THE VISIT – RAGAZZINI SCEMI E NONNI INQUIETANTI

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THE VISIT – RAGAZZINI SCEMI E NONNI INQUIETANTI

di Alessandro Sivieri

Se cucino un piatto decente dopo due o tre portate pasticciate e insipide, gli avventori lo apprezzeranno il doppio? Scorderanno i cattivi sapori, mettendoci una pietra sopra? Spesso e volentieri ricorro alla metafora culinaria, non per leggerezza ma perché è l’ideale per riassumere il percorso autoriale di chef Shyamalan, che questa volta ha cambiato ricetta e ha persino riscoperto l’uso del sale. Bisogna farlo presente, erano anni che i lavori del regista di origini indiane evidenziavano i sintomi di un calo creativo: all’aumento del budget corrispondeva un preoccupante calo della qualità e della personalità, basti pensare a film come L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth, per non parlare di palesi discese nel ridicolo con il dimenticabilissimo E venne il giorno, anche se a dire il vero di quest’ultimo ricorderemo fin troppo: alberi e cespugli incazzati, gli occhi perennemente sgranati di Zooey Deschanel e Mark Wahlberg che fa ancora peggio del solito.

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Ma ai lettori più giovani o meno informati lo posso garantire, nei primi del 2000 Shyamalan spaccava davvero ed era una giovane promessa dell’horror/thriller: Il sesto senso, Unbreakable, Signs, tutte opere più o meno osannate che si facevano perdonare eventuali pecche di logica con una regia di tutto rispetto e una trama che, in un crescendo di angoscia, ci portava fino al twist ending, il finalone a sorpresa che è da sempre un tratto distintivo del nostro autore. Non fanno eccezione opere successive come The Village, un dramma pubblicizzato a torto come horror, e per questo maltrattato da buona parte di critica e pubblico. A quel punto era già iniziata la discesa: mezzi più consistenti e una totale libertà di esplorare i generi non hanno giovato al nostro, che nell’ambito dei thriller poveri di budget ma ricchi di idee è stato scalzato da autori come James Wan (i due hanno molto in comune per come costruiscono la tensione e architettano finali in grado di ribaltare le nostre certezze).

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The Visit ci dimostra che tornare sui propri passi a volte conviene, anche se la strada verso un totale rinnovamento è ancora lunga. Shyamalan rispolvera l’horror intriso di mistero, rimettendo al centro le psicologie e le fragilità dei personaggi; qui però fa ricorso a un espediente fin troppo abusato al giorno d’oggi, quello del found footage: l’intera vicenda è documentata dai due giovani protagonisti, fratello e sorella, tramite l’uso di telecamere a mano. The Blair Witch Project, Rec, Paranormal Activity, L’ultimo esorcismo, volendo la lista può occupare tutto l’articolo. Li conoscete benissimo e sapete che il trucchetto continua a funzionare: le riprese in soggettiva ci fanno immedesimare nei protagonisti e nella loro vulnerabilità; in questo caso le inquadrature non ballano nemmeno troppo, permettendoci persino di godere di qualche scorcio ben fatto. Il resto funziona? Se non cercate nulla di nuovo e sperate nella sufficienza, sì.

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Una madre divorziata, per godersi una crociera in compagnia di un nuovo partner, decide di inviare i due figli adolescenti in vacanza dai suoi anziani genitori, che le hanno scritto dopo tanto tempo, mostrandosi desiderosi di conoscere i nipoti. La donna infatti non aveva più contatti con loro da quindici anni, per via di una fuga giovanile piuttosto burrascosa. La figlia maggiore, Rebecca (Olivia DeJonge, prima non ti conoscevo, ma sappi che sei adorabile!), è un’aspirante regista ed è intenzionata a produrre un documentario sulla sua prima visita in assoluto dai nonni, coinvolgendo nel progetto anche il fratellino Tyler (Ed Oxenbould nei panni del solito tredicenne odioso e aspirante rapper). I due ragazzi, eccitati per l’avventura, prendono il treno e conoscono finalmente l’anziana coppia: i nonni si mostrano fin da subito riservati, ma felici di vederli. Il primo periodo viene vissuto in relativa tranquillità nella loro vecchia abitazione rurale, con la nonna intenta a preparare manicaretti mentre il nonno si occupa della fattoria. Da alcuni tentativi di intervista ci si accorge che i due anziani non parlano volentieri del passato e della loro figlia perduta. La situazione si fa più preoccupante quando,  per via di alcuni rumori notturni, i due ragazzi decidono di indagare, scoprendo che la nonna ha episodi di sonnambulismo particolarmente violenti, quasi animaleschi, mentre il nonno sembra soffrire di un’acuta forma di demenza con occasionali scoppi di violenza verso estranei. Per non far preoccupare la madre, i due giovani si fanno forza e attribuiscono tutte le stranezze all’età avanzata della coppia. Gli episodi insoliti però si faranno sempre più frequenti, portando i ragazzi a capire che i due vecchietti nascondono un terribile segreto.

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L’avrete capito, Shyamalan rielabora una formula ben collaudata, e nel farlo purtroppo porta con sé tutti i difetti del caso: i due protagonisti adolescenti, anche di fronte al pericolo, sono fin troppo curiosi e sacrificano ogni possibilità di fuga per concedere al voyeuristico occhio della telecamera l’ennesima scena sconvolgente; la realizzazione del documentario e la raccolta di prove superano sempre in importanza l’incolumità personale. Insomma, dovremo pur curiosare nelle stanze proibite e mostrare la nonna nuda che graffia i muri e gira con un coltello, quindi fanculo la prudenza! Per la serie: “Se la casa è stregata, perché vai in cantina?”. E poi abbiamo i due anziani, la classica coppia squilibrata che abita lontano dalla civiltà. Se il nonno  bipolare e incontinente è abbastanza dimenticabile, a lasciare più il segno è la nonna psicopatica (Deanna Dunagan), anche perché il sonnambulismo “violento” è una delle maggiori paure del sottoscritto (no, non bastavano le bambole). In sintesi, l’atmosfera tesa di Shyamalan fa il suo sporco lavoro, se gettate la logica dalla finestra. A pensarci bene lo stesso incipit è un insulto al buon senso: non vedo i miei genitori da decenni perché sono scappata di casa dopo un violento diverbio con loro, ma decido serenamente di affidargli i miei figli senza nemmeno averli rivisti in faccia per scambiare due parole. E naturalmente a casa loro il telefono non prende, ma Internet va che è una meraviglia! Nemmeno la svolta finale, marchio di fabbrica del regista, è esente da questa penuria di plausibilità, ma arrivati quel punto, dopo un epilogo un po’ retorico e melenso sul perdono, preferirete chiedervi semplicemente “Mi sono divertito?”. Per quanto mi riguarda sì, quindi quest’anno non sei bocciato, Shyamalan, ma la prossima volta vedi di non copiare troppo dai compagni di banco.

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The Visit [Edizione: Regno Unito]

 

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