il palazzo reale di Pankot, scandito da uno humor demenziale e gag con animali.

Indiana Jones smoking bianco

“Il mio nome è Bond, Indiana Bond.”

Il trio protagonista assume gli stilemi di una famiglia disfunzionale, dove Kate Capshaw ha poco da spartire con la grintosa Marion Ravenwood di Karen Allen: Willie è capricciosa, abituata agli agi e con un carattere lunatico. Spielberg e Lucas, all’epoca delle riprese, erano di pessimo umore per via di un divorzio e di travagli sentimentali. La cosa non si traduce solo in una impostazione più dark rispetto a I predatori, ma anche in un trattamento impietoso (forse una rivalsa personale contro un certo modello femminile) per il personaggio di Willie, che viene gettata in pozze di fango, ricoperta di bestie schifose e tenuta sospesa su un abisso di magma incandescente. Ciononostante l’attrice, dopo un’assidua corte, diventerà la novella compagna di Steven Spielberg. La ragazza è inoltre in perenne tensione erotica con Indiana, ma i battibecchi tra i due e l’incursione di assassini in camera rimandano a data da destinarsi le cosiddette attività notturne.

Indiana Jones Harrison Ford e Kate Capshaw

La figura di Willie suona come la più stonata del film, eppure le sue lamentele e disavventure sono adeguate al ruolo da lei ricoperto, che non è quello di interesse amoroso ma di spalla comica, un compito che le logiche produttive di massa attribuirebbero a Shorty. Il ragazzino, cresciuto in strada e preso da Indy sotto la sua protezione, diventa invece un partner dell’archeologo, facendo cose “da adulti” come guidare un’auto e salvando la vita all’amico in più occasioni (il risveglio dall’incubo, la bambola voodoo).

Indiana Jones short round

Short Round diventa un eroe action in miniatura, sfoderando mosse di arti marziali e mimando, in scala ridotta, le scazzottate del suo “socio” Jones. Un esempio dell’importanza che Spielberg attribuisce ai bambini “sperduti” – i suoi interlocutori privilegiati – e alle loro capacità intrinseche: sono loro a risolvere situazioni spinose in E.T., in Hook e, in misura minore, in Jurassic Park. Il giovanissimo Jonathan Ke Quan entrerà poi nel cast de I Goonies, sempre prodotto da Spielberg. Entro una manciata di anni prenderanno piede le pellicole basate sul comportamento pestifero, quasi sadico dei ragazzini (Piccola peste, Piccole canaglie e Mamma, ho perso l’aereo), i quali mantengono il genio inventivo e le doti improvvisative.

I goonies protagonisti film

Altre perplessità sono dirette al mood di Temple of Doom, che si addentra in territori sconosciuti al precedessore: Spielberg e Lucas, per nulla intenzionati a fotocopiare la formula di Raiders of the Lost Ark, collocano Indy in una location claustrobofica, piena di scheletri, caverne tortuose e santuari sotterranei. Il film sviluppa la vena esoterica della saga, e alle reliquie delle religioni abramitiche preferisce le pietre sacre di Shankara, necessarie ad alimentare la malvagia dea Kalì. A differenza dei nazisti, che ignorano le insidie degli antichi tesori, i Thug conoscono la magia e la praticano in modo perverso.

Mola Ram cuore in fiamme

Mola Ram dopo aver toccato la piastra a induzione.

Non mancano le scene truculente, per le quali la Motion Picture Association of America creò il rating PG-13 (vietato ai minori di 13 anni non accompagnati). Nel primo film avevamo facce disciolte dai demoni dell’Arca, ma Mola Ram ha un gusto teatrale e strappa il cuore con le proprie mani alle vittime sacrificali, in una sequenza che ricorda il body horror di David Cronenberg. Quando ci riprova con Willie e con Indiana, il gesto non va a buon fine, ma avvertiamo la tensione semplicemente vedendolo gesticolare con la mano.

Pat Roach guardia di Mola Ram

Accanto ai riti sanguinari troviamo scenari di sfruttamento di foggia dickensiana, come i bambini messi a lavorare in miniera, e morti violente dei seguaci della dea (la guardia di Mola Ram che muore sotto il rullo compressore è Pat Roach, un wrestler già apparso in Lost Ark). Tutta l’oscurità di questo secondo capitolo si affianca efficacemente alla componente ludica: il regista spinge sugli eccessi e gioca con il disgusto come farebbe un infante, partorendo scene come la trappola piena di insetti e la cena al palazzo reale.

cervello di scimmia semifreddo

Cervelli di scimmia, serpenti ripieni di scarafaggi e succulenti brodini oculari scatenano risate nello spettatore e moti di repulsione nella povera Willie. Il momento del pasto collettivo assume una sfumatura fantastica e sopra le righe, fungendo da preambolo a un cambio di tono e agli avvenimenti chiave: Kate Capshaw fugge urlando e darà il via a un siparietto romantico con Indiana, che le porta del cibo vero; in Hook l’abbuffata immaginaria di Peter si evolve in un duello di insulti e in una festosa battaglia; in Jurassic Park i due nipoti di Hammond fanno man bassa del buffet, per poi trovarsi faccia a faccia con i Velociraptor.

Un parco a tema per giovani adulti.

Il comparto scenografico, dalle grotte fumose alla imponente statua di Kalì, ha una patina rossastra e un’impostazione orgogliosamente B-movie. La smodatezza dei toni e la lettura delle location ricordano la dark ride di un parco divertimenti, e la sensazione diventa ancora più evidente durante la corsa con i carrelli nella miniera, la parodizzazione di una famiglia sulle montagne russe. La stessa idea di parco a tema è alla base dell‘Isola che non c’è in Hook e della trama di Jurassic Park, per i quali Temple of Doom si rivela ancora una volta prototipico.

Protagonisti di Temple of Doom

Ogni oggetto è posizionato per ottenere, di volta in volta, il massimo della nostra attenzione, che sia un piatto di blatte o un cranio-calice con il sangue corrotto della dea. Il ritmo scandisce gli eventi per non farci mai rimanere a digiuno di incanto e inquietudine. Infischiandosene di qualunque nozione di antropologia o folklore del luogo, Spielberg condensa suggestioni etniche da diversi angoli del globo in una struttura autonoma e fiabesca. Chi ha letto i fratelli Grimm sa che le fiabe non lesinano sull’orrore ma al contempo non smettono di meravigliarci.

Statua della dea Kali Temple of Doom

La qualità degli effetti speciali, il virtuosismo tecnico e una scrittura desiderosa di sperimentare completano un prodotto che in mano ad autori meno ispirati sarebbe sfociato nel trash. Temple of Doom era considerato, almeno fino all’arrivo del quarto episodio, il peggiore della saga. Noi lo prendiamo come un eccitante tuffo negli abissi, lo sfogo ben riuscito di due cineasti leggendari con un pessimo umore. Forse sarà il plasma indigesto della dea, ma il Tempio Maledetto ottiene la nostra irrevocabile benedizione.

Indiana Jones primo piano


JOHN WILLIAMS E LA MUSICA MALEDETTA

di Matteo e Francesco Berta

Nel 1981 I predatori dell’arca perduta era pronto a cambiare in modo irreversibile il gusto collettivo per i film d’azione e d’avventura, attraverso il personaggio di Indiana Jones e le sue spericolate imprese. Al termine dei settantatre giorni di riprese, al film mancava solamente la musica, e la scelta ricadde su John Williams, che aveva già lavorato con Steven Spielberg al capolavoro Lo Squalo, aggiudicandosi un Premio Oscar per la Miglior colonna sonora.

Il compositore John Williams
La scelta di John Williams per la saga di Indiana Jones infatti fu cruciale nel dare una marcata e riconoscibile identità ai film. Partendo dalla iconica Raiders March, impressa in maniera indiscutibile nella pop culture al pari del celebre tema di Darth Vader The Imperial March, Williams è stato capace di donare a Indiana Jones un’identità chiara, precisa, e di comunicare un senso di avventura, di romanticismo, di esotico come pochi compositori hanno saputo fare.

Specialmente per I predatori, la colonna sonora fu in grado di interpretare alla perfezione lo spirito del film, offrendo un eroico, baldanzoso e spensierato tema principale, un seducente tema d’amore e un cupo, drammatico ed elegiaco tema per l’Arca dell’Alleanza, uniti da un commento musicale preciso, profondo e spensierato allo stesso tempo. Il mood del personaggio e delle sue peripezie è racchiuso, appunto, nella Raiders March, una marcia militare che caratterizza perfettamente Indiana e il contesto in cui agisce. 

John williams e steven spielberg

La stesura della Raiders March fu per Williams un processo durato alcune settimane, fino al punto in cui propose a Spielberg due differenti versioni. Il regista rimase favorevolmente colpito da entrambe le soluzioni e chiese dunque al suo musicista di usarle insieme. Fu così che nacque la Marcia di Indiana Jones come oggi la conosciamo. Williams musicò poi tutti gli altri film della saga. Tra i “must listen” delle colonne sonore troviamo ovviamente la Raiders March e Map Room: Dawn da Raiders of the Lost Ark, Slave Children’s Crusade da Indiana Jones e il tempio maledetto, e Scherzo For Motorcycle and Orchestra da Indiana Jones e l’ultima crociata.

Ma, per quanto siano tutti indiscussi capolavori, il pinnacolo resta senza dubbio Raiders. Scritta interamente da Williams, orchestrata da Herbert Spencer e suonata dalla London Symphony Orchestra, Raiders getta le fondamenta in maniera solida. Attorno a essa ruotano temi di incredibile bellezza ed estro creativo: il tema di Marion, co-protagonista del film e principale interesse amoroso di Indiana Jones (che ricorderà ai fan di Superman del 1978 il Love theme from Superman, simile in sviluppo e orchestrazione), il tema dell’Arca dell’Alleanza, espresso in tutta la sua forza in The Map Room: Dawn. Data la conferma di Williams come compositore per il quinto episodio, dalla redazione gli facciamo un grandissimo in bocca al lupo per questa nuova, emozionante avventura e non vediamo l’ora di poter ascoltare questo suo nuovo lavoro!

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.