PERCHÉ GODZILLA FA HYPE DAL 1954 AD OGGI

Dopo Godzilla: Minaccia sulla città, l’estate cinematografica si scontra nuovamente con il Re dei Kaiju grazie al trailer di Godzilla II – King of the Monsters. Dal 1954, sono oltre trenta le pellicole a lui dedicate. Perché continua a fare tanto hype?

di Cristiano Bolla

L’estate è notoriamente periodo di calma piatta in termini di blockbuster, sono pochi i titoloni che escono in questo periodo e quindi ci si accontenta di briciole e promesse di un futuro in sala per il prossimo anno. L’acquolina, in questi giorni, viene grazie al trailer del prossimo Godzilla II – King of The Monsters, una vera cornucopia mostruosa e serio candidato a monster movie dell’anno se non altro per l’enorme quantità di gigacosoni che si vedono già dalle anticipazioni: Godzilla, Ghidorah, Mothra e Rodan per dire i principali, ma il film di Michael Dougherty, terzo appuntamento del cosiddetto MonsterVerse (il franchise crossover tra Warner Bros e Legendary Pictures, Il Bestiario del MONSTERVERSE (Prima Parte)), promette molto altro. Il protagonista, comunque, è sempre lui: il Re dei Kaiju è pronto a tornare su una scena che lo vede indubbio protagonista da oltre 60 anni.

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In questo periodo, infatti, sono uscite oltre 30 film ufficiali incentrati sulla creatura di Tomoyuki Tanaka: 15 solo nella cosiddetta Era Showa, dal 1954 al 1975, conclusosi con il disastroso (al botteghino) Distruggete Kong! La Terra è in pericolo! Una pausa di nove anni ed ecco che inizia l’Era Hesei, composta da almeno altri 7 film, molti espressamente incentrati sul filone Godzilla vs altri mostri, come Biollante, King Ghidorah, Mothra e compagnia cantante. In questo periodo ci si concentra anche di più sulle tematiche correlate all’immaginario godzilliano, che ricordiamo nasce come

“la personificazione della violenza e dell’odio per l’umanità, poiché fu creato dall’energia atomica. Portò in sé questa ira a causa delle sue origini. È come un simbolo della complicità umana nella sua propria distruzione. Non ha emozioni, lui è un’emozione.” 

Questi aspetti sono tornati saltuariamente alla ribalta qua e là nelle successive pellicole, la natura nucleare di Godzilla è stata tramandata anche nelle trasposizioni hollywoodiane del film: il Godzilla di Emmerich era nato a causa dei test nucleari degli anni ‘50 e ‘60, mentre nel reboot del 2014 di Gareth Edwards erano stati gli stessi test a risvegliare la creatura ancestrale, sepolta sui fondali marini per nutrirsi delle radiazioni della Terra.

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Godzilla è sempre stato mostrato come un contrappasso delle colpe dell’umanità, rea di aver iniziato ad utilizzare una tecnologia che, prendendo a prestito le leggendarie parole di Oppenheimer, ci ha resi “Morte, distruttore di mondi”, o se vogliamo dare credito al suo assistente, ci ha resi “tutti figli di puttana”. Ma la metaforona insita sotto le pinne dorsali di Godzilla, ben protetta nel suo cuore al plasma, è qualcosa di ancora più misantropo.

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Godzilla, infatti, sembra sempre essere il pretesto adatto per parlare dell’infinità piccolezza dell’essere umano, di quanto la sua superbia debba sempre fare i conti con qualcosa di più grande, potente e distruttivo. Il Cristianesimo ha alla sua base questo concetto e la sua relativa paura è quello che, teologicamente parlando, ci tiene buoni, ma è proprio di tante altre culture il confronto con qualcosa di enormemente più grande di noi. Lo si può vedere anche nel recente Godzilla: Minaccia sulla Città (Godzilla – Minaccia sulla città: La Recensione del film Netflix), secondo film della trilogia Netflix dedicata al Re dei Kaiju: 20.000 anni dopo l’abbandono della Terra da parte dell’uomo, Godzilla ha assoggettato ogni creatura e natura al proprio volere ed è ancora il Re incontrastato di tutte le cose. Sia che venga dipinto come buono (Godzilla 2014), sia come una madre (Godzilla 1998) o come un essere distruttivo, nell’incontro-scontro è sempre l’umanità a uscirne ridimensionata. E allora perché fa così tanto hype?

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Il motivo forse è da ricercarsi in una insolita vena misantropa che ha sempre abbracciato l’uomo, anche in maniera un po’ ipocrita: godiamo nel vederci distrutti perché in fondo pensiamo di meritarcelo, per quello che stiamo facendo alla Terra. Misantropa e un po’ arrogante, avrebbe detto George Carlin. Altri aspetti ancora sottolineano come l’ammirazione (o il semplice hype cinematografico) per la creatura della Toho sia dovuto ad un connaturato senso di sottomissione tipico del regno animale, nei confronti di qualcosa di più potente, quasi divino. Non è un caso, tra l’altro, che il contraltare a questa potenza distruttrice generata dalle colpe dell’uomo sia un essere figlio del regno animale (e quindi naturale) come King Kong: i due si scontreranno nel 2020 al culmine di questo MonsterVerse (KONG vs GODZILLA, 2020. Tutto ciò che c’è da sapere.)

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Insomma, le ragioni per cui questo personaggio mostruoso è continuamente rappresentato, stanno probabilmente negli stessi meccanismi di transfer uomo-mostro che il creatore di Monster Movie ha descritto nella tesi di laurea all’origine di questo progetto. Ci piace perché è grande, grosso e coccolone, ma anche perché rappresenta la visione dell’uomo sull’uomo, anche quando affronta altri mostri.

Noi, da bravi appassionati di mostri, non ci faremo sfuggire niente. Perché qualsiasi siano i motivi, di fronte al Re bisogna sempre inchinarsi.

 

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