THE LIGHTHOUSE – Paranoie marittime vintage

Analisi e spiegazione dell’ammaliante incubo di Robert Eggers.

di Alessandro Sivieri

A man what don’t drink, best have his reasons.

Il faro si eleva al confine tra la sicurezza della terraferma e le asperità dell’oceano. Un punto di vista sull’ignoto, solitario e privilegiato, la cui luce è visibile da diversi chilometri. Dev’essere per questo che da semplice edificio è divenuto un luogo simbolico, dove l’uomo si confronta con i propri demoni interiori. Non a caso “The Light-House” è l’ultimo racconto concepito da Edgar Allan Poe, rimasto incompiuto a causa della morte dello scrittore. Un adattamento per il grande schermo venne messo in cantiere da Max Eggers, sceneggiatore e fratello del regista Robert, che in seguito ha deciso di prendere in mano il soggetto e mutarlo in qualcosa di originale, dando vita a questo The Lighthouse. Dopo The Vvitch il giovane cineasta ci trascina nuovamente nella superstizione popolare e negli angoli meno piacevoli della mente umana, con un film che non perde le sue basi letterarie, ammiccando agli orrori allucinati di H. P. Lovecraft. Il fiore all’occhiello è però la radicalità della messa in scena.

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Girata in bianco e nero, con lenti degli anni ’30 fornite dalla Panavision e un aspect ratio di 1.19:1, l’opera ricorda sfacciatamente un cinema primordiale, ruvido e dotato di un pacing che si discosta dalle logiche dell’odierno intrattenimento. Eggers è un ex-scenografo teatrale e mette a frutto la propria esperienza costruendo da zero l’ambiente che poi andrà a leggere con la macchina da presa. Il faro stesso, alto una ventina di metri, è stato realizzato apposta per corrispondere alle esigenze della troupe, con tanto di pannelli removibili per agevolare gli spostamenti negli spazi angusti. Gli elementi d’arredo, dai mobili alle finestre, sono stati progettati per rientrare al meglio nel campo visivo. Spesso i personaggi si muovono i spazi aperti che vengono però schiacciati, compressi dalle formazioni rocciose o dalle architetture.

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Il risultato è una fotografia cupa, claustrofobica e gustosamente priva di vincoli temporali. Se non fosse per una manciata di effetti in CGI e per alcuni movimenti dal gusto moderno (niente camera a mano, solo dolly e crane), parrebbe davvero di trovarsi nel periodo dell’espressionismo tedesco, tra un Fritz Lang e un Murnau. I primi piani in chiaroscuro dei volti, contratti in smorfie isteriche, sono il frutto di una meticolosa disposizione delle luci, impiegate per dissezionare le emozioni degli interpreti e raccontare una location priva di vie di fuga. Dal grigio della nebbia si passa a contrasti talvolta accecanti, anche per via della bassa sensibilità della pellicola, che ha richiesto una massiccia illuminazione. Abbiamo accennato agli attori: a metterci la faccia, insieme all’anima e al corpo, sono Willem Dafoe e Robert Pattinson, entrambi in forma smagliante.

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Keepin’ secrets, are ye?

Pattinson, ormai lontano dagli stilemi del vampirismo adolescenziale, è Ephraim Winslow, novello assistente di Thomas Wake (Dafoe), l’anziano custode di un faro. La storia si svolge a fine ‘800 e l’improbabile coppia dovrà trascorrere quattro settimane su un isolotto roccioso, in completa solitudine, fatta eccezione per i gabbiani e la spuma marina. Wake si dimostra un capo crudele e relega il giovane Ephraim alle mansioni più umilianti, dalla pulizia delle latrine alla manutenzione dei macchinari. Solo il vecchio guardiano ha accesso alla cima della struttura, dove si trova la grande lampada che illumina le acque per miglia. Il nucleo della luce e le sue rifrazioni sono accostabili a una dimensione parallela, un frutto proibito che Wake assapora egoisticamente in privato, traendone un godimento dagli evidenti risvolti sessuali. Winslow china la testa e resiste, poiché ha un segreto da nascondere. Alternando battibecchi a colossali sbronze, i due iniziano a conoscersi. A volte pare che si avvicinino, salvo poi spintonarsi e raccontare menzogne sui rispettivi passati. Dafoe si prodiga in monologhi esaltati che pescano dalla cultura marinaresca e dalla mitologia greca. Il suo inglese arcaico miscela elementi come La ballata del vecchio marinaio di Coleridge, Moby Dick e l’implacabile ira di Nettuno. Proprio per tale scelta semantica un eventuale doppiaggio italiano porterebbe a un impoverimento fruitivo, a prescindere dalla bontà della fattura.

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Il personaggio di Pattinson è più taciturno, ma si mette in gioco con ogni centimetro di pelle. In una crescente discesa nella paranoia, Winslow ha esplosioni di violenza, allucinazioni erotiche con delle sirene e una crescente ossessione per l’ultimo piano della torre, dove risplende una luce che, a detta del suo arcigno supervisore, ha un potere sovrannaturale. La situazione degenera con una tempesta che si abbatte sull’isola e, metaforicamente, sull’animo della coppia. Le rivelazioni sui trascorsi dei protagonisti rimangono collaterali in un confronto finale che perde ogni affidabile collocazione spazio-temporale. Mattacchioni quanto il Jack Torrance di Shining, i due compagni di prigionia giungono a una resa dei conti per accaparrarsi la supremazia e l’accesso a una conoscenza prometeica, una dimensione esistenziale più alta che placherebbe, apparentemente, ogni loro desiderio. The Lighthouse non fa sconti allo spettatore ed è forse l’esperimento più interessante del 2019, prestandosi a varie interpretazioni. A questo punto è doveroso esaminare più attentamente alcuni aspetti del film, non tanto per fornire una spiegazione univoca ma per valorizzarne l’immane carica simbolica. Potete gettare l’ancora qui o proseguire a vele spiegate, rischiando parecchi spoiler sulla trama.

ATTENZIONE AGLI SPOILER!

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FANTASIE MARINARESCHE

Bad luck to kill a seabird.

Ampio spazio viene dato alle superstizioni dei navigatori, incarnate dal personaggio di Dafoe, che a suo dire ha trascorso la giovinezza in mare prima di perdere l’uso della gamba. Thomas Wake è la maschera desueta dell’avventuriero rude e dispotico, costretto al pensionamento sulla terraferma e intenzionato a trasmettere le proprie memorie ai successori, insieme a una scala valoriale basata su antiche credenze. Incensandosi come un uomo vissuto, Wake pretende il rispetto che si deve a una figura letteraria e a imprese coraggiose. Se contraddetto dallo scettico e spazientito Winslow, ricorre allo scherno o al terrorismo psicologico pur di preservare quelle che secondo lui sono regole universali. Tra queste vi è un attributo sovrannaturale dei gabbiani, presenti in abbondanza sull’isola.

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A quanto pare è di cattivo auspicio uccidere un gabbiano, in quanto è la reincarnazione dello spirito di un marinaio. Quando Winslow abbatte spietatamente un uccello con un occhio solo che lo tormentava da tempo, si scatena un forte temporale, proprio come sosteneva Wake. Può darsi che il gabbiano fosse la nuova forma dell’ex-collega di Wake, la cui testa viene rinvenuta da Winslow, guarda caso priva di un occhio. Date le condizioni mentali di Winslow non è possibile sapere se la testa fosse reale e se l’uccisione del ragazzo fosse opera dello scorbutico marinaio, ma come in The Vvitch, Robert Eggers prende delle semplici bestie e le ammanta di un’aura inquietante. In questo caso, i volatili emanano la medesima minacciosità de Gli uccelli di Hitchcock. E poi ci sono le sirene, leggiadri ibridi uomo-pesce che seducono i navigatori.

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Le allucinazioni di Winslow comprendono una di queste creature, con il busto di donna e una grossa pinna al posto degli arti inferiori. Il giovane trova un feticcio raffigurante una sirena nel proprio letto e si masturba furiosamente mentre lo ammira, per sfogare una sessualità repressa. In pieno delirio immagina di trovare una sirena spiaggiata e di avere un rapporto con lei. Dapprima affascinante, la creatura si rivela spaventosa, assordando Winslow con un verso stridulo, ben diverso dal canto soave descritto nei poemi. La sirena è un’apparizione magica che possiamo prendere alla lettera o un’ennesima materializzazione delle pulsioni di Winslow, ormai avviato verso l’autodistruzione.


MITOLOGIA GRECA

Let Neptune strike ye dead, Winslow!

Nettuno è il Re dei mari, una divinità che non perdona i mortali indisciplinati. Chi indispettisce Nettuno e si azzarda a solcare le acque non ha vita facile, come ci insegna Ulisse. Tra le minacce che Wake rivolge a Winslow vi è proprio la punizione di Nettuno, che nelle fantasie del ragazzo assume proprio i connotati di un Wake mostruoso, tentacoli inclusi. Improbabile che il personaggio di Dafoe sia veramente un’entità sovrumana, ma è l’archetipo di forze primordiali che si scatenano su Winslow, ex-boscaiolo poco avvezzo alla vita in mare. Il dio può essere inteso anche come un giudice che condanna il protagonista, colpevole di aver lasciato morire un tagliaboschi rivale. La menzogna viene smascherata e il senso di colpa assume i connotati di un essere terribile e onnipotente. A poco serve fuggire dal passato e cambiare identità.

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Un altro richiamo centrale è quello a Prometeo, il Titano amico degli uomini e del progresso che decise di rubare agli dei il fuoco, metafora della conoscenza, per donarlo al mondo intero. Zeus lo scoprì e si adirò a tal punto da incatenarlo su una rupe ai confini del mondo, con un’aquila che gli dilaniava il fegato, per poi farlo sprofondare nel Tartaro. Il fuoco è qui rappresentato dalla candida luce del faro, che Wake può ammirare in modo esclusivo, come se si trattasse di un’amante. Il suo stesso cognome, Wake, è accostabile al risveglio. Winslow è il novello Prometeo che vuole sottrarre a Wake l’Illuminato il controllo della luce, quindi di un’antica conoscenza.

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Nella parte finale il protagonista, dopo aver ucciso il dispotico mentore, si arrampica faticosamente su per il faro/Monte Olimpo, per contemplare la lampada ed entrare in uno stato di estasi. L’epilogo lo mostra nudo ed esanime sulla scogliera, privo di occhi, mentre un gabbiano pasteggia con le sue interiora, proprio come il Titano. Ora concentriamoci sull’ossessione ultima di Winslow e cerchiamo di comprenderne la natura.


IL SIGNIFICATO DELLA LUCE

There is enchantment in the light.

La fonte di desiderio dei due guardiani si presta a diverse letture, che vanno dal mistico allo psicologico. Quando Winslow riesce finalmente a scrutare dentro la lanterna (sempre più accostabile a un guscio, a una reliquia o a una capsula di qualche genere), viene colpito da un fascio accecante ed emette urla sconnesse, come se stesse ammirando qualcosa di meraviglioso e terribile allo stesso tempo (il cosiddetto “sublime” nell’arte). L’immagine di Winslow si fa progressivamente contrastata, fino a raggiungere il negativo, come se l’involucro di vetro celasse un’entità sovrumana, un tesoro inestimabile o addirittura un universo sconosciuto. Come ci insegna Lovecraft, l’ignoto cela verità agghiaccianti e incomprensibili dall’essere umano. Cosa potrà mai rappresentare questo momento?

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  • MAGIA: la luce ha connotati magici come sosteneva Wake e può procurare un piacere supremo a chi ne fa uso, oppure trasformarlo in un’entità superiore.
  • CONOSCENZA: per qualche motivo la luce cela in sé la conoscenza di tutto ciò che esiste, cosa che si rivela fatale per Winslow/Prometeo, incapace di contenerla per intero.
  • ILLUSIONE: si tratta solo di una semplice lampada che viene idealizzata dai protagonisti, ormai in preda alla follia. È possibile che Winslow abbia proiettato le sue ossessioni su di essa e che si sia scottato la mano nel toccarla, per poi cadere dalle scale.
  • CATARSI: l’atto di impossessarsi della lampada rappresenta una liberazione emotiva e sessuale di Winslow, frustrato dalle angherie di Wake e dal rammarico per la sorte del suo ex-collega. Le conseguenze sono fatali, ma il decesso (inteso anche come annullamento di sé) può essere un preludio alla rinascita spirituale.

Quale che sia il segreto del faro, Wake ne è dipendente al punto da non desiderare altro dalla vita, mentre Winslow vuole farlo suo ma si dimostra incapace di sopportarne l’esposizione, come se fosse indegno o troppo immaturo.

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IL TEMA DEL DOPPIO

Why’d ya spill yer beans?

Le visioni oniriche di Winslow, dal taglialegna defunto alle sirene mostruose, sono un lampante indizio della sua instabilità mentale. Il ragazzo vive nel rimorso ed è in fuga dal passato, oltre ad aver cambiato nome da Thomas Howard a Ephraim Winslow. Nonostante detesti Wake, sente il bisogno di raccontargli i suoi crimini taciuti. Può darsi che tutto stia avvenendo nella sua mente e che Wake non sia altro che una sua proiezione. I loro nomi coincidono (Tom e Thomas), così come la loro brama per la luce (la liberazione, l’accettazione di sé) e l’attitudine a mentire. Lo stesso Wake cambia continuamente versione sul suo passato marinaresco e sull’incidente che gli ha reso la gamba inservibile. Inoltre, come intuisce Winslow, l’anziano custode potrebbe aver ucciso o fatto impazzire il predecessore del ragazzo (la cui testa viene rinvenuta nella gabbia delle aragoste). Durante una scena si vede addirittura Winslow alle prese con un suo sosia sulla scaletta del faro, prima che sopraggiunga Wake a fermarlo.

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È ipotizzabile che Wake rappresenti la coscienza (una coscienza alquanto spietata) di Winslow, determinata a mettere il ragazzo davanti alle sue responsabilità. Un’altra teoria interessante spinge la nozione di doppelgänger oltre la semplice psicologia: e se Winslow/Wake fosse intrappolato in un limbo spazio-temporale, condannato a ripetere il suo ciclo all’infinito? Gli indizi mostrano che di mezzo un omicidio imperdonabile, affiancato a un costante rigetto del passato. I trascorsi al di fuori dell’isola non vengono mai mostrati direttamente e albergano nella sfera del subconscio. Infine, quando Winslow precipita dalle scale, si rompe una gamba, diventando simile a Wake.


LA RELAZIONE PADRE-FIGLIO

Yer fond of me lobster, aint’ ye?

Tra la coppia di guardiani c’è abbastanza differenza di età ed esperienze da costituire un perverso rapporto padre-figlio. Wake è tirannico e castrante, frustrando continuamente il bisogno di Winslow di autodeterminarsi, oltre al suo appetito sessuale (si pensi alle masturbazioni con la statua della sirena). Wake non riconosce Winslow come un suo pari e di conseguenza nega i suoi istinti (l’accesso alla lampada). Se interpellato, schernisce continuamente le proteste del compagno più giovane, esaltando per contro la propria saggezza. Quando Winslow, portato al limite, si ribella e ridicolizza i racconti di Wake (oltre al suo modo di cucinare l’aragosta), quest’ultimo si sente smarrito, come se avesse improvvisamente perso la sua autorità paterna (e l’affetto di un figlio). Le storie di mare, di mostri e di naufragi non affascinano più una generazione che vorrebbe esorcizzarle, ma continuano a spaventare in modo subdolo.

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Tra i due non manca una certa tensione omoerotica: agli scontri fisici fanno da contraltare gli abbracci, le confidenze intime. Vi sono attimi in cui i due si avvicinano, quasi come se dovessero baciarsi, per poi respingersi bruscamente. Infine, mentre Winslow immagina un incontro amoroso con una sirena, quest’ultima si trasforma proprio in Wake. Non dimentichiamo, per completezza, che il faro ricorda effettivamente un fallo gigante, alla cui sommità viene dispensato il piacere. Ma gli unici fluidi essenziali non sono quelli corporei: a monopolizzare le nottate troviamo l’alcol, sostanza che costituisce la maledizione e la fortuna di scrittori, avventurieri e pensatori: i due sono sempre più ubriachi e propensi a lasciarsi andare. Sembra che si tollerino solo quando bevono, ma la perdita di inibizioni li porta anche a esprimere violentemente ciò che provano l’uno per l’altro.


La seconda prova di Robert Eggers è una traversata oscura e perturbante, di quelle che danno da pensare per giorni. Qualunque sia l’interpretazione più idonea dell’accaduto, rimane intatto il carattere dominante delle nostre debolezze e della brama per il proibito. È possibile smarrirsi nei propri desideri? Quanto dobbiamo andare lontano per fuggire da noi stessi?

Non resta che lasciarsi sedurre dalla luce come Willem Dafoe e brindare soavemente al fato.

To ye, to beauty.

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